Webinar ANLA: 22 aprile, prof. Giorgio Fiorentini

Terzo appuntamento con il ciclo di incontri “Generazione pandemia, una storia da scrivere” organizzati da Associazione Nazionale Lavoratori Anziani (ANLA). In dialogo con il presidente nazionale Edoardo Patriarca il prof. Giorgio Fiorentini, Professore di Management delle Imprese Sociali –docente senior università Bocconi; Area Imprese sociali e Aziende non profit del CERGASS – Università Bocconi. I temi: volontariato, impresa sociale e volontariato d’impresa.

Webinar ANLA

Ricordiamo i prossimi appuntamenti: giovedì 6 maggio alle 18 lo Psichiatra dr. Lorenzo Toresini, che ha iniziato la sua attività di psichiatra a Trieste in stretto contatto con il prof. Franco Basaglia e è stato presidente della società italo-tedesca di salute mentale; giovedì 20 maggio sempre alle 18 il dott. Gigi de Palo, presidente del Forum nazionale delle Associazioni Familiari.

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Il webinar, offerto ai tesserati ANLA, è a numero chiuso e si svolge su piattaforma digitale. La partecipazione è consentita previa registrazione e è limitata ai posti disponibili. Chi volesse assistere all’incontro deve scrivere una e-mail a newsletter @ anla.it entro martedì 4 maggio per l’incontro con il dott. Toresini e entro martedì 18 maggio per il webinar con il dott. De Palo.

Volontariato d’Impresa

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Martedì scorso la Fondazione Sodalitas, emanazione di Assolombarda, ha presentato la  terza edizione della ricerca  “Volontariato di impresa: la partecipazione attiva dei dipendenti”, pensata per mappare e raccontate i programmi di Volontariato di  una ventina di aziende   impegnate a sostenere   progetti sociali sui territori.   L’inserto” Buone Notizie”  del Corriere della Sera ne ha dato un’ampia anticipazione.

Il quadro che ne risulta apre una prospettiva di grande interesse per i gruppi aziendali della nostra associazione. Esperienze che ancora non si possono dire diffuse ad ampio raggio, ciò nonostante  coloro che vi hanno partecipato la considerino un’opportunità di crescita  personale e del gruppo di lavoro a cui appartengono. Questa indagine si è dedicata in particolari ai dipendenti di diciassette imprese:  Coca-Cola Italia, Enel, Eni, Falck, Italgas, Poste  italiane, Snam….per citarne alcune.  Sono 2831 i dipendenti interpellati, di  questi una metà circa hanno dichiarato di aver avuto esperienze di volontariato. Ecco alcuni risultati più in dettaglio: il 52% afferma di aver partecipato 1 sola volta, il 17% solo 2 volte, quote minori 4- 5 volte, mentre una   quota del 9% dichiara di aver fatto volontariato più di 6 volte. Nello specifico si tratta di persone già particolarmente  orientate al volontariato con esperienze pregresse e continuative. Quali sono le attività svolte dai lavoratori volontari? In gran parte attività pratiche come la preparazione di pacchi, raccolta di prodotti e servizio  pasti,  attività di formazione e consulenza. Gli enti con cui i volontari dipendenti hanno collaborato si occupano in prevalenza di ambiente, famiglie in difficoltà, poveri, persone disabili…

Perché  le aziende  favoriscono queste esperienze? Dalla indagine emergono due motivazioni: una  verso  l’esterno rivolta al miglioramento della reputazione aziendale, alla costruzione di migliori relazioni con le comunità locali e la creazione di valore sociale. La seconda  interna,  volta a rafforzare lo spirito di squadra, a sviluppare il senso di responsabilità sociale e creare una sintonia valoriale con l’azienda,  e una condivisione di esperienze con i colleghi che va oltre l’attività lavorativa cosicché  anche in azienda si possa  vivere uno spirito di amicizia. Quali sono le frontiere da percorrere e da esplorare nel rapporto tra impresa, lavoratori e Terzo Settore?

