Archivio mensile:aprile 2020

Comunicato Stampa – Festa del Lavoro 2020: abbiamo bisogno di tornare a lavorare

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia”.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

 Quest’anno il nostro Paese celebra la Festa del Lavoro con maggior attenzione perché il lavoro dà dignità, definisce la persona umana all’interno della società ma soprattutto dà di che vivere e, nell’ambito dell’attuale pandemia, un’inaspettata crisi economica sta minando la nostra stabilità. Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca interviene sul tema del lavoro sottolineando che non basta più limitarsi a ricordare il mandato costituzionale di una Repubblica che si vuole fondata sul lavoro, o a citare i testi della dottrina sociale della Chiesa: occorre metterli in pratica, oggi più che mai. Ricordando che ogni anno il presidente nazionale di ANLA interviene alla Festa del Lavoro al Quirinale, il presidente Patriarca sottolinea alcuni concetti che l’isolamento forzato della pandemia ha suggerito: “Il primo pensiero che avremmo detto al Presidente della Repubblica è che abbiamo bisogno di tornare a lavorare. Non è solo una questione economica, perché senza lavoro non vi è vita sociale: non si può vivere senza fare niente o immaginare la vita come una lunga vacanza sempre che sia sostenibile economicamente. Questo vale anche per i lavoratori meritatamente in pensione: hanno bisogno di essere cittadini attivi e impegnati, hanno bisogno, in sicurezza, della famiglia a cui dare una mano, le famiglie hanno bisogno di loro”. Il presidente Patriarca sottolinea l’urgente necessità di legalità: “Abbiamo finalmente tutti capito che il lavoro nero, sommerso, irregolare è inammissibile per un sistema economico che voglia costruire più comunità e più amicizia. Di fronte alle difficoltà questi lavoratori sono indispensabili: lo sanno le famiglie, i settori dell’agricoltura, dei servizi. Non sappiamo come intercettarli, sono invisibili e neppure riusciamo ad aiutarli. La ripartenza nel mercato del lavoro dovrà essere vera e giusta, basta con le baraccopoli, i caporalati, le intermediazioni delle mafie”. Altro tema di riflessione del presidente Patriarca è la relazione clientelare: “Abbiamo capito che il sussidio, il bonus, sono a volte utili ma solo il lavoro che dà futuro se retribuito in maniera onesta e giusta può salvare le persone. I nostri giovani non vogliono sussidi, vogliono lavorare! I nostri giovani non vogliono emigrare né tanto meno appartenere alla categoria dei working poor”. Il presidente Patriarca guarda anche al mondo delle imprese dove ribadisce che welfare sociale e aziendale devono essere integrati: “Abbiamo compreso che non esiste solo una organizzazione aziendale sul modello fordista, o una scala gerarchica rigida, o orari fissi e indiscutibili, ma che si può lavorare diversamente, in smart working e non solo, con orari più flessibili, più attenti ai tempi delle famiglie. La cooperazione e la condivisione in azienda sono strategiche per conquistare produttività e più qualità nella produzione di beni e servizi. Abbiamo riscoperto il ruolo originario, fondativo, delle imprese: esse non sono unicamente fonte di profitto ma sono presenze significative nei territori, soggetti anche “politici” nel senso di costruttori di comunità e bene comune. Abbiamo riscoperto la concertazione, che non è mercimonio di basso profilo o scambio utilitaristico di interessi, ma è trovare una via condivisa con ruoli definiti. L’innovazione tecnologica, le reti digitali, la sostenibilità ambientale, il welfare aziendale, la presenza sui territori non rubano lavoro ma lo rendono al contrario più umano e dunque più produttivo”. Il presidente Patriarca conclude le sue considerazioni con un auspicio: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia: buona Festa del Lavoro, con l’augurio cioè di un lavoro vero, giusto, sicuro per tutti”.

