Archivio dell'autore: Antonello Sacchi

Informazioni su Antonello Sacchi

Antonello Sacchi, giornalista e scrittore, è il responsabile stampa e comunicazione di ANLA Onlus e il direttore di Esperienza, periodico ufficiale dell'Associazione.

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) Siamo ancora in emergenza. Non dimentichiamolo. Rimaniamo in casa, è un obbligo. Possiamo muoverci solo per motivi eccezionali e ben provati, non per nulla occorre un’autocertificazione, e secondo determinate regole.

Limitando il discorso alle relative difficoltà del  periodo di quarantena che tutti noi dobbiamo rispettare – perché la vera difficoltà è là dove donne e uomini lottano ogni giorno, anche mettendo a rischio la propria incolumità,  per salvare la vita delle nostre sorelle e dei nostri fratelli duramente provati dalla malattia  – penso che  il rispetto ferreo  di una regola drastica  sia una novità assoluta e come tale difficile da gestire. Siamo stati abituati a godere di una libertà assoluta in ogni ambito, quindi a seguire regole di vita parziali perché investivano solo alcuni aspetti del nostro vivere quotidiano. Ora invece dobbiamo ubbidire alla Regola, quella con la lettera maiuscola, e il disubbidirla o l’aggirarla non dà nessuna patente di furbizia ma compromette la salute nostra e del nostro prossimo. Ecco perché è necessaria anche una comunicazione univoca, che unisca competenza a scelta del tempo opportuno per parlare, perché ci sia chiarezza nelle indicazioni e ne possano conseguire comportamenti virtuosi.  Cerchiamo di aiutarci tutti, non è facile lo so, ma restiamo a casa, anche se ci dovrà probabilmente volere tutto il mese di aprile.

L'attesa

L’attesa

In base alle attuali indicazioni, è presumibile che a maggio potremo tornare ad uscire. Ci sorprendiamo spesso a interrogarci sulla vita che faremo e sul fatto che niente sarà come prima. Vero, falso, non lo so: vorrei solo evitare la ben nota affermazione gattopardesca del fatto che sia necessario che tutto cambi perché tutto rimanga come prima (anche se nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, che ho controllato essere acquistabile anche in formato digitale, è Tancredi e non il principe di Salina a parlare di questo). Quel che sempre di più mi convince è che non viviamo un tempo sospeso ma un tempo in pienezza: cioè non viviamo “in attesa di”, qualcuno o qualche cosa o tornare a fare etc etc, ma viviamo qui e ora giorni che fanno parte del nostro tempo, del tempo che ci è dato vivere. Non salgo al piano superiore – lascio la metafisica ad altri – ma restando al qui e ora comprendo che quello che sarò a maggio lo sarò in base alle scelte di oggi, a  come vivo ora le relazioni, reali in famiglia e virtuali con il resto del mondo, e che l’Italia che ripartirà a maggio sarà figlia, nel bene e nel male, della capacità progettuale di oggi. E naturalmente di quanto sapremo avvalerci della capacità che avevano i nostri anziani, cioè di saper attendere.

Le pagine web del Ministero della Salute

Ricordiamo che sulla pandemia il Ministero della Salute sul suo sito web ha dedicato una sezione ad hoc raggiungibile cliccando qui.

Importante verificare periodicamente le informazioni presenti, tra l’altro è anche possibile, tramite un link al ministero dell’interno, scaricare il modulo per l’autocertificazione da utilizzare negli spostamenti necessari, perché ricordiamolo, dobbiamo restare in casa.

E’ presente anche un recente articolo sull’attività fisica in casa per gli Over 65 in epoca di Covid-19 contro i rischi della sedentarietà dove gli esperti del Ministero scrivono: “Soprattutto negli anziani l’esercizio fisico è particolarmente importante perché oltre a favorire un buon funzionamento del sistema muscolo-scheletrico aumenta il benessere psicologico e la percezione dell’autoefficacia personale, essenziali nella gestione dello stress e dell’ansia e tensione che la situazione attuale può determinare” e seguono alcuni consigli dell’ISS su attività ed esercizi fisici per gli over 65 che possono essere letti cliccando qui.

