Archivio della categoria: #andratuttobene

Verso quale normalità?

(di Antonello Sacchi) Non entro nella polemica politica, i fatti sono sotto gli occhi di tutti e aggiungere parole non servirebbe perché ognuno di noi si è fatta la sua opinione che prima o poi esprimerà nei luoghi opportuni, e poi perché non voglio aggiungere parole fini a se stesse in un momento così drammatico che ci ha separato da persone a noi care. Dobbiamo tuttavia guardare avanti, ce lo impongono i nostri figli.

Entro nella concretezza della quotidianità  ricordando che vivere è il contrario della paura. In un certo senso, con l’allentamento del lockdown, siamo tutti messi a una duplice prova, una sociale e una progettuale. Sociale perché dopo mesi di quarantena ci è stato detto che qualcosa possiamo fare ma di fare attenzione perché se andrà male dipenderà solo da noi… ebbene non dimentichiamo per favore che, pur con differenti intensità a seconda dei vari territori, il Covid-19 circola ancora fra la popolazione cioè fra di noi. Detto questo, non cadiamo preda della paura, un veleno che ottenebra la mente e gela gli arti: seguendo le disposizioni delle Autorità possiamo lentamente, senza affanno ma con prudenza e buon senso, riaffacciarci alla vita, rivedere i nostri parenti. Viviamo un nuovo inizio, che necessita di continue e periodiche verifiche, ma inizio di cosa? Della vita di prima dell’inizio della pandemia? Mi ha colpito il Rapporto Istat diffuso nei giorni scorsi sul l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale  della popolazione residente nel primo trimestre 2020. Colpito perché, confrontando gli stesi periodi del 2020 e del 2019, le cifre per le zone della classe di alta diffusione sono impressionanti per l’aumento dei decessi, e ogni unità significa un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, un padre, una madre strappato all’affetto dei suoi cari, mentre nelle zone a bassa diffusione del Covid-19, dove cioè la vita ha avuto una parvenza di maggiore sicurezza pur nella chiusura di ogni attività dovuta al lockdown, è stato registrato un impatto negativo sulla mortalità, ad esempio a Roma circa  un -9% di persone decedute rispetto alla media dei cinque anni precedenti (mese di marzo).  Tutto ciò cosa significa?

Tornare a sperare

Tornare a sperare

Parlavo prima di una sfida sociale e progettuale: la pandemia ci ha fatto finalmente tornare in noi stessi facendoci capire la fragilità connaturata al nostro essere donna e e uomini, lo abbiamo detto. La pandemia ci ha fatto riscoprire le relazioni di prossimità, lo abbiamo scritto. La quarantena ci ha posto sotto gli occhi che la carità e la pietà, nel senso latino dei termini, un trasporto di cuore e di mente che non è il minimo gesto dell’obolo, non possono fermarsi perché l’accresciuta povertà è sotto gli occhi di tutti e moltissimi volontari, anche di ANLA, non si sono mai fermati per aiutare i più sfortunati, e anche questo abbiamo documentato. La quarantena ci ha fatto capire che ci sono nuove forme di lavoro, abbiamo parlato tante volte di smart working, ma per le tantissime persone che vivono di relazioni, dal commercio al turismo alla ristorazione, e di impresa personale e non di sussidi o di tanto ambiti posti a stipendio sicuro, essa ha significato l’affanno economico, la rovina, la chiusura, la povertà. Che fare?

Tante, troppe domande, ma spero con esse di aiutare me e tutti noi nella riflessione. Ma vi ripropongo quella fondamentale: verso quale normalità vogliamo orientarci?

Penso che la sfida più grande che ci attende sia mettere in pratica le riflessioni che la quarantena ci ha indotto.