ANLA Marche, riprende Psiche in Comune

ANLA Marche segnala a San Benedetto del Tronto la ripresa di un’importante iniziativa,  in collaborazione con una decina di associazioni locali. Ricomincia giovedì 30 aprile alle 18 PSICHE IN COMUNE ma in versione ONLINE, in attesa che gli spazi comunali fisici siano di nuovo accessibili. L’Assessorato alle Pari Opportunità si è dotato di uno spazio virtuale in cui effettuare le videoconferenze ( a disposizione anche della cittadinanza ed associazioni).

Il 1° PSICHE IN COMUNE ON LINE  è in programma il 30 aprile h 18 con  la conferenza SOS CORONAVIRUS GIOVANNI. Relatore:  dottor Maurizio Pincherle, direttore neuropsichiatria infantile Asur AV3. Saluto di Brunilde Crescenzi consigliere comunale.

Appuntamento successivo: Come comunicare con i figli, in programma giovedì 7 maggio alle ore 18.00

Psiche in Comune

Psiche in Comune

Per seguire entrambe le conferenze, del 30 aprile e del 7 maggio, occorre registrarsi  a questo link (poi usare sempre lo stesso link per partecipare alla conferenza)  https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_-bUCiaMVSL2Hf_GJXSyqDg

Spiega Teresa Spampanato, consigliere nazionale Anla: “oggi non  è sufficiente badare solo a rilanciare l’economia. Occorre preoccuparsi del disagio sociale. Dobbiamo prestare attenzione alla psiche delle fasce sociali: le famiglie sono in difficolta perché la convivenza forzata ha fatto emergere molteplici problemi nei rapporti umani la cui cura deve essere alla base per una ripartenza una volta sconfitta la pandemia. Mi ricordo che dopo la guerra la gente era forte, ora si è indebolita a più  livelli”.

#iorestoincasa

(di Annalisa Gatti) Coltivare un piccolo orto in casa fa bene alla salute.

Maggio, i prati si riempiono di fiori e di colori, le giornate si fanno sempre più lunghe, le temperature sono più miti. Questo mese, che ha sempre portato profumi dolcissimi e mille colori su prati e balconi, ci accompagnerà verso una fase che i tecnici chiamano “fase 2”: caute riaperture di luoghi di lavoro, timide visite a parenti ma con le solite importantissime cautele che abbiamo imparato a conoscere, qualche passeggiata nel parco ma, per la maggior parte di noi, ancora è un bene restare a casa, un atto di riguardo affettuoso per chi ci sta vicino, per i nostri genitori anziani, per la comunità tutta.

Quindi restiamo in casa e troviamo ancora il tempo di fare qualcosa di utile ma rilassante e divertente.

Coltivare un piccolo orto questo il suggerimento che vorrei dare anche a chi non ha un giardino e neppure un balcone. Con qualche idea e qualche accorgimento possiamo crearne uno anche tra le mura di casa.