Numerose le informazioni presenti e aggiornate. Particolarmente interessante sono le false notizie sul Covid – 19, le bufale, puntualmente smascherate o almeno ridimensionate dal Ministero della Salute. Dall’acqua del rubinetto al bagno con l’acqua bollente, dalle mascherine fatte in casa agli essiccatori ad aria calda per le mani… insomma leggetele cliccando qui. Ci farà sicuramente bene conoscere maggiormente la situazione.

Lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) La parola che vi propongo oggi è lavoro

Nella nostra Costituzione  la parola riecheggia  13 volte. Il principio lavoristico  declamato nell’art.1,  assieme a quello solidaristico e democratico,  mette al centro la persona e la sua dignità. Il cuore del lavoro è la persona, rifugge la sola dimensione contrattualistica (occupazione e retribuzione),  è di più, è anche  un atto creativo, un fare bene ciò che ti è stato affidato. Papa Francesco  in linea   con il dettato costituzionale, e va da sé con la dottrina sociale della Chiesa,   descrive  il  “lavoro  degno” con quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale. Risuonano    nella  Costituzione in forma diversa:  “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4).

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Ora la pandemia ci ha posto di fronte ad un passaggio inaspettato e tragico,  una discontinuità dirompente pari a quella provocata da una guerra. Ne siamo consapevoli, lo sentiamo sulla nostra pelle,  lascerà tracce profonde e durature. Abiteremo diversamente il tempo che ci è dato di vivere: il declino, la povertà, la decrescita infelice saranno un destino inevitabile?   O l’opportunità per ripensare modelli organizzativi, e  archiviare la   scansione   spazio/tempo – grigia e inossidabile  da un secolo- ereditata dalla  prima rivoluzione industriale?    Perché non innescare  un processo di cambiamento,  un nuovo umanesimo, un Rinascimento nel modo di produrre e di lavorare? Le dichiarazioni “visionarie”  della  Costituzione, molte ancora da attuare, forse troveranno nuova linfa. Una premessa va fatta. Se riflettiamo sul  lavoro degno non possiamo non  denunciare quello indegno: quello dei lavoratori irregolari, in nero (si parla di quasi 4 milioni di persone),  coinvolti soprattutto  nei servizi  alla persona, in agricoltura, edilizia, trasporti, ristorazione, turismo, commercio…e i working poor , i lavoratori sottopagati che pur lavorando vivono nella miseria e nella povertà, senza orari . “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità  e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.  Ancora una volta c’è lo ricorda la Costituzione nell’ art.36).

Detto ciò, un primo abbozzo di riflessione.
In queste settimane sono state scritte parole per lo più sconosciute ai più: home working, lavoro agile, smart working, telelavoro… Hanno significati diversi, modelli contrattuali e regole differenti, ma   tutti hanno un unico denominatore: il lavoro si svolge in luoghi altri da quello aziendale ( generalmente a casa ) e in orari diversi dall’orario canonico.Stiamo vivendo queste esperienze per emergenza, costretti dalla pandemia. Possiamo trarne qualche insegnamento? E se proponessero in filigrana un nuovo paradigma, una sorta     di sgretolamento degli spazi e  dei tempi canonici, la  smaterializzazione del prodotto resa possibile dalla evoluzione delle tecnologie digitali?
Ma quali sono le condizioni perché lo smart working funzioni per davvero? Non funziona, è certo, se vige il modello fordista, il controllo a vista, la mentalità gerarchica  e burocratica in azienda. Funziona se si avviano   processi partecipativi che premiano la collaborazione e la cooperazione , la fiducia e la responsabilità, l’autorealizzazione e la messa a frutto dei propri talenti, il senso  di appartenenza e la programmazione  per obiettivi. Ma questi indicatori necessari per il lavoro agile non sono altrettanto generativi per tutte le tipologie di lavoro? Se già ora provassimo a vivere il cambiamento    rafforzando le piattaforme digitali, la banda larga, la formazione  dei dipendenti, il sostegno alle imprese che ci vogliono provare, avremo  sperimentato  nuovi modi per sostenere la conciliazione tra vita lavorativa e  vita familiare; daremo la possibilità  a molti giovani di poter abitare   nei territori cosiddetti periferici   (penso alle aree montane),  apriremo nuovi moduli  formativi per valorizzare i talenti di ognuno e avremo imprese più efficienti e produttive.