 

La riforma del Terzo Settore ha rilanciato la coprogettazione  e co-programmazione con gli enti locali. Perché non applicare le medesime modalità nel rapporto  con imprese e lavoratori? Dall’indagine si evince che molti vorrebbero approfondire  il progetto a cui partecipano seppur non con continuità, incontrare i beneficiari, capire  l’impatto sociale che genera,  sapere tutto dell’associazione. Ci pare una frontiera da percorrere. Concludo con la dichiarazione di Enrico Falk presidente di Fondazione Sodalitas: ”Il Volontariato d’Impresa è evoluto in pochi anni da semplice ‘nice to have’ a elemento portante dell’impegno aziendale per la generazione di valore sociale. Crediamo che oggi i tempi siano maturi per un ulteriore e importante salto di qualità. Il Volontariato d’Impresa può assumere infatti un ruolo centrale nel contribuire ad attuare compiutamente il modello della cosiddetta ‘Stakeholder Economy’. Sempre più imprese considerano l’attenzione alla comunità non più una questione di filantropia e generico impegno sociale, ma un elemento fondamentale della propria strategia di sviluppo e far crescere il Volontariato d’Impresa rappresenta un tassello importante di questa sfida”.

 

 

Il Capelvenere

(di Annalisa Gatti) Il capelvenere appartiene alla famiglia delle Polypodiaceae, piccola felce nota anche come “Barba di Giove”. Per il suo aspetto richiama invece le chiome di Venere, è decisamente graziosa, elegante, leggera, in poche parole ornamentale.

La specie più conosciuta si chiama Adiantum capillus-veneris; il termine Adiantum deriva dal greco e significa “che non si bagna”; ciò probabilmente sta ad indicare la caratteristica di rimanere asciutta quando viene immersa o spruzzata da schizzi di acqua.

Tipica di zone tropicali temperate dell’America Settentrionale e dell’Asia le piante di capelvenere sono coltivate a scopo ornamentale e impiegate soprattutto per composizioni di cesti e mazzi per la delicatezza e l’eleganza delle fronde. In natura crescono nel sottobosco, spesso si trova spontanea nelle nostre campagne, rampicante sui muri, all’interno dei vecchi pozzi, intorno a fontane; in zone submontane fresche e umide la troviamo nei pressi di corsi d’acqua e nei terreni calcarei. E’ una pianta usata anche in appartamento, prospera in una cucina o anche in un bagno pieno di vapori purché ben illuminati, una luce diffusa e non diretta. Piccoli accorgimenti in un appartamento: non deve essere spostata da una stanza all’altra, non ama le correnti d’aria e neppure il fumo delle sigarette. Si tratta di una felce con le foglie composte da altre piccole foglie dalla forma particolare, a ventaglio, di colore verde con un profumo aromatico, molto sottili e delicate, con margine frastagliato, attaccate tra loro da sottili filamenti di colore nero.

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Frumina, fecola e maizena… Facciamo chiarezza.

(di Roberta Greco) Frumina, fecola di patate, maizena… tanti prodotti spesso confusi tra loro. Cosa sono questi amidi, quali sono le differenze e come si possono sostituire tra di loro. Queste le domande più comuni quando si legge la lista degli ingredienti di numerose ricette. Cerchiamo di fare chiarezza e vediamo meglio come e quando utilizzarli.

La frumina o amido di frumento è un amido che viene ricavato dal frumento. È ideale per la realizzazione di dolci lievitati (come pan di spagna, ciambelle, ecc.) particolarmente soffici e porosi. Essa ha infatti una notevole capacità lievitante che permettono di avere un dolce dal gusto delicato perfettamente lievitato. Tenete quindi sempre presente che potrete sostituire una parte della farina prevista nella ricetta del vostro dolce lievitato (non più di 1/3 del totale della farina) con la frumina.

La frumina può anche essere utilizzata per addensare creme e salse, con un risultato liscio e vellutato. Tenete presente che essendo un amido di frumento questo prodotto non è adatto ai celiaci, in quanto contiene glutine. Nella scelta tra i vari tipi di amidi tenete quindi sempre presente la presenza di glutine, nel rispetto di eventuali esigenze vostre o dei vostri ospiti.

La frumina (amido di frumento) può essere sostituita con altri tipi di amidi, come ad esempio l’amido di mais (maizena), ma anche con la fecola di patate.