Orto in casa

Orto in casa

Cominciamo dalle piantine aromatiche. Le piante di erbe aromatiche richiedono meno attenzioni rispetto alle altre piante dell’orto; senza le aromatiche molte ricette della cucina mediterranea perderebbero l’unicità che le contraddistingue. Scegliamo la stanza più luminosa della casa per sistemarle. Un orto a pochi passi dalla cucina: rosmarino, salvia, timo o basilico, nella zona più riparata, sono in grado di farci un grande servizio anche nel periodo invernale con una minima spesa. I mesi giusti per seminare le piante aromatiche sono quelli che vanno da aprile a maggio. Se sono state invasate da poco tempo avranno bisogno di un po’ più di acqua, ma dovremo sempre attendere che il terreno sia ben asciutto prima di intervenire nuovamente. Se l’estate sarà particolarmente calda, qualche abbondante annaffiatura potrà essere richiesta. Se le nostre piante sono in vaso sul balcone, ed hanno esposizione a sud, nei periodi più caldi dell’estate, potremo spostarle a mezz’ombra. Temono il freddo ma anche il troppo caldo. In vaso dovremo prestare particolare attenzione all’irrigazione, per non rischiare di favorire l’insorgenza di marciumi a carico dell’apparato radicale. Una buona idea può essere quella di posizionare il vaso sopra un sottovaso o un piattino dove mettere dei piccoli ciottoli e innaffiare da sotto, bagnando i ciottoli e lasciando che l’umidità salga alle radici. Tutte le piantine aromatiche sono potenzialmente adatte alla coltivazione in casa e in particolare le migliori sono queste: il basilico che cresce rigoglioso, purché la temperatura non salga troppo; molto spesso dura poche settimane: inaspettatamente troviamo la pianta con le foglie ingiallite, molli, dall’aspetto malato: il segreto per coltivare bene il basilico è il giusto bilanciamento tra il sole e acqua. In inverno poi dovrete scegliere la zona più illuminata, con un’esposizione che garantisca almeno sei ore di luce al giorno. La temperatura ideale è di 22 gradi circa, anche durante la notte. Il prezzemolo e la menta temono molto il freddo e sono perfetti per la coltivazione casalinga, il rosmarino, essendo una pianta perenne ha bisogno di una temperatura mite per crescere sano e forte. La salvia, invece, è la pianta aromatica che si adatta meglio perché non ha bisogno di cure particolari. Anche l’origano basta potarlo dopo la fioritura. Tutte le piantine hanno piacere di essere posizionate vicine, si crea così un microclima ideale per la crescita. Ricordatevi le piccole cure per mantenerle sane e forti: rimuovere tutte le parti secche, separare i ceppi troppo grossi e procedere con il rinvaso se la pianta è stretta, aggiungete un po’ di fertilizzante ogni tanto. Il segreto per avere un buon profumo e un buon sapore è semplice: esporre le piante in posizione ben soleggiata e moderare l’irrigazione.

Un secondo suggerimento, coltivare germogli: ovvero semi germogliati di cereali, legumi ed altre specie vegetali di cui si utilizza tutto: chicco e germoglio appunto. I più usati sono i legumifagioli, lenticchie, ceci e piselli, cereali (riso, grano, orzo, farro,) e  tanti altri, la lista sarebbe ancora lunga. Attenzione: evitare i semi delle solanacee (es. patata, pomodoro) perché contengono sostanze tossiche. Utilizzate solo semi conosciuti per non avere brutte sorprese.

Da dove cominciare? Ho seguito i consigli di una cara amica e riporto quello che mi ha spiegato e che ho visto utilizzare a casa sua ma su internet troverete moltissimi modi di coltivare i germogli.  Aveva utilizzato un recipiente di vetro bello largo ma va bene la plastica ma che sia adatta agli alimenti o la ceramica, meglio non sia di metallo: i semi devono poter crescere e avere ancora spazio perché ci sia aria intorno. I semi erano coperti di acqua (circa 4/5 cm.) tutti uguali, meglio non mischiare. Il recipiente era posizionato al buio, ricoperto da un telo, ma senza coperchio: il buio è necessario, come fossero sotto terra. Mi ha spiegato che dopo 3/5 giorni avverrà la germogliazione ma prima i semi dovranno restare in ammollo 8-10 ore circa. Passato questo tempo si gonfieranno e cominceranno a spaccarsi. Il 2° giorno si scolerà tutta l’acqua. L’imboccatura del recipiente dovrà essere ricoperta con una retina fine, come quella che si utilizza per i confetti, ma va bene anche una calza di nylon, da fissare con un elastico. Ciò faciliterà le operazioni di risciacquo dei germogli, che va fatta due o tre volte al giorno.  Il 3° giorno si dovrebbero veder germogliare i semi. Bisogna continuare a sciacquarli due volte al giorno. Il 4° giorno si potranno finalmente mangiare ben scolati! In frigorifero si possono conservare qualche giorno, non in busta di plastica, meglio un contenitore di vetro. Ho letto che i germogli hanno un contenuto energetico molto elevato, una grande quantità di carboidrati che vengono trasformati in zuccheri semplici, assimilabili molto velocemente e sono poverissimi di grassi. Le vitamine aumentano fino al doppio rispetto al seme e fino al triplo rispetto alla pianta adulta. Coltivare i propri germogli in maniera casalinga permette di avere sempre a disposizione un ingrediente leggero, saporito e salutare e potrete arricchire tutti i vostri piatti, avendo cura di consumarli sempre a crudo per mantenerne tutte le proprietà nutrizionali. Buon appetito!