#iorestoincasa… e facciamo…

(di Annalisa Gatti) Scrivere, un via libera alle nostre emozioni

In questi giorni particolari in cui si resta in casa, si ha più tempo per pensare e almeno io alterno momenti di energia e buona volontà a momenti di ansia e tristezza per quello che accade intorno a me. Cerchiamo di essere positivi invece e di concentrarci su qualcosa che fino ad oggi non avevamo mai avuto il tempo di fare. Approfitto di questo spazio per raccontarvi dei miei genitori, di come sono riusciti ad utilizzare il tempo in casa in questo particolare momento. Mio papà ha oltre novant’anni e mamma dieci anni di meno e hanno 7 nipoti di cui due  piccolini, di tre e sei anni. La scorsa settimana il più piccolo è stato poco bene, con febbre molto alta, immaginate che preoccupazione in un momento come questo. I nonni, non potendo muoversi da casa e aiutare il piccolo malato, anche solo con la loro compagnia come sono abituati a fare, hanno pensato di assistere il nipotino in questo modo: attrezzati con carta, penna e tanta fantasia hanno cominciato a scrivere delle fiabe, episodi inventati da loro, dove il protagonista era proprio un bimbo che somigliava in tutto al piccolo Giorgio (questo il nome del nipotino) che doveva sconfiggere un drago (la febbre). Mamma, che ha molta immaginazione, dettava il testo e papà scriveva, poi mandavano le favole con una mail a casa del piccolo malato che apprezzava moltissimo le avventure a puntate di questo bimbo come lui. Questa iniziativa mi ha fatto tanto piacere perché ho pensato che i nonni, tutti i nonni, sono insostituibili in una famiglia e in generale, le persone di una certa età, hanno tanta esperienza in più rispetto a noi e sanno, anche nei momenti difficili, tenere duro, avere pazienza e non avvilirsi. Sono loro spesso che ci danno coraggio e forza, che trovano le parole adatte per consolarci e che con il loro affetto ci danno iniezioni di energia. Forza quindi, diamoci da fare, questo tempo finirà e allora sarà persa anche l’opportunità di fare qualcosa di particolare, qualcosa di buono, di utile, di curioso, chissà….

Scrivere...

Scrivere…

Scrivere… perché no? Per esempio scrivere un’autobiografia. Che bello raccontare di se, dei propri ricordi, delle antiche paure, delle grandi gioie, gli amori vissuti, quelli mancati… possono essere davvero infiniti i temi da affrontare. Forse non tutti hanno la fantasia della mia mamma ma anche solo ricordare e mettere su carta episodi della propria vita, può essere un valido aiuto contro la noia. A volte poi, rileggere i propri pensieri e i propri ricordi può servire ad affrontare le sfide presenti. Ma viene da chiedersi: “A chi può interessare la mia storia comune, che non ha nulla di interessante?” Non c’è bisogno di aver vissuto esperienze fuori dal comune per scrivere qualcosa di se. Avere affrontato un problema, un conflitto, una difficoltà è sempre la base per una buona storia. Potrebbe essere anche un regalo originale e tanto gradito per i propri familiari.

Ho letto che in Europa esistono diversi Archivi Nazionali delle Memorie: assomigliano a biblioteche ma anziché libri pubblicati e venduti, contengono racconti personali, spesso scritti da gente che non aveva mai scritto prima, memorie riportate anche in dialetto, a volte con errori di grammatica ma per questo ancora più autentiche e interessanti.

Se mi avessero chiesto “da dove si parte”avrei detto a chiunque “vai con la mente dove ti porta il cuore e scrivi” ma non è così.

Ci sono moltissimi consigli on line per chi avesse voglia di intraprendere questo cammino. Per curiosità sono andata a leggerne alcuni e riporto in queste righe quelli che, a mio parere, sono i più interessanti. Il cuore e la mente sono fondamentali ma ci sono alcuni consigli da seguire per non fare un pasticcio.