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) La seconda metà di aprile ci ha portato come regalo, più desiderato che mai,  la possibilità di una riapertura del nostro Paese dopo quasi due mesi di quarantena. Sono alla base fortissimi motivi economici, è chiaro, spero che, anche nei fatti, la salute sia ovunque tutelata: il particolare tipo di contagio del Covid-19 ci ha fatto comprendere che la disattenzione del singolo può mettere a rischio una comunità. Davvero la forza della catena che collega tutti i membri di una comunità è la forza dell’anello più debole e mi auguro che sul luogo di lavoro, a ogni livello, possano essere date istruzioni chiare e aiuti concreti perché tutti possano ritornare a lavorare in sicurezza, appena le condizioni di salute pubblica lo permetteranno.

smart working

smart working

Penso che sia sempre più evidente che, dove possibile,  lo smart working sia una necessità: purtroppo non sarà praticabile in ogni attività perché c’è tutta una serie di lavori che ne sono esclusi per la loro stessa natura. Dobbiamo incentivarlo e non solo come pio consiglio, sarebbe auspicabile diventasse obbligatorio là dove è possibile. Ne guadagneremmo in qualità della vita e dell’ambiente in cui viviamo, lo testimonia la riduzione dell’inquinamento in Europa dopo quanto già avvenuto in Cina nei mesi scorsi.

Dobbiamo fare attenzione in questa ripartenza, perché ci sono ancora zone d’ombra che riguardano certi meccanismi legati al contagio: ad esempio abbiamo davvero compreso cosa è accaduto nelle aree di grande contagio del nostro Paese?  Può funzionare il modello tedesco e/o quello sud-coreano di contenimento del virus? Stiamo forse avendo troppa fretta di riaprire? E lo stato sociale in italia in quali condizioni versa? Sul problema delle RSA e delle comunità di accoglienza delle persone fragili abbiamo emesso oggi un comunicato e vi rinvio alla sua lettura, aggiungo qui una nuova domanda: se i nidi, gli asili, le scuole non ripartono – e in assenza di sicurezza sanitaria non devono ripartire – e i  nonni devono stare lontani dai nipotini,  due genitori che lavorano entrambi cosa possono fare con i figli a casa?

In questo momento penso sia legittimo porsi delle domande e sperare che le risposte possano arrivare da persone competenti in materia e dotate di potere decisionale o che, per lo meno, siano ascoltate da chi deve puoi decidere.

Abbiamo una grande responsabilità, preservare la salute dei nostri cari e nostra, e una grande occasione, ripartendo, di cambiare davvero e in meglio la nostra vita. Ci riusciremo?

 

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) Cari amici,

In questi giorni ci stiamo riappropriando del silenzio. Esso pervade le nostre città, i nostri pensieri, le nostre anime. Il silenzio per il rispetto delle  vittime della pandemia, il silenzio della riflessione, il silenzio dello spirito che contempla e vive il mistero della fede che in questi giorni abbiamo vissuto con Papa Francesco, basti pensare alla Via Crucis di ieri sera. E’ tempo di  un nuovo silenzio, il silenzio colmo di speranza. Speranza che questa pandemia possa finire presto – dipende anche da noi, dalla nostra capacità di rispettare le regole e di stare in casa -, speranza di guarigione per tutti i malati, speranza per il futuro. Abbiamo dato alle stampe in questa settimana il nuovo numero di Esperienza, il periodico che viene spedito a tutti i tesserati ANLA. Se volete riceverlo seguite le istruzioni qui pubblicate. Il titolo è proprio Apriamoci alla speranza. La copertina, come ho scritto nella mia rubrica su Esperienza, attraverso i volti sorridenti di due volontari, appartenenti a generazioni differenti, di ANLA dell’Emilia Romagna che in sinergia con le Autorità sanitarie non si sono mai fermati, vuole essere un affettuoso sprone a rialzarci e andare avanti, ricordando i nostri cari che ci hanno lasciato e costruendo il domani. Voglio con questo ricordare e ringraziare tutti i nostri volontari che anche in questi difficili frangenti hanno continuato a telefonare alle persone sole o hanno organizzato raccolte alimentari per le tante persone che sono nel bisogno o hanno continuato a portare un sorriso nelle corsie degli ospedali. Le persone in fin dei conti hanno bisogno di poco: di un sorriso e di un invito alla speranza, e questo poco è davvero tutto.

Buona S. Pasqua a tutti

Copertina del nr. 3-4/2020 di Esperienza

Copertina del nr. 3-4/2020 di Esperienza

 

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) Siamo ancora in emergenza. Non dimentichiamolo. Rimaniamo in casa, è un obbligo. Possiamo muoverci solo per motivi eccezionali e ben provati, non per nulla occorre un’autocertificazione, e secondo determinate regole.