 

Distanza sociale – Attualità di un concetto classico

(di Giuseppe Taddei, presidente regionale ANLA Campania)

E’ apoditticamente manifesto che la società umana è una comunità organizzata composta da persone che condividono la stessa dimensione esistenziale e temporale.  L’organizzazione sociale ne modella la struttura. La percezione e la riconducibilità a categorie ed aggregati diversi e coesistenti ne misura la distanza. In epoca romana due erano le grandi classi sociali: i patrizi aristocratici proprietari terrieri, e i plebei contadini, commercianti e artigiani. Al servizio dei patrizi vi erano i clienti che ricevevano dai loro padroni terreni da lavorare. Gli schiavi, prigionieri di guerra o plebei insolventi ai debiti, erano completamente nelle mani dei loro padroni. Nell’antica Grecia  intorno al   VI secolo a.c. si annoverarono dalle tre alle quattro classi stabilite in base al censo che  Platone individuò nei governanti o filosofi, nei guerrieri e negli agricoltori. Via via nel corso del tempo si è passati al medio evo al rinascimento alle monarchie europee più o meno “illuminate”, dove nelle componenti della società si accentuava sempre più la connotazione di classe per poi passare a quella di casta con marcato distanziamento tra quelle più alte e quelle più basse. Adam Smith (1723-1790) suddivise la società in due classi, quella dei poveri e quella lavoratrice, mentre Marx (1818-1883) si soffermò sul rapporto con i mezzi di produzione, da cui emersero due classi conflittuali, i proprietari del capitale e quelli della forza lavoro. Nel Novecento i sociologi, accorgendosi della continua mobilità, della variabilità del sistema economico e della scolarizzazione che cominciava ad estendersi, hanno compreso che i confini tra le classi sono sempre più sfumati, al punto da stratificare le classi al loro interno (stratificazione sociale). Più avanti, giungendo ai giorni nostri, la società contemporanea è andata ad acquisire una sua  anomica e polisemica definizione,  propria della semantica dello spazio, individuando nel termine globalizzazione aspetti e profili geometrici a scapito di quelli temporali ed  esistenziali. La convulsa e frenetica vita quotidiana,  la esponenziale evoluzione tecnologica delle numerose metodologie comunicative, hanno annichilito la  nostra dimensione spaziale e temporale che ha perso ogni sua connotazione e valenza reale. Reinterpretare,  adeguare e riadattare  nell’immediato,  in funzione dei  cogenti e stringenti vincoli imposti dalla resilienza alla propagazione pandemica,  il concetto di distanza sociale rivisitato ed attualizzato in un contesto storico, sociale e culturale come quello che stiamo vivendo, connotato da “tecno-utopie”, potrebbe apparire quasi inattuale. A ben vedere però, acquista la sua attualità, quando con sguardo più realistico, ci si accorge di come la globalizzazione, non abbia annullato in toto il concetto di spazialità, attribuendo una configurazione frattale, cioè invariante, al ridisegnato archetipo strutturale  sociale dell’umanità. In effetti sotto certi aspetti, la globalizzazione si è adombrata come una complessa opera d’arte astratta priva delle più essenziali  prerogative dell’estetica figurativa. La metafora di una ordinata modernità è stata disattesa. In pratica spazio fisico e spazio sociale non sono evaporati, ma hanno perso la loro complanarità disancorandosi per poi re intersecarsi  e rifrangersi reciprocamente.   Emerge, quindi, in tutta la sua gravità l’enorme rischio che una prolungata, sebbene irreversibile, fase di distanziamento sociale nella complessa società contemporanea  si traduca in un viatico nelle più inesplorate, stridenti e caotiche dinamiche delle relazioni interpersonali, del dialogo quotidiano, della formazione diffusa e condivisa delle opinioni, della creazione di monadi vaganti.  Potrebbe venire meno lo spirito del comunitarismo che andrebbe ad infrangersi  difronte ad una società quale aggregato atomistico di individualità concorrenziali ed “insocievoli”.  Verrebbe distrutto lo spazio intersoggettivo che rende possibile la crescita morale,  sociale, comportamentale degli individui come membri consapevoli della comunità. La dimensione sociale e societaria diverrebbe secondaria e derivata rispetto a quella individuale oramai privata degli spazi e delle occasioni di interlocuzione.  Si potrebbe addivenire ad una nuova soggettività disgregata e senza identità, sradicata e oscuramente veicolata verso una paranoia sociale, condizionata da un persistente distanziamento, dettata dal dubbio e dal sospetto,  corroborata da un consumismo  illimitato e dalla chimera di  disideri inarrivabili.  Bisogna evitare che, tra gli effetti collaterali ed indesiderati della tragica emergenza sanitaria, che continua ad opprimere l’umanità intera, si addivenga a delle perseità evanescenti e senza identità modellate dall’esterno e sottomesse alle logiche precarizzanti dell’accumulazione illimitata.  In questa difficile congiuntura storica è più che mai indispensabile mantenere viva e ferma la cifra della integrità morale centrata su rapporti continui e solidali tra libere individualità, assicurando il giusto equilibrio tra i principi costituzionalmente sanciti e garantiti della libertà individuale e della salute di tutti i cittadini, con primato di una vera politica solidale europea, di una politica economica improntata allo sviluppo sostenibile ed alla piena occupazione, preminenza della dimensione sociale (interesse pubblico) su quella privatistica (interesse privato), nonché, ma a tal punto soprattutto e principalmente, presidiare una  stabilità solida  dell’essente  attingendo  a piene mani dal nostro credo religioso e cristiano nella più ampia prospettiva ecumenica possibile.