Uno dei modi migliori per imparare a scrivere della vostra vita è leggere prima alcune delle grandi autobiografie finora pubblicate. Inoltre cercate di inquadrare storicamente il periodo di cui si parla e non prendetevi troppo sul serio. Bisogna poi capire quale sarà il vostro pubblico perché il linguaggio e i dettagli saranno diversi. Ci dovrà essere un tema attorno a cui ruoteranno i ricordi e guardare le foto di famiglia e parlare con parenti, vecchi amici, può aiutare a ricordare momenti ricchi di episodi e storie divertenti, quindi aiutate la  memoria. Organizzate il cammino in ordine cronologico oppure basandovi su eventi importanti, attenzione a non fare un noioso elenco di avvenimenti! Dopo aver scritto una prima bozza rileggetela e soprattutto fatela leggere a qualcuno che vi conosca e che vi possa aiutare a individuare gli errori e vi possa dare suggerimenti per migliorare la lettura del testo. Prima di considerare l’autobiografia finita, mettetela da parte e riprendetela dopo alcune settimane. La leggerete con un altro spirito e vedrete che ci sarà altro da inserire, da tagliare, da aggiungere, da alleggerire. La vostra storia potrebbe diventare una realtà apprezzata dai vostri cari e magari per le generazioni a venire. Buon lavoro.

 

Finalmente Festa! Prima puntata

(di Roberta Greco) Pasqua è ormai alle porte e anche quest’anno ci tocca la grande consueta abbuffata prima di entrare in fissa con la prova costume. Questa è una piccola raccolta di piatti tradizionali del nostro bellissimo Paese 

A Napoli per Pasqua le ricette del menù del pranzo sono all’insegna della tradizione più antica. Si comincia con un ricco antipasto di salumi e formaggi tipici della regione: ricotta salata, provolone, salame tipo Napoli, mozzarelle di bufala, capocollo, pancetta, uova sode che si presentano già affettati in tavola su un grande tagliere dal quale ogni commensale può servirsi a suo piacere. Si prosegue con il casatiello. Una torta salata ripiena di salumi e formaggi e uova sode. Ovviamente il casatiello può, anzi, deve accompagnare i salumi e i formaggi del piatto beneditto. Il casatiello in genere si prepara la sera del Venerdì Santo e si lascia lievitare l’intera nottata, per poi cuocerlo il sabato seguente.

Pizza rustica, Casatiello Napoletano

Pizza rustica, Casatiello Napoletano

Eccoci poi ai primi piatti: la minestra maritata e a seguire la pasta al forno. Anche queste sono preparazioni abbastanza lunghe, soprattutto la minestra però il loro sapore ripagherà del tempo speso in cucina.

Il secondo di carne ossia il capretto al forno con piselli è legato come sempre alla tradizione soprattutto nel nome perché viene chiamato anche ‘o Ruoto proprio perché è cotto al forno in una teglia di forma circolare – il ruoto appunto.

Per contorno i carciofi mammarelle in pinzimonio oppure indorati e fritti.

E infine non poteva mancare il gran finale con la pastiera.

In Sicilia. In tutte le case dei catanesi quando si prepara il primo piatto pasquale non manca mai la pasta co sugu di l’Agneddu oppure la pasta co aggrassato di agneddu. Si tratta di due versioni differenti, la prima versione è un sugo di agnello mentre la seconda si tratta di uno stufato di agnello. Entrambe le versioni sono accompagnate necessariamente da contorno che sono patate al forno e carciofini arrostiti.

Come secondo le impanate ragusanel’agnello aggrassato o il cosciotto d’agnello al forno.

A Ragusa il Venerdì Santo viene lavorata la carne dell’agnello, per poi gustare le ossa, quindi il cibo più povero, il sabato, e godersi le impanate e i turciniuna (preparati con le interiora) la domenica.

Le impanate di agnello sono uno dei cibi pasquali più tipici di Ragusa, sono una sorta di focacce ripiene di carne d’agnello, in cui la carne viene cotta direttamente all’interno dell’impasto. Alcune famiglie mangiano le impanate già il sabato di Pasqua, altre invece aspettano la domenica (perché il sabato si spolpano le ossa dell’agnello), senza dimenticare di portarsele fredde alle scampagnate di Pasquetta. C’è chi prepara le impanate mettendo i pezzi d’agnello con le ossa all’interno e chi invece preferisce mettere la polpa disossata.

L’agnello aggrassato è una preparazione in umido, una sorta di spezzatino arricchito con le patate, ed è proprio lo sfarinarsi delle patate tipico di questa preparazione che rende l’aspetto dell’agnello “aggrassato”.