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Da ANLA Toscana

In viaggio nei luoghi più caratteristici della nostra bella Italia, da nord a sud, dalle Dolomiti al tacco, attraverso paesaggi meravigliosi che vorremo di nuovo scoprire insieme finalmente in serenità, condivisione e gioia!

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Antony e Filippo

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)  Questa settimana vorrei commentare due eventi che hanno coinvolto due persone anziane piuttosto note:  la cittadinanza onoraria che  il comune di Sciacca ha consegnato  ad Antony Fauci,  e la morte del Principe Filippo.

“Sono  emozionato, onorato e profondamente commosso  nell’accettare le chiavi di Sciacca in nome dei miei nonni paterni Antonino  e Calogera Fauci. Entrambi sono nati a Sciacca, dove la famiglia di mio nonno gestiva un centro termale. All’inizio del ventesimo secolo, loro e i miei nonni materni emigrarono a New York in via Ellis Island, ed è così che sono nato e poi vissuto a Brooklyn. Nella mia esperienza molti immigrati Italo americani erano imbevuti dello spirito di gratitudine trasmesso dai nonni ai genitori e ai nipoti. Questo spirito era l’amore per il nuovo Paese, l’America,  e il desiderio di restituirgli qualcosa. E da mio padre è arrivato a me”.

È uno stralcio della lettera di Fauci pubblicata sul Corriere della Sera alcuni giorni fa, la testimonianza di intere generazioni di italiani  che hanno lasciato l’Italia per motivi economici e    onorato i paesi nei quali sono emigrati. Storie anche di tribolazioni e di emarginazione: come non ricordare le cronache dei primi anni del secolo scorso  dei giornali americani sugli “italiani sporchi e tutti mafiosi”. Fauci ha fatto memoria, gliene siamo grati, ci rammenta che siamo  un popolo di migranti,  ancora oggi con i centomila e più  ragazzi che hanno lasciato il Paese  in questi ultimi anni, a volte per la fatica a trovare un lavoro degno, a volte per scelta. Porto nel cuore la testimonianza di una giovane italiana che  abita da anni a Toronto: “Torneresti in Italia?” gli ho chiesto;  “ Per ora no, sto bene, mi sono inserita dopo anni di fatica, i canadesi stanno molto sulle loro; però  se posso fare qualcosa da qui  per la mia Patria, sono  a disposizione”.

“Voglio morire a casa” è stata l’ultima richiesta del  Principe Filippo  a sua moglie, la Regina Elisabetta irremovibile garante di questo desiderio.  Ho letto la bella riflessione di Mario Giro sul quotidiano “Domani” di alcuni giorni fa, la  riprendo e la faccio mia. Filippo ha espresso un desiderio caro a tutti noi:  morire a casa!, non in un ospedale,  intubati e soli, seppur  aiutati da infermieri generosi. Tempo  fa  si moriva prima  e a casa, la morte era un passaggio condiviso in famiglia, con figli e nipoti. I progressi della scienza e della medicina hanno allungato i tempi di vita, una benedizione per le nostre generazioni, ma  si è “allontanata” la morte,  è   stata rimossa, esiliata negli ospedali o nelle case di cura. Non ne parliamo volentieri, evitiamo le  situazioni  che ce la rammentano: le fragilità che troviamo in noi stessi, le  malattie croniche, le menomazioni, le piccole disabilità che si affacciano con l’avanzare dell’età . Abbiamo sposato il paradigma  efficientistico secondo il quale   l’unica vita degna è quella autosufficiente e in buona salute, le altre vite hanno  meno  valore tanto che  si riparla di una legge sulla eutanasia. Argomento complesso indubbiamente,  ma che nasconde  una cultura nichilista, di solitudine e  abbandono, e individualistica tanto pervasiva  da chiedere allo Stato  la tutela di un diritto ( per me inesistente) alla morte.  La pandemia con  ferocia ci ha fatto vivere questa realtà del “ morire da soli”: neppure una carezza, un bacio, un funerale per ricordarli nei nostri cuori. “Morire a casa”, stare a casa   per quanto possibile , fino a quando non giungerà la partenza:  è  un tema non solo morale ma che tocca la politica tutta e il welfare della prossimità. In questi anni abbiamo combattuto contro le reclusioni  imposte ai più fragili: ai bambini abbandonati mai più orfanotrofi, ai malati di mente mai più  ospedali  psichiatrici, alle persone disabili mai più  strutture segreganti …

Ecco, che non accada   agli anziani non più autosufficienti,  come ci ha ricordato Mons. Paglia nell’ultimo webinar.