 

 

#incucina

(di Roberta Greco) L’aglio  (I parte)

Da un’iscrizione sulla Piramide di Giza sappiamo che gli schiavi addetti alla sua costruzione dovevano consumare una testa d’aglio al giorno perché avessero la forza necessaria; sappiamo anche che la sua ampissima diffusione nella Francia meridionale – orgogliosa patria della salsa aïoli – è dovuta alle legione romane stanziate in Gallia; nella Grecia antica gli atleti lo prendevano prima delle gare e i soldati prima delle battaglie; durante la Seconda Guerra Mondiale i soldati russi avevano nello zaino spicchi d’aglio come disinfettante per le ferite.

Uno degli ingredienti più antichi e diffusi, l’aglio regna incontrastato da secoli nelle cucine mediterranea e italiana, profumando molti piatti deliziosi. Ideale nei soffritti e nelle marinature come in alcune creme e salse crude e cotte, l’aglio si sposa bene con tutto, carne, pesce, verdure.

Il folklore europeo, soprattutto del nostro meridione, vuole che una treccia appesa tenga lontano malanni e influssi malefici, oltre ai vampiri, leggenda nata curiosamente per le proprietà antiparassitarie di questa Liliacea (poiché il vampiro era visto come un parassita succhiasangue).

Ma vediamo da vicino cos’è l’aglio?

L’aglio è una pianta originaria dell’Asia ma che al giorno d’oggi è diffusa in tutto il mondo. Da sempre veniva collocato nella famiglia delle Liliaceae, ma una più recente classificazione l’ha spostata in una sottofamiglia delle Amaryllidaceae. Il suo nome latino è allium sativum. Esistono tantissime varietà di aglio in coltivazione, tra cui, per esempio, l’aglio di Caraglio, di Nubia, di Voghiera e molti altri ancora.

Aglio

Aglio

Caratteristiche nutrizionali, vitamine

L’aglio ha numerose importanti proprietà terapeutiche, infatti è considerata pianta d’elezione nella fitoterapia. Le proprietà dell’aglio sono molto note da sempre e da sempre molto efficaci, sia secondo la scienza sia secondo la tradizione popolare. La componente principale dell’aglio è l’allicina, che è un enzima che si sprigiona ogni volta che l’aglio viene danneggiato, ovvero tagliato o morsicato. Questo enzima, dall’odoremolto riconoscibile, è anche responsabile di molte proprietà benefiche ad esempio, l’allicina è un potente antibiotico, perfetto per debellare alcuni batteri. L’aglio è inoltre ricco di garlicina, altro antibatterico e di vitamine, come la vitamina B1, B2, vitamina C, e di ferro, iodio, calcio, fosforo e magnesio.