Un piatto molto apprezzato dai catanesi è u’ pastieri. Si tratta di una focaccia spesso utilizzata anche come antipasto fatta con pasta di pane e strutto ripiena di un impasto fatto di interiori di agnello tritata, carne di agnello cruda tritata, caciocavallo grattugiato, pepe, sale, prezzemolo, brodo di interiore e uova.

Per i dolci c’è la torta pasqualina, composta da sottili strati di un impasto non lievitato a base di farina, acqua e olio, e da un goloso ripieno a base di ricotta (la ricetta è ligure ed al posto della ricotta servirebbe la prescinseua, praticamente impossibile da trovare in altri posti), uova ed erbe.

Le cassatelle di ricotta ragusane, che sono molto diverse dalla cassata siciliana conosciuta in tutta Italia, sebbene abbiano in comune la ricotta come ingrediente base, hanno una base che somiglia un po’ a una frolla, ma fatta con lo strutto, e sono ripiene di ricotta fresca vaccina aromatizzata con la scorzetta di limone, anche se ormai se ne vedono anche in versioni più “moderne” con aggiunta di gocce di cioccolato.

I biscotti quaresimali. Si tratta di un dolce caratteristico di Catania che viene preparato con ingredienti tipici siciliani come le mandorle ed i pistacchi. L’impasto da infornare si ottiene con mandorle tritate mescolate con frutta candita, zucchero, uova e farina. Una volta sfornati vengono poi ricoperti di gomma arabica e granella di pistacchio.

#andratuttobene

I rapporti personali

(di Antonello Sacchi) Durante questa epidemia ho visto concretizzarsi nel senso peggiore l’antica massima latina, mutuata da Plauto, “homo homini lupus”: il contagio si diffonde da uomo a uomo, in un certo senso è il mio prossimo il mio potenziale nemico proprio perché potenziale untore. Untore fisico, perché possibile veicolo del virus. Untore psicologico perché possibile propagatore di malumore o di paura, o più banalmente di fake news, una volta si diceva di notizie inventate. A proposito, perché indugiare su immagini di morte o di grande criticità fisica quando  purtroppo queste possibili situazioni ci sono ben note?

Tramonto a Bordighera (si ringrazia l'Amministrazione Comunale per le immagini messe a disposizione)

Tramonto a Bordighera (Immagine di repertorio)

 

Poi però vedo persone che, bardate di mascherina e guanti, nel rispetto delle norme indicate dall’Autorità,  portano cibo e bevande a uno sconosciuto che non ha casa, a un anziano che vive da solo nel suo appartamento, o semplicemente fanno il loro lavoro perché la vita nelle nostre case possa proseguire. Allora comincio a pensare che alla fine di questa epidemia, perché finirà e speriamo ciò avvenga il prima possibile, ci ricorderemo di tante cose prima di andare a ballare nelle piazze come accadde alla fine della seconda guerra mondiale. Penseremo ai nostri cari che ci hanno lasciato, e ognuno di essi è mio familiare perché siamo veramente tutti fratelli e non lupi gli uni per gli altri, ci ricorderemo dei nostri medici e di tutto il personale sanitario che sta lottando per la salute di tutti, ci ricorderemo che non è scontato godere di un tramonto al mare, di una passeggiata nei boschi, o di un giro per le nostre meravigliose città Agostino parlava di “miracula quotidiana” a proposito del fatto che non è scontato nulla, neanche del fatto che gli alberi possano crescere… ecco cerchiamo di recuperare la dimensione dello stupore vedendo con occhi nuovi ogni cosa che prima dell’epidemia ci sembrava scontata, nostra di diritto, banale. La vita non è mai banale, e soprattutto non è un nostro diritto ma un bene da rispettare. Cerchiamo di pensare positivo, perché dovremo ripartire come Paese e come famiglie, con un po’ più di semplicità e meno retorica, anche e soprattutto nei rapporti umani, imparando a non prenderci troppo sul serio e a non arrogarci diritti. Quanto ci sembrano lontane ora certe cose…

Se volete sfruttare questo periodo anche per la lettura, vi segnalo un libro, rigorosamente in formato e-book. Sono le Confessioni di Sant’Agostino. Non storcete il naso pensando a un racconto agiografico… leggetelo anzi appassionatevi all’avventura umana di questo grande intellettuale vissuto a cavallo dei sec. IV-V in un momento in cui il mondo antico segnato dalla grandezza di Roma, crollava e si stentava a vedere un nuovo orizzonte. Leggetelo perché Agostino voleva una sola cosa, essere felice, e in questo libro racconta quanto gli è costato e cosa è per lui la felicità.