Limitando il discorso alle relative difficoltà del  periodo di quarantena che tutti noi dobbiamo rispettare – perché la vera difficoltà è là dove donne e uomini lottano ogni giorno, anche mettendo a rischio la propria incolumità,  per salvare la vita delle nostre sorelle e dei nostri fratelli duramente provati dalla malattia  – penso che  il rispetto ferreo  di una regola drastica  sia una novità assoluta e come tale difficile da gestire. Siamo stati abituati a godere di una libertà assoluta in ogni ambito, quindi a seguire regole di vita parziali perché investivano solo alcuni aspetti del nostro vivere quotidiano. Ora invece dobbiamo ubbidire alla Regola, quella con la lettera maiuscola, e il disubbidirla o l’aggirarla non dà nessuna patente di furbizia ma compromette la salute nostra e del nostro prossimo. Ecco perché è necessaria anche una comunicazione univoca, che unisca competenza a scelta del tempo opportuno per parlare, perché ci sia chiarezza nelle indicazioni e ne possano conseguire comportamenti virtuosi.  Cerchiamo di aiutarci tutti, non è facile lo so, ma restiamo a casa, anche se ci dovrà probabilmente volere tutto il mese di aprile.

L'attesa

L’attesa

In base alle attuali indicazioni, è presumibile che a maggio potremo tornare ad uscire. Ci sorprendiamo spesso a interrogarci sulla vita che faremo e sul fatto che niente sarà come prima. Vero, falso, non lo so: vorrei solo evitare la ben nota affermazione gattopardesca del fatto che sia necessario che tutto cambi perché tutto rimanga come prima (anche se nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, che ho controllato essere acquistabile anche in formato digitale, è Tancredi e non il principe di Salina a parlare di questo). Quel che sempre di più mi convince è che non viviamo un tempo sospeso ma un tempo in pienezza: cioè non viviamo “in attesa di”, qualcuno o qualche cosa o tornare a fare etc etc, ma viviamo qui e ora giorni che fanno parte del nostro tempo, del tempo che ci è dato vivere. Non salgo al piano superiore – lascio la metafisica ad altri – ma restando al qui e ora comprendo che quello che sarò a maggio lo sarò in base alle scelte di oggi, a  come vivo ora le relazioni, reali in famiglia e virtuali con il resto del mondo, e che l’Italia che ripartirà a maggio sarà figlia, nel bene e nel male, della capacità progettuale di oggi. E naturalmente di quanto sapremo avvalerci della capacità che avevano i nostri anziani, cioè di saper attendere.

#andratuttobene

I rapporti personali

(di Antonello Sacchi) Durante questa epidemia ho visto concretizzarsi nel senso peggiore l’antica massima latina, mutuata da Plauto, “homo homini lupus”: il contagio si diffonde da uomo a uomo, in un certo senso è il mio prossimo il mio potenziale nemico proprio perché potenziale untore. Untore fisico, perché possibile veicolo del virus. Untore psicologico perché possibile propagatore di malumore o di paura, o più banalmente di fake news, una volta si diceva di notizie inventate. A proposito, perché indugiare su immagini di morte o di grande criticità fisica quando  purtroppo queste possibili situazioni ci sono ben note?

Tramonto a Bordighera (si ringrazia l'Amministrazione Comunale per le immagini messe a disposizione)

Tramonto a Bordighera (Immagine di repertorio)

 

Poi però vedo persone che, bardate di mascherina e guanti, nel rispetto delle norme indicate dall’Autorità,  portano cibo e bevande a uno sconosciuto che non ha casa, a un anziano che vive da solo nel suo appartamento, o semplicemente fanno il loro lavoro perché la vita nelle nostre case possa proseguire. Allora comincio a pensare che alla fine di questa epidemia, perché finirà e speriamo ciò avvenga il prima possibile, ci ricorderemo di tante cose prima di andare a ballare nelle piazze come accadde alla fine della seconda guerra mondiale. Penseremo ai nostri cari che ci hanno lasciato, e ognuno di essi è mio familiare perché siamo veramente tutti fratelli e non lupi gli uni per gli altri, ci ricorderemo dei nostri medici e di tutto il personale sanitario che sta lottando per la salute di tutti, ci ricorderemo che non è scontato godere di un tramonto al mare, di una passeggiata nei boschi, o di un giro per le nostre meravigliose città Agostino parlava di “miracula quotidiana” a proposito del fatto che non è scontato nulla, neanche del fatto che gli alberi possano crescere… ecco cerchiamo di recuperare la dimensione dello stupore vedendo con occhi nuovi ogni cosa che prima dell’epidemia ci sembrava scontata, nostra di diritto, banale. La vita non è mai banale, e soprattutto non è un nostro diritto ma un bene da rispettare. Cerchiamo di pensare positivo, perché dovremo ripartire come Paese e come famiglie, con un po’ più di semplicità e meno retorica, anche e soprattutto nei rapporti umani, imparando a non prenderci troppo sul serio e a non arrogarci diritti. Quanto ci sembrano lontane ora certe cose…

Se volete sfruttare questo periodo anche per la lettura, vi segnalo un libro, rigorosamente in formato e-book. Sono le Confessioni di Sant’Agostino. Non storcete il naso pensando a un racconto agiografico… leggetelo anzi appassionatevi all’avventura umana di questo grande intellettuale vissuto a cavallo dei sec. IV-V in un momento in cui il mondo antico segnato dalla grandezza di Roma, crollava e si stentava a vedere un nuovo orizzonte. Leggetelo perché Agostino voleva una sola cosa, essere felice, e in questo libro racconta quanto gli è costato e cosa è per lui la felicità.

Maggior attenzione per le persone più deboli

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca: “Dobbiamo cominciare a pensare a un nuovo modello di welfare per il nostro Paese. Non attendiamo la fine dell’emergenza, che ci auguriamo comunque che avvenga presto, perché è nelle emergenze che si deve verificare la tenuta dello Stato sociale”.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

 

Guardiamo con preoccupazione all’evoluzione della pandemia nel nostro Paese non tanto per quel che riguarda le misure di contenimento messe in atto, che forse in alcuni casi potevano essere più drastiche, quanto invece per la tipologia delle persone colpiteafferma il presidente nazionale di ANLA Edoardo PatriarcaCi riferiamo a tutta quella fascia di persone “deboli” che rischiano più degli altri per una duplice difficoltà, fisica e ambientale. Penso in primo luogo agli anziani ospiti delle RSA: i recenti casi in Lombardia e nel Lazio hanno evidenziato come questo sia uno degli ambiti sociali più delicati e bisognosi di immediata attenzione per la salute degli ospiti in primo luogo e per le famiglie dei loro cari. Non basta l’auto isolamento come è stato attuato tempestivamente nella maggior parte dei casi: occorre una supplementare attenzione da parte delle autorità per quel che concerne presidi, attrezzature, norme che possano garantire la sicurezza sia degli ospiti che delle persone che di loro si prendono cura. Altro ambito dove occorre  porre maggiore attenzione riguarda le famiglie con persone differentemente abili o gravemente malate e ospitate in casa che hanno bisogno più di altri di accompagnamento nella quotidianità di questi giorni. Uniamo la nostra voce a quella delle altre Associazioni  nel lanciare un grido di allarme: pensiamo alle famiglie in cui i genitori anziani si ammalano e non sono in grado più di aiutare i figli che da loro dipendono. Non basta in questi casi la pur generosa presenza dei volontari, occorre dar vita a un aiuto più strutturato. Ricordiamoci sempre dei più deboli, a cominciare dai nostri anziani, essi sono la forza della catena che unisce tutti noi”.

Il presidente Patriarca sottolinea un ulteriore punto: “Dobbiamo cominciare a pensare a un nuovo modello di welfare per il nostro Paese. Non attendiamo la fine dell’emergenza, che ci auguriamo comunque che avvenga presto, perché è nelle emergenze che testiamo la tenuta e la qualità  dello Stato sociale. La rete preziosa del gran cuore degli italiani, il volontariato, non si è fermata e nel rispetto delle norme diramate continua a dare una mano a chi è nel bisogno. Anche questa sia un’ulteriore occasione di riflessione per portare a termine la riforma del Terzo Settore”. E guardare avanti, a nuovi modelli di welfare comunitario già in atto e che vanno sostenuti con più decisione.

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) Stiamo in casa. Non è un consiglio, è un obbligo, per la nostra salute e per la salute del nostro prossimo. Questo non significa che fra le pareti domestiche ci si debba lasciare andare, tutt’altro: la tecnologia ci offre la possibilità di effettuare un gran numero di attività, dalla lettura al lavoro, telelavoro o smart working che sia. Ora siamo costretti per necessità a modificare le nostre abitudini lavorative  ma cerchiamo di farne tesoro per quando supereremo questa difficile situazione.

Come ANLA, lo avete letto la settimana scorsa, abbiamo rinviato al prossimo 19 maggio il Convegno che terremo a Milano sul tema “Anni ’20. Pensione e Welfare, cosa resterà?” originariamente previsto in questi giorni, stiamo lavorando al prossimo numero di Esperienza che cercheremo di far uscire prima di Pasqua, stiamo lavorando già sui prossimi appuntamenti, in primis la Summer School di ANLA che quest’anno si terrà a Castel Gandolfo (Roma) dal 25 al 27 settembre.

#restiamoincasa dunque cercando di far tesoro di alcune suggestioni che qua e là si palesano. Questa pandemia può segnare una differenza fra un prima e un dopo, mi riferisco alla diffusione del virus, spingendoci a dare una personalissima risposta alla domanda su cosa sia superfluo e cosa sia essenziale nella nostra vita. Vedremo tutto con occhi nuovi, una volta finita la pandemia, e torneremo a interrogarci sul senso delle cose proprio perché maggiormente consapevoli del nostro limite, cosa che avevamo un po’ perso.

#restiamoincasa e dedichiamo più spazio alla famiglia, ai nostri cari, alla lettura:  la tecnologia può aiutarci con le video chiamate per vedere i nostri cari che non abitano con noi e se vogliamo leggere un buon libro, le edizioni e-book sono ormai talmente diffuse che con un click è possibile avere sul proprio smartphone o pc o Mac il libro desiderato.

lIbri e e-book

lIbri e e-book

 

Insomma, guardiamo avanti, cerchiamo di non restare tutto il giorno davanti alla tv ma abituiamoci a sentire le informazioni su canali istituzionali e a intervalli, per restare informati in maniera sobria e corretta – sulla comunicazione di questi giorni tornerò più avanti – per sapere esattamente cosa fare e cosa accade. Cerchiamo di mantenere la calma, di seguire in maniera rigorosa le indicazioni che ci verranno date dalle Autorità e così facendo, ma facendolo sul serio a cominciare dallo stare tutti a casa, #andratuttobene

Impresa

La parola che vi propongo oggi è impresa. L’emergenza ci fa riscoprire l’impresa e il suo ruolo. Un ruolo che il  tempo del mercatismo  e del liberismo hanno voluto ridurre   a solo macchina per  profitti e fornitrice  di lavoro salariato.  Se si aggiunge  altro,  a detta del pensiero economico mainstream,  si tradirebbe la sua vocazione originaria. Da  tempo, ma ora con l’emergenza tutto appare più  evidente,  abbiamo compreso  che le imprese  sono un “bene comune”. Vi apparirà   una forzatura, un azzardo. Un forzatura per coloro che pensano che le imprese devono  macinare profitti per i propri azionisti e nient’altro; un azzardo  per coloro che vedono l’impresa luogo strategico e simbolico per guadagnare le  “magnifiche sorti e progressive” riattizzando lo scontro ideologico capitale/lavoro.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Non è una forzatura e neppure un azzardo. Un filone del pensiero economico da sempre minoritario si sta affacciando   e sta guadagnando spazio. Le imprese sono anche attori sociali!  Non  in automatico, è una funzione che va “guadagnata”: senso di responsabilità verso la comunità,   competitività e solidarietà tenute assieme, competenze  dei propri dipendenti da valorizzare e garanzie per la loro salute; sostenibilità sul fronte ambientale e sociale  promuovendo  welfare aziendale, volontariato di impresa, rapporto generativo con il territorio nel quale  vivono.

Ecco forse si aprirà una nuova stagione, un capitalismo 2.0  con imprese che fanno profitto (non vivrebbero senza) e distribuiscono ricchezza, ma  che arricchiscono al contempo la democrazia di un paese, producono beni e servizi, fanno cultura e innovano stili  di vita sostenibili.  Dal shareholder value ( massimizzazione dei profitti e quotazioni in borsa) si passa al stakeholder value ( il valore dei lavoratori, il territorio, la comunità locale, i consumatori).

Queste imprese saranno chiamate a modificare i modi di produrre di matrice fordista , a riorganizzare le filiere produttive forse troppo lunghe, a favorire la ricerca e  l’innovazione valorizzando il proprio  personale, e nuovi modi di lavorare per la conciliazione tra vita familiare e lavoro ( perché non incentivare lo smartworking?  Non da ultimo, anche in economia  va coltivata la biodiversità: accanto alle imprese profit vanno aiutate le altre forme: quella sociale, quella cooperativa e quella pubblica. Quest’ultima,  negli anni delle privatizzazioni,  non sempre riuscite,  sono state ingiustamente  demonizzate. Ma la crisi del #coronavirus ci ripropone il loro valore strategico in  alcuni settori:  penso alla sanità e alle aziende ospedaliere,  alla infrastrutture strategiche come   trasporti, energia ,  comunicazioni…. Non il  ritorno ad uno stato che si fa imprenditore occupando impropriamente spazi  affidati alla libera iniziativa economica come prevede la costituzione , ma uno Stato  che protegge i  settori che presidiano i  beni  comuni.

 

Il volontariato non si ferma

(di Tiziana Marchetti). Sono Tiziana, come già sapete faccio parte di un gruppo di volontari, che coordino e che si occupa del trasporto dei dializzati. Si tratta di persone sofferenti, che assolutamente non possono rimanere a casa e per forza devono sottoporsi al trattamento in media tre volte alla settimana, pena la vita. Si sa questo è un momento difficile, c’è un’epidemia in atto, le persone sono allarmate, c’è un’immensa paura del contagio e ci si chiede se bisogna rimanere a casa, oppure stare al fianco degli ammalati che trasportiamo durante tutta la settimana, persone non autonome, persone di una certa età, a volte anche sole. La scelta non è facile, continuare comporta rischi, ma ci si mette anche una mano sul cuore, pensando che il servizio sanitario è al collasso, che medici, infermieri, operatori sono stanchi, esausti, stanno facendo tutti la loro parte e si sa che hanno bisogno di aiuto e allora???…. si continua, cercando di avere una maggiore attenzione, di seguire le regole: mascherine, guanti e poi noi non siamo soli, collaboriamo con l’Ausl e la centrale operativa del 118, che sono a nostra disposizione per mezzi cautelativi e consigli.

ANLA, volontari a Bologna

ANLA, volontari a Bologna

Mai, come in questo periodo mi sono sentita utile, cerco anche di trasmettere sicurezza agli altri volontari, ma, perdurando questa epidemia, il clima non è sereno e nelle varie incertezze ci sono anche le paure dei familiari, che sono preoccupati e sconsigliano vivamente i volontari di continuare il servizio.

Andando avanti la realtà di un probabile contagio prende sempre più forma, ma davanti ai miei occhi ci sono quegli ammalati che trasportiamo quotidianamente e non posso, non me la sento di abbandonarli, so che il tempo da noi dedicato a loro, per una struttura sanitaria, sarebbe un grosso ulteriore problema, probabilmente ingestibile in questo periodo. Quindi con coraggio si va avanti, sopperendo anche a quei turni, per i quali  alcuni volontari hanno deciso di non prestare più il servizio.

Il nostro gruppo è formato per lo più da persone grandi di età, persone maggiormente sottoposte al contagio con grossi rischi di guarigione, ma il mio amico Gabriele, 90 anni, mi insegna, questa la sua risposta ad una mia telefonata: “ Cara Tiziana mi spieghi perché non vuoi che faccia il servizio? Sei molto gentile, ma io ho preso un impegno e lo porterò a termine, io voglio fare il mio servizio”. Ecco di fronte a tanta grandezza d’animo, tutti i dubbi se ne vanno e si continua domani, dopodomani e poi……andrà tutto bene.

p.s. Tengo a precisare che il trasporto dei dializzati in questo momento è volontariato autorizzato per mancanza di personale e mezzi nelle strutture ospedaliere. È una situazione difficile anche per i volontari che cominciano ad avere incertezze se continuare o meno il servizio per paura del contagio, ebbene in tutto questo una luce: una persona che non conoscevo mi ha telefonato dicendomi che si rendeva conto del disagio e si candidava come aspirante volontario. Da oggi ha iniziato ad aiutarci. La Divina Provvidenza?