Proprietà e controindicazioni

E’ stato dimostrato che, se assunto in dosi massicce, contribuisce all’abbassamento della pressione, ottimo per chi soffre di ipertensione. Inoltre, nella fitoterapia, è usato per abbassare i livelli di glicemia, quelli di colesterolo e dei trigliceridi. E’ utile per stimolare la crescita dei capelli, e aiuta a trattare certe forme di diarrea e di meteorismo. Per rendere più efficaci le proprietà dell’aglio, va consumato crudo. Tuttavia l’aglio presenta alcune controindicazioni. Innanzitutto, se consumato crudo, l’alito avrà immediatamente un odore sgradevole dovuto all’allicina. Inoltre, se consumato in grandi quantità può essere causa di gastriti, o di reflusso gastroesofageo. Andrebbe quindi evitato se si soffre di gastrite. E’ sconsigliato il suo utilizzo durante la gravidanza e l’allattamento.

Come assumerlo?

L’aglio può essere assunto non solo nelle pietanze che cucinate, ma anche come alimento singolo. Se lo volete utilizzare a scopo terapeutico e preventivo, bisogna assumere almeno 2 o 3 spicchi di aglio crudo al giorno. Quando si tratta di intervenire su infezioni temporanee, come ad esempio diarrea, gli spicchi da assumere possono diventare addirittura cinque in un giorno solo. Come tutte le piante, per avere un effettivo risultato le dosi di assunzione devono essere massicce. Anche il succo d’aglio, estratto direttamente dal bulbo, può essere utilizzato come disinfettante e il composto, mescolato ad acqua, può essere conservato per un paio di mesi

Resilienza

(di Edoardo Patriarca) Oggi vi parlerò della resilienza. Parola riscoperta in questi ultimi anni, molto fortunata, citata  come non mai in articoli e convegni. Proviamo a indagarla insieme per trarne qualche insegnamento.
E partiamo dal suo significato originario. Il termine resilienza  così come l’aggettivo resiliente, è un termine che si ritrova già  in alcuni testi del primo ottocento, soprattutto nell’ambito delle scienze dei materiali. Trae origine dal latino resiliens, participio presente di resilire (“saltare indietro”): descrive la qualità di tutto ciò che “rimbalza” e che reagisce di fronte ad un urto, ad un evento.  Più precisamente nel  lessico delle scienze dei materiali, è la  capacità di un materiale di resistere agli urti assorbendone l’energia attraverso una deformazione elastica che, restituita, lo fa tornare  alle condizioni di partenza. Una precisazione va fatta: spesso si fa confusione tra resilienza e resistenza, nel linguaggio corrente appaiono simili se non sinonimi. In realtà mentre per quest’ultima si intende la capacità di resistere ad un urto o ad uno sforzo  prolungato, la resilienza è la proprietà di un sistema di adattarsi al cambiamento. Come accade per altri termini di derivazione scientifica ( vedi la fragilità che abbiamo indagato in un altro capitolo), anche la parola resilienza nel tempo ha maturato una molteplicità di significati in ambiti assai diversi, da quello psicologico a quello della formazione, nella sociologia come nell’analisi dei sistemi complessi, in ecologia e in biologia…
E se l’applichiamo alla persona e alla dimensione sociale cosa ne caviamo? Possiamo trarne qualche insegnamento? Per analogia possiamo dire che una  persona è resiliente quando di fronte ad un evento traumatico, una circostanza avversa, sceglie di ammortizzare il colpo subito, lo assorbe,  non soccombe, si lascia “deformare” pronto   a  riorganizzare positivamente la propria vita, senza rinunciare  ai propri sogni, alle proprie speranze.
Non è un  sopravvivere a tutti i costi (anche), piuttosto è   la capacità di apprendere dalle  situazioni difficili, dalle  sconfitte e dai dolori   cogliendo e mettendo a frutto le opportunità positive incontrate.   Se l’atteggiamento del resistente propone  più la dimensione della fissità, del fare muro, del rinserrarsi in attesa di tempi migliori,  la resilienza richiama un movimento, un” rimbalzo”,  un rimbalzo per prendere fiato e reagire. A me pare che in  questa emergenza la pratica della resilienza ci aiuti a “sopravvivere  con un rimbalzo”, senza mai, neppure per un attimo, rinunciare a riprenderci la vita quando ci sarà consentito. Stiamo imparando un nuovo modo di stare insieme,  riflettiamo  sulle scelte fatte, sui nostri stili di vita, sugli errori compiuti. Se vivremo questo passaggio con lo stile dei resilienti saremo pronti a  ripartire facendo bene e  meglio di prima. Ne sono certo, con più solidarietà e cooperazione soprattutto.