Maggior attenzione per le persone più deboli

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca: “Dobbiamo cominciare a pensare a un nuovo modello di welfare per il nostro Paese. Non attendiamo la fine dell’emergenza, che ci auguriamo comunque che avvenga presto, perché è nelle emergenze che si deve verificare la tenuta dello Stato sociale”.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

 

Guardiamo con preoccupazione all’evoluzione della pandemia nel nostro Paese non tanto per quel che riguarda le misure di contenimento messe in atto, che forse in alcuni casi potevano essere più drastiche, quanto invece per la tipologia delle persone colpiteafferma il presidente nazionale di ANLA Edoardo PatriarcaCi riferiamo a tutta quella fascia di persone “deboli” che rischiano più degli altri per una duplice difficoltà, fisica e ambientale. Penso in primo luogo agli anziani ospiti delle RSA: i recenti casi in Lombardia e nel Lazio hanno evidenziato come questo sia uno degli ambiti sociali più delicati e bisognosi di immediata attenzione per la salute degli ospiti in primo luogo e per le famiglie dei loro cari. Non basta l’auto isolamento come è stato attuato tempestivamente nella maggior parte dei casi: occorre una supplementare attenzione da parte delle autorità per quel che concerne presidi, attrezzature, norme che possano garantire la sicurezza sia degli ospiti che delle persone che di loro si prendono cura. Altro ambito dove occorre  porre maggiore attenzione riguarda le famiglie con persone differentemente abili o gravemente malate e ospitate in casa che hanno bisogno più di altri di accompagnamento nella quotidianità di questi giorni. Uniamo la nostra voce a quella delle altre Associazioni  nel lanciare un grido di allarme: pensiamo alle famiglie in cui i genitori anziani si ammalano e non sono in grado più di aiutare i figli che da loro dipendono. Non basta in questi casi la pur generosa presenza dei volontari, occorre dar vita a un aiuto più strutturato. Ricordiamoci sempre dei più deboli, a cominciare dai nostri anziani, essi sono la forza della catena che unisce tutti noi”.

Il presidente Patriarca sottolinea un ulteriore punto: “Dobbiamo cominciare a pensare a un nuovo modello di welfare per il nostro Paese. Non attendiamo la fine dell’emergenza, che ci auguriamo comunque che avvenga presto, perché è nelle emergenze che testiamo la tenuta e la qualità  dello Stato sociale. La rete preziosa del gran cuore degli italiani, il volontariato, non si è fermata e nel rispetto delle norme diramate continua a dare una mano a chi è nel bisogno. Anche questa sia un’ulteriore occasione di riflessione per portare a termine la riforma del Terzo Settore”. E guardare avanti, a nuovi modelli di welfare comunitario già in atto e che vanno sostenuti con più decisione.

Spiritualità

Oggi la parola che vi propongo è SPIRITUALITÀ.

Sono stati quasi 5 milioni le persone che hanno partecipato al rosario di alcuni giorni fa, dati che hanno stupito alcuni commentatori. Un appuntamento che ha riguardato solo i credenti cristiani? Segno di una diffusa paura, di un timore che attraversa la vita e al quale non sappiamo dare una risposta? Il rifugio verso la religione “oppio dei popoli”? O qualcosa di più, una domanda interiore forse inespressa, confusa nella fretta della vita quotidiana, e che oggi riemerge nella quaresima civile che stiamo vivendo, mai così lunga?

La spiritualità appartiene strutturalmente alla dimensione umana, attraversa tutte le civiltà, persino quelle preistoriche, e ha trovato una molteplicità di risposte stupefacente. Nella fede per chi crede, e per coloro che non credono nella passione e nella dedizione a servizio dell’umanità. Nella mia vita ho imparato tanto da amici e amiche non credenti, mi comunicavano una “rassegnazione” però mai triste, interrogativa, su chi siamo e dove stiamo andando. La “certezza” della mia fede mi costringeva a reincontrare il mistero della vita, e le domande che ancora non trovano risposte.

