Archivi giornalieri: 8 maggio 2020

Gratitudine

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi vi parlerò della gratitudine.

Come mi è solito parto dal significato etimologico della parola, e questa volta me la cavo con poco:  gratitudine viene dal latino tardo gratitudo-dĭnis, der. di gratus, grato, riconoscente.
Grato e riconoscente dunque, partiamo da qui.
Ho scoperto il sentimento di gratitudine giorno dopo giorno, con il passare degli anni, nei momenti di gioia e in quelli della fatica. Mi ha coccolato. È davvero un dono grande, lo si  conquista in spirito di gratuità, richiede una profonda  dimensione interiore,  e quando   matura  dentro ti ricambia restituendo serenità e  più coscienza del cammino che hai percorso. Un amico caro , un sacerdote,  mi ha indicato  sin dall’infanzia la   chiave per vivere una vita buona: la felicità  la troverai  se sarai consapevole del bene che hai ricevuto, gratuitamente,  il più delle volte   senza che tu l’abbia chiesto, spesso senza averlo neppure meritato; da lì scoprirai la  chiamata all’impegno per  ridonare quanto hai ricevuto. E sarai felice!

gratitudine

gratitudine

Un chiarimento: si è grati  non perché si ha un “debito” da onorare. Debito e  gratitudine si muovono su piani assai diversi: non è il debito ma la vita con il “grazie nel cuore” che muove la gratitudine.  Oggi si stenta a pronunciare il grazie: l’individualismo e  il narcisismo imperanti  non lo apprezzano,  tutto è dovuto o  semplicemente acquistabile; se eccedi nel “grazie di cuore”  al cospetto degli altri    apparirai un  debole, un dipendente, e  nella società della competizione cinica ( mors tua vita mea) non te lo puoi proprio concedere!
La gratitudine è tutt’altro, è un dono  straordinario che viene posto davanti a noi, un sentimento che fa “riconoscere”  l’altro, ti sollecita a unire e  creare legami. ”Io ti vedo“, ti sono grato per quello che sei, per le tue virtù e per i tuoi difetti,  per il tuo modo di essere; ti ringrazio di fare parte della mia vita, la  arricchisci  con la tua presenza,  sarai  nei miei pensieri  anche se le vicissitudini dell’esistenza dovessero separarci.
Mostrarsi grati dunque non è un obbligo, né tantomeno un debito, o la pretesa di un contraccambio. La misura autentica  della gratitudine si esprime al contrario nella   libertà, è sincera e spontanea, ci abilita a cercare   la felicità  soprattutto nelle piccole cose che ci    accadono,  spesso non le riconosciamo come “donate” da coloro che sono accanto a noi.  Pensiamo  che tutto avvenga per merito nostro, ma non è così, o per lo meno lo è solo in parte. Ci vuole davvero tanta umiltà  per ammettere che non potremmo essere ciò che siamo senza il contributo delle persone care e di tutte quelle abbiamo incontrato crescendo . La nostra vita è attraversata da un file rouge di doni spesso nascosti  e preziosi: se ne saremo consapevoli e li custodiremo  nel cuore vivremo una vita grata e felice.
Concludo con Albert Camus: giunge al premio Nobel per  la letteratura nel 1957 e dedica il primo pensiero al maestro delle elementari, una lettera-manifesto  sulla gratitudine.

Caro signor Germain,
ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza la mano affettuosa che lei tese al bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze

Verso quale normalità?

(di Antonello Sacchi) Non entro nella polemica politica, i fatti sono sotto gli occhi di tutti e aggiungere parole non servirebbe perché ognuno di noi si è fatta la sua opinione che prima o poi esprimerà nei luoghi opportuni, e poi perché non voglio aggiungere parole fini a se stesse in un momento così drammatico che ci ha separato da persone a noi care. Dobbiamo tuttavia guardare avanti, ce lo impongono i nostri figli.

Entro nella concretezza della quotidianità  ricordando che vivere è il contrario della paura. In un certo senso, con l’allentamento del lockdown, siamo tutti messi a una duplice prova, una sociale e una progettuale. Sociale perché dopo mesi di quarantena ci è stato detto che qualcosa possiamo fare ma di fare attenzione perché se andrà male dipenderà solo da noi… ebbene non dimentichiamo per favore che, pur con differenti intensità a seconda dei vari territori, il Covid-19 circola ancora fra la popolazione cioè fra di noi. Detto questo, non cadiamo preda della paura, un veleno che ottenebra la mente e gela gli arti: seguendo le disposizioni delle Autorità possiamo lentamente, senza affanno ma con prudenza e buon senso, riaffacciarci alla vita, rivedere i nostri parenti. Viviamo un nuovo inizio, che necessita di continue e periodiche verifiche, ma inizio di cosa? Della vita di prima dell’inizio della pandemia? Mi ha colpito il Rapporto Istat diffuso nei giorni scorsi sul l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale  della popolazione residente nel primo trimestre 2020. Colpito perché, confrontando gli stesi periodi del 2020 e del 2019, le cifre per le zone della classe di alta diffusione sono impressionanti per l’aumento dei decessi, e ogni unità significa un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, un padre, una madre strappato all’affetto dei suoi cari, mentre nelle zone a bassa diffusione del Covid-19, dove cioè la vita ha avuto una parvenza di maggiore sicurezza pur nella chiusura di ogni attività dovuta al lockdown, è stato registrato un impatto negativo sulla mortalità, ad esempio a Roma circa  un -9% di persone decedute rispetto alla media dei cinque anni precedenti (mese di marzo).  Tutto ciò cosa significa?

Tornare a sperare

Tornare a sperare

Parlavo prima di una sfida sociale e progettuale: la pandemia ci ha fatto finalmente tornare in noi stessi facendoci capire la fragilità connaturata al nostro essere donna e e uomini, lo abbiamo detto. La pandemia ci ha fatto riscoprire le relazioni di prossimità, lo abbiamo scritto. La quarantena ci ha posto sotto gli occhi che la carità e la pietà, nel senso latino dei termini, un trasporto di cuore e di mente che non è il minimo gesto dell’obolo, non possono fermarsi perché l’accresciuta povertà è sotto gli occhi di tutti e moltissimi volontari, anche di ANLA, non si sono mai fermati per aiutare i più sfortunati, e anche questo abbiamo documentato. La quarantena ci ha fatto capire che ci sono nuove forme di lavoro, abbiamo parlato tante volte di smart working, ma per le tantissime persone che vivono di relazioni, dal commercio al turismo alla ristorazione, e di impresa personale e non di sussidi o di tanto ambiti posti a stipendio sicuro, essa ha significato l’affanno economico, la rovina, la chiusura, la povertà. Che fare?

Tante, troppe domande, ma spero con esse di aiutare me e tutti noi nella riflessione. Ma vi ripropongo quella fondamentale: verso quale normalità vogliamo orientarci?

Penso che la sfida più grande che ci attende sia mettere in pratica le riflessioni che la quarantena ci ha indotto.