Per concludere vi propongo 4 immagini “resilienti”.

La prima è dedicata alla poesia “La Ginestra ” di Giacomo Leopardi, una poesia che pone  l’attenzione su una pianta, la ginestra  appunto (per Leopardi simbolo della condizione umana)che cresce anche negli ecosistemi più svantaggiati e  più ostili. Vive e rinasce  nonostante le sue radici affondino in  terreni  aridi e poco favorevoli alla vegetazione, e lo fa non in modo striminzito,  ma con  l’esplosione di fiori gialli da un profumo assai intenso.
La seconda la prendo dalla favola della Canna e della Quercia di La Fontaine che racconta che un giorno ci fu un grande uragano, con fulmini e tuoni che scuotevano tutto il cielo. La pioggia cadeva fitta e il vento travolgeva tutta la natura.  La Canna e la Quercia vivevano vicini. Di fronte alla tempesta la  Canna iniziò a ondeggiare sempre di più, piegandosi a terra per rialzarsi subito dopo. La  Quercia al contrario decise di mostrare  la sua forza: affrontò  il vento stando immobile con il suo robusto tronco. Ma il vento soffiò con raffiche sempre più forti, fino a che il  tronco della Quercia non ce la fece più e si ruppe.
La terza la traggo dal linguaggio della vela, “andare  di bolina” : risalire il vento, andare avanti nonostante il vento contro. Lo sanno bene i velisti, serve creatività, serve tanta tenacia,  non bisogna mai distrarsi, mai mollare un attimo. Si va contro vento andando avanti!
Non da ultimo la  celebrazione della Resistenza il prossimo 25 aprile. Scelgo l’immagine delle Aquile randagie: nel ventennio fascista  tennero vivo in clandestinità  il movimento cattolico scout soppresso dal Regime. Un movimento resiliente, reinventarono il metodo scout nella  clandestinità, riposero gli stendardi negli armadi ma mantennero vivo lo spirito. Rischiarono la pelle. E prepararono la democrazia.

bandiere italiane

bandiere italiane

La voce di ANLA nei media

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca è intervenuto alla trasmissione radiofonica Piazza inBlu del 23 aprile scorso condotta dalla collega Chiara Placenti e trasmessa sul circuito radio inBlu.

Per ascoltare l’ intervento del presidente Patriarca cliccate qui e avviate il file audio. L’intervento è ascoltabile quando manca 6 minuti e 25 secondi alla fine.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Anla Toscana, percorsi culturali in Firenze

Anla Toscana condivide con tutti i tesserati ANLA due nuovi interventi del prof. Federico Napoli sulla Loggia del Porcellino e sulle campane di Firenze. Scrive la presidente Anla Toscana Fiorenza Ciullini “Certi di rappresentare il vostro pensiero, vogliamo ringraziare con profondo affetto e stima il prof. Napoli per tutto quello che sta facendo per la nostra Associazione. Non vediamo l’ora di poter riprendere con lui i nostri percorsi culturali”.

Loggia del Porcellino

Le campane di Firenze