Archivio della categoria: #covid-19

Novità in vista

Novità su più fronti in queste giornate di ripartenza non solo per il nostro Paese ma anche per l’Europa. La pandemia non è finita, non possiamo abbassare la guardia, ma possiamo guardare al futuro con maggiore speranza. Vediamo attraverso i comunicati stampa alcune novità emerse recentemente nell’ambito di Governo, INPS, e Agenzia delle Entrate.

Covid-19 in San Petronio and Neptune

Il Consiglio dei Ministri  ha approvato ieri sera un disegno di legge che delega il Governo ad adottare misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia. Leggiamo che nell’esercizio delle deleghe previste, il Governo dovrà attenersi ai seguenti principi e criteri direttivi:

  • assicurare l’applicazione universale di benefici economici ai nuclei familiari con figlie e figli, secondo criteri di progressività basati sull’applicazione di indicatori della situazione economica equivalente (ISEE), tenendo anche conto del numero delle figlie o dei figli a carico;
  • promuovere la parità di genere all’interno dei nuclei familiari, favorendo l’occupazione femminile, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno, anche attraverso la predisposizione di modelli di lavoro volti ad armonizzare i tempi familiari di lavoro e incentivare il lavoro del secondo percettore di reddito;
  • affermare il valore sociale di attività educative e di apprendimento, anche non formale, dei figli, attraverso il riconoscimento di agevolazioni fiscali, esenzioni, deduzioni dall’imponibile o detrazioni dall’imposta sul reddito delle spese sostenute dalle famiglie o attraverso la messa a disposizione di un credito o di una somma di denaro vincolata allo scopo;
  • prevedere l’introduzione di misure organizzative, di comunicazione e semplificazione che favoriscano l’accesso delle famiglie ai servizi offerti e la individuazione degli stessi.

Per avere maggiori informazioni occorre raggiungere il sito web del Governo cliccando qui

Quindi l’INPS. L’Istituto ha pubblicato sul proprio sito internet un documento che riepiloga le principali novità relative alla disciplina dei trattamenti a sostegno del reddito (Cassa integrazione ordinaria e Assegno di solidarietà dei Fondi di solidarietà e del Fondo di integrazione salariale) introdotte dal decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, il cosiddetto decreto Rilancio. Tra le novità,  la possibilità di chiedere un ulteriore periodo di 5 settimane con la causale COVID-19 nazionale, con una procedura più snella rispetto al passato e la previsione che le ulteriori 5 settimane di Cassa integrazione in deroga vengano autorizzate direttamente dall’Inps, a cui andranno presentate le domande a partire dal 18 giugno. Maggiori informazioni sul sito internet dell’INPS cliccando qui.

Infine l’Agenzia delle Entrate che interviene con un comunicato sul Contributo a fondo perduto. Un Provvedimento delle Entrate definisce le modalità per ottenerlo. Dal pomeriggio del 15 giugno possibile inviare la domanda. 

Come richiedere il contributo, la procedura web delle Entrate – Il Bonus a fondo perduto potrà essere richiesto compilando elettronicamente una specifica istanza da presentare fra il 15 giugno e il 24 agosto. Per predisporre e trasmettere l’istanza, si potrà usare un software e il canale telematico Entratel/Fisconline ovvero una specifica procedura web, nell’area riservata del portale Fatture e Corrispettivi. Il contribuente potrà avvalersi degli intermediari che ha già delegato al suo Cassetto fiscale o al servizio di Consultazione delle fatture elettroniche. Sarà possibile accedere alla procedura con le credenziali Fiscoonline o Entratel dell’Agenzia oppure tramite Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, oppure mediante la Carta nazionale dei Servizi (Cns). Per ogni domanda, il sistema dell’Agenzia effettuerà due elaborazioni successive relative ai controlli formali e sostanziali. L’esito delle due elaborazioni sarà comunicato con apposite ricevute restituite al soggetto che ha trasmesso l’istanza.