Webinar ANLA: 22 aprile, incontro con il prof. Giorgio Fiorentini

Giovedì 22 aprile alle ore 18 terzo appuntamento del webinar ANLA “Generazione pandemia. Una storia da scrivere”: interverrà il prof. Giorgio Fiorentini, professore in management delle imprese sociali (non profit e profit) – università Bocconi, docente Senior dell’Area Pubblica Amministrazione, Sanità e Non Profit. In questa intervista il professor Fiorentini tocca alcuni temi che approfondirà nel webinar ANLA, fra cui  l’impresa sociale, il volontariato e il Terzo Settore in epoca pandemica. Per partecipare all’incontro scrivere a newsletter @ anla.it

Il Croco

(di Annalisa Gatti) E’ una pianta erbacea bulbosa, originaria del nord Africa e Asia. Il nome non è molto bello ma invece è una graziosa (ma robusta) erbacea perenne, diffusa soprattutto nelle zone collinari e montuose. Ne esistono circa ottanta specie di cui una trentina sono coltivate. Il nome fa riferimento agli stimmi lunghi e filamentosi, deriva infatti dall’antica parola greca “Kroke” che significa filamenti. I bulbi si pongono a dimora in autunno, o anche a fine estate.

Si piantano alla profondità di 7 cm e mezzo circa, uno accanto all’altro ma evitando che si tocchino; infine si ricopre di terriccio, che dovrà essere mantenuto appena umido. 

Devono essere sistemati per almeno 8 settimane in un luogo fresco e al buio. L’ideale è metterli sotto la sabbia o la cenere, in giardino, oppure avvolgerli in plastica nera o giornali e conservarli in una stanza fredda o sul davanzale di una finestra. Quando appaiono i germogli la pianta va sistemata alla luce. Lo sviluppo di queste piante è legato strettamente all’umidità ambientale: nei periodi di siccità i crochi rimangono in completo riposo vegetativo; non appena cade qualche goccia di pioggia, ricominciano a produrre radici, e spesso anche fiori e foglie. Il fiore compare prima delle foglie, e sboccia direttamente dal bulbo; i petali sono di colore giallo, bianco, viola, o anche striati e variegati. Le foglie sono molto sottili, simili a fili d’erba, leggermente spesse, lucide, ricoperte da una cuticola protettiva; al centro la foglia è suddivisa in due parti da una scanalatura bianca, la pagina superiore è verde scuro, quella inferiore è chiara; in genere un singolo bulbo produce uno o due fiori e circa 8-10 foglie sottili.
La temperatura massima deve essere di 7° mentre si trova al buio; quando invece è fiorita la temperatura massima deve essere di 18 gradi. Per quanto riguarda l’acqua, il terriccio deve essere umido ma durante la fioritura invece è bene bagnare due volte la settimana.

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Gli asparagi

(di Roberta Greco)  Gli asparagi sono ortaggi primaverili teneri e succulenti, estremamente ricchi di proprietà benefiche. La varietà più comune degli asparagi è costituita da ortaggi di colore verde scuro o verde chiaro ma, a seconda delle zone d’Italia, potremo trovare asparagi di colore bianco, rosa e viola. I differenti colori caratterizzano le punte degli asparagi e ne determinano la varietà. È inoltre bene differenziare tra l’asparago coltivato (Asparagus officinalis) e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) conosciuto anche come asparagina, la cui presenza può essere individuata in aree di campagna, pascoli e boschi.

In Italia possiamo vantare una straordinaria ricchezza per quanto concerne le diverse tipologie di asparagi. Abbiamo diverse varietà di asparago bianco: a seconda delle zone di provenienza possiamo distinguere tra l’asparago bianco di Bassano, l’asparago bianco di Cimadolmo, l’asparago bianco di Padova e l’asparago bianco di Rivoli Veronese (la cui produzione è limitata ed a cui nel mese di maggio è dedicata una fiera).

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