E oggi, nella lunga quaresima dovuta al coronavirus, riscopriamo le dimensioni spirituali spente e sottaciute dal pensiero efficiente, tecnocratico , dell’algoritmo che risolve tutto, delle biotecnologie che vorrebbero spiegarci cosa sia la felicità, la tristezza, l’amore.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Di fronte alla fragilità, alla morte che si fa presente così terribile, aliena, sconosciuta tanto da impedirci di salutare i nostri morti, di poterli accompagnare, non abbiamo parole, siamo ammutoliti. O forse no. Forse in questi giorni emergono le risorse interiori preziose che ci appartengono da sempre, ma vissute più nella dimensione doveristica che nella prospettiva del gesto del dono e della gratuità libera e creativa. “Faccio questo perché penso sia giusto, buono e bello. Punto. Poi giungerà la legge che mi aiuterà a mantenere gli impegni di fronte alla comunità. Ma questo verrà dopo. Prima ho scelto in libertà.”

E così come credente comincio a sentire la mancanza della mia domenica, di comunicarmi, di scoprire che quel rito è una necessità interiore. Sento la mancanza di alcuni gesti per noi banali ma che oggi comprendiamo come “riti spirituali”: un abbraccio, un sorriso, la premura e la cortesia, le chiacchierate notturne a parlare dei massimi sistemi. Sento che la fragilità e la morte attendono una risposta, mai definitiva, mai certa, sempre inquieta e un po’ spaventata. Da cercare.

Mi ha molto colpito l’invito del vescovo di Bergamo fatto ai credenti e non, ai medici e infermieri delle terapie intensive, a compiere un gesto di benedizione verso le persone che muoiono sole. Un gesto di grande umanità, un amore smisurato per gli uomini, per la loro dignità, per un corpo inanime eppure persona. Possiamo ripartire da qui. Benedire sta per dire-bene.

Sulla cresta dell’onda sonora

(di Umberto Zanarelli)

in qualità di musicista professionista mi è stata offerta la possibilità di partecipare al grande coro che mai come in questo periodo ci vede tutti uniti per far fronte come sappiamo alla grave emergenza sanitaria che sta coinvolgendo tutto il mondo. Non siamo che infinitesimali granelli di sabbia indifesi, ma ciascuno con la propria anima, con i propri sentimenti e con le proprie emozioni. Oltre a seguire le indicazioni che ci vengono comunicate dagli esperti in materia ed oggi forzatamente costretti per giusti scopi precauzionali a rinunciare ai nostri abituali comportamenti, come smarriti, siamo quotidianamente alla ricerca di un qualcosa per meglio trascorrere il tempo vissuto tra le pareti domestiche e che possa apportare al nostro spirito un po’ di buon umore. Ascoltare musica, per esempio potrebbe essere una giusta scelta.

Rilassare e ascoltare musica

Rilassare e ascoltare musica

La musica unisce i popoli, e ciò ci è stato dimostrato attraverso i flash mob avvenuti in tutte le città come simbolo appunto di unione, quell’unione che ci fa sentire più forti. La musica ha capacità terapeutiche – studi scientifici hanno dimostrato come le sue vibrazioni siano in grado di sollecitare gran parte dei nostri organi, rallentare la frequenza cardiaca, abbassare la pressione sanguigna e diminuire l’ormone dello stress. La musica è capace di condurci in un’altra dimensione, nel sogno, nell’immaginazione dirottandoci così da brutti pensieri come quelli che in questo particolare momento alimentano le nostre paure a causa di un “nemico invisibile” – quindi, perché non ascoltare la Cantata n. 147 di Bach capace di elevare il nostro spirito, oppure una delle Sinfonie o Concerti per pianoforte e orchestra di Mozart atti a trasmetterci serenità, oppure le Quattro stagioni di Vivaldi per riappropriarci del nostro contatto con la Natura? Questi sono soltanto alcuni dei suggerimenti, soggettivi forse, ma visto che la musica agisce come distrazione favorendo al contempo l’esplorazione delle nostre emozioni, lascio anche a voi decidere di ascoltare ciò che più sarà consono al vostro momentaneo stato d’animo. Non deve trattarsi esclusivamente di musica classica o operistica, ma ciò che mi preme suggerirvi, è: per quanto vi sarà possibile, ascoltate musica!