Maggiori informazioni sul sito dell’Agenzia delle Entrate cliccando qui 

La benevolenza

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)

Si sta concludendo il  lockdown  (lo speriamo davvero): vorrei  terminare  questo  racconto a puntate (è la ventesima) con la  parola benevolenza. L’ho scelta perché sono convinto    che abbia positivamente  attraversato – forse senza rendercene conto  - la vita di ognuno di noi in questi lunghi mesi di quarantena. Se questa percezione fosse confermata sarebbe  assai utile  che ne mantenessimo la    memoria per non essere travolti dalla malevolenza, dalla maldicenza,  dalle  “maledizioni” che hanno avvelenato in questi anni il dibattito pubblico e che potrebbero riaffacciarsi con prepotenza. Come mia abitudine parto   dalla etimologia, la scienza che ci rimanda alle origini delle parole:  la loro storia e come hanno vissuto il passare delle epoche.  La benevolenza (dal latino benevolentia derivato di benevŏlens «benevolente») viene definita nella cultura romana come «voluntate benefica benevolentia movetur»: in breve,   la benevolenza è messa in moto da una  voluntas, da un atteggiamento spirituale volontario che genera il desiderio di fare del bene (benevolentia).  È interessante indagare anche la derivazione greca:  benevolenza viene dal termine greco “krestotes” (κρεστοτες) e dalla sua radice “krestos”, che vuol dire utile e adatto per qualcosa. Anche il  termine ebraico  indica una spontaneità, una volontarietà che mira all’aspetto utile e proficuo delle cose. Non da ultimo i francesi che per definire  un volontario usano il termine bénévole.

benevolenza

L’etimologia  ci ha indicato la via,  ora proviamo ad indagare e a rileggere la benevolenza nel tempo di oggi. Per stare alla lettera una persona benevolente è colei che compie il suo compito,  che vede uno scopo buono da realizzare, che  coglie l’aspetto costruttivo in ogni vicenda umana,  anche di fronte  a quelle negative. Non  è dunque un generico voler bene, tutto cuore e emozioni:    è piuttosto il saper  cogliere  il bene in ogni cosa, in ogni anfratto della vita  alla ricerca incessante e appassionata di  una bellezza, di un’utilità, di un gesto buono.

Possiamo descriverla come una attitudine personale, o una prospettiva,   una visione antropologica positiva che abilita le persone a   posare uno sguardo buono  (non ingenuo)   sulle cose della vita sostenuto da  sentimenti di compassione  e condivisione, di accoglienza e magnanimità.  Ne consegue che la persona benevolente non strilla, non è precipitosa nel giudizio, è paziente   nell’attesa,  perché il bene – a differenza del male-  per manifestarsi ha bisogno del tempo giusto.

La benevolenza non è molto amata, ne sono consapevole. Non è tanto amata neppure in politica,  il luogo per eccellenza per praticarla. È nota  la celebra frase di Adam Smith   nella “Ricchezza delle Nazioni” che ha tanto condizionato il pensiero economico e non solo quello: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse.” 

In questi decenni ne abbiamo pagato le conseguenze, le crisi hanno mostrato il fallimento di questa tesi. Non sono gli egoismi, gli interessi personali a muovere una economia giusta che costruisce  bene comune, o la vita di una intera comunità,  ma è la benevolenza e la pratica delle buone  virtù civili  che ho cercato di raccontare in questo mio diario. Antonio Genovese economista napoletano vissuto nel Settecento rovescia la logica di Adam Smith, non parla di benevolenza è vero, ma vi si avvicina parlando  di reciprocità,  fiducia, felicità pubblica, socievolezza…: “Niun uomo può rinunziare alla sua natura ; perché niun uomo può essere per suo capriccio altro da quel’ è nato . Un Cerchio non può essere che Cerchio e un Triangolo che Triangolo . Dunque niun uomo può rinunziare alle proprietà della sua natura . Se noi sìamo naturalmente socievoli, e socievoli per infinita pietà e ragione; questa socialità è un proprietà così indelebile dalla nostra natura, come quella di essere animali, e animali compassìonevoli e ragionevoli”

 

 

Aspettando #ZeligCovidEdition

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca parteciperà sabato 30 maggio dalle 16 alle 18 al Salotto Smemolab/ Dentro Tutti in attesa dell’evento #ZeligCovidEdition. E’ possibile seguire l’evento in

www.facebook.com/DentroTuttiSmemolab

Interverranno Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, Stefano Tabò  presidente dell’Istituto Italiano della Donazione, Gherardo Colombo e  Gino & Michele, Nico Colonna e Sergio Stiamo, Antonio Silva e Leonardo Becchetti.

Spiega il presidente Patriarca “Si tratta di un evento che vede la convergenza di tanti enti non profit e come ANLA siamo stati invitati a partecipare al fine di mettere a punto, insieme, un’agenda che veda il mondo associativo e più in generale quello del Terzo Settore, impegnato per la ripartenza del nostro Paese”.

Aspettando_#ZeligCovidEdition

Aspettando_#ZeligCovidEdition

L’Italia riparte

(di Annalisa Gatti) Vorrei aggiungere che per ripartire l’Italia ha proprio bisogno di noi Italiani e del nostro essere bravi cittadini, quindi si fa un appello al nostro “senso civico”. Mi riferisco a quell’insieme di comportamenti e atteggiamenti che sono rivolti al rispetto degli altri e delle regole di vita in una comunità. Di conseguenza la prima cosa che dovremmo fare noi cittadini è quella di rispettare la legge e non di accomodarla a seconda delle nostre necessità. Per ignoranza o per la “logica del comodo” spesso ci facciamo le nostre leggi trovando mille attenuanti ai nostri comportamenti, diciamolo pure, maleducati e a volte disonesti.

Ad esempio: parcheggiamo in doppia fila, in sosta vietata, perché andiamo di fretta, perché non c’è alternativa, ci scusiamo dicendo: “tanto è solo un attimo”; leggiamo messaggi in macchina, addirittura scriviamo in macchina perché è urgente; passiamo con il semaforo rosso; dimentichiamo di chiedere lo scontrino nel negozio, per timidezza o per leggerezza; gettiamo il mozzicone di sigaretta per strada, perché non c’è un cestino nelle vicinanze; accettiamo a volte prestazioni professionali pagate in nero; siamo pigri con la nostra raccolta di rifiuti e non ci impegniamo nel suddividere tutti i prodotti; paghiamo in ritardo il condominio; facciamo rumore rientrando a casa la sera tardi o la mattina presto senza pensare che qualcuno potrebbe riposare; facciamo il nostro lavoro svogliatamente; lasciamo libero il cane incuranti del fatto che qualcuno potrebbe avere paura; giriamo lo sguardo se qualcuno ha bisogno di noi…. sarebbe troppo facile e anche deprimente continuare con questo elenco. Tutti conosciamo i comportamenti incivili. Sembrano piccole cose ma non lo sono.   Egoismo, avarizia, ipocrisia, quanto siamo deboli e fragili noi esseri umani.

Ama il tuo prossimo come te stesso. Gesù chiama l’uomo all’azione, ad agire nei confronti del fratello, a fare del bene. Pensiamo alle nostre relazioni e a come sarebbero diverse e migliori se tutti applicassimo queste parole: ama il prossimo tuo come te stesso. Roberto Benigni nel suo spettacolo I dieci Comandamenti dice: “Dobbiamo amare noi stessi, per diventare la misura dell’amore per gli altri. Non solo ognuno di noi ha il dovere di amare, ma ha il diritto di essere amato. Affrettiamoci ad amare, noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi.”

Ma chi è il mio prossimo? Chi devo amare come me stesso? Papa Francesco spiega che non dobbiamo giudicare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è, dipende da noi essere o non essere prossimo. “Dipende da noi essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile“. E’ un invito a uscire dalla nostra tranquillità, e ci dice di farci “prossimo del fratello e della sorella che vedi in difficoltà”. Fare opere buone.  “Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto?” Questa è la domanda che ci pone il Vescovo di Roma.

Ma cosa c’entra il rispettare le leggi e il senso civico? In questi giorni dalla fine del lockdown appena leggo la prima pagina di un quotidiano qualsiasi mi rendo conto di quanto siamo lontani dalla capacità vera di amare senza condizioni. Oggi i titoli citavano un Ministro minacciato e sotto scorta; il presidente Trump che litigava con i social; un articolo, parlando del governo titolava: il valzer dei dispetti; ancora violenza sulle donne, spaccio, furti e altro, tanto altro e tutte notizie brutte. Possiamo sempre dire che noi non ci entriamo in queste vicende così tristi, che non rubiamo, non uccidiamo, che, in pratica, non facciamo nulla di male. E se questa fosse solo una scusa per cercare di vivere tranquilli? L’indifferenza ci aiuta e anche l’indolenza ci accompagna verso un grande egoismo.  Credo purtroppo che non ci siano leggi e tantomeno rispetto per gli altri, se prima di tutto nel nostro cuore manca l’amore.

L’Italia riparte. Piano piano ricominciamo a vivere la nostra giornata sentendoci più liberi, meno spaventati e meno soli. Quando le nostre strade erano vuote, quando i negozi erano chiusi, quando nell’aria c’era un silenzio pesante, tutti avevamo voglia di un abbraccio, tutti ci siamo sentiti soli, tanta era la voglia di socialità. Ci siamo preoccupati per i nostri genitori, per i nostri parenti lontani, per i medici, per gli infermieri, per i poveri senza tetto. Chi ha potuto ha fatto donazioni alla protezione Civile, alla Caritas, ad associazioni umanitarie, passava sottotraccia il continuo battibecco dei partiti politici, eravamo spaventati e volevamo aiutarci gli uni con gli altri.

Ora si riparte ma con quali propositi? Ci siamo già lasciati alle spalle il ricordo di questa terribile quarantena oppure questa esperienza ci sarà servita a qualcosa? I giornali e i telegiornali hanno ricominciato a darci le solite cattive notizie a cui siamo abituati e che ascoltiamo distrattamente nella maggioranza dei casi, per strada siamo tornati ad essere prepotenti, maleducati, egoisti. L’Italia riparte più povera e acciaccata di prima (e già non se la passava proprio bene), una ferita così profonda ha creato tante criticità diverse. Ci sarà ancora più povertà, ancora più disuguaglianza, ancora più rabbia e delusione da parte dei cittadini più esposti, più deboli.

Ci siamo commossi guardando le immagini delle infermiere, dei medici, dei volontari, ora possiamo fare qualcosa anche noi per gli altri, per il nostro vicino. Possiamo partire dall’amare la nostra terra, la nostra città, i nostri prodotti, i nostri vicini di casa. Possiamo cercare di preferire le vacanze italiane, il cibo italiano, possiamo ospitare qualcuno nella nostra casa al mare, qualcuno meno fortunato che non può permettersi una vacanza, possiamo fare una spesa solidale, possiamo essere meno arroganti in macchina, possiamo cercare di essere generosi e altruisti, per noi stessi e per chi ci vive intorno.L’Italia ha bisogno dei suoi cittadini, della loro generosità, della loro creatività, del loro altruismo, del loro saper amare. Dobbiamo insieme ricucire le tante ferite che si sono create, ognuno facendo la sua parte con le sue capacità. Basta con le polemiche, basta con gli insulti, basta con l’ arroganza; i politici è vero dovrebbero dare il buon esempio per primi ma anche tutti noi dobbiamo imparare a fidarci gli uni degli altri. Ama il tuo prossimo difficile ma non impossibile.

Semplificazione (di cuore)

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)
In un discorso scritto nel 1944 Aldo Moro  invitava  la politica ad  operare con la stessa semplicità di  cuore con la quale  si fa il proprio lavoro quotidiano. Con  rammarico devo ammettere che  di semplicità di cuore in politica oggi se ne vede assai poca.  Per stare alla attualità basti  pensare a come sono stati scritti i Dpcm, o alla comunicazione sul lockdown che tutto ha avuto fuorché l’impronta della  semplicità.
Il significato  di semplicità è  racchiuso nella sua etimologia, dal latino simplex composto dalla radice sem
- uno solo- e da quella di plectere – piegare; possiamo dire che  semplicità è un qualcosa senza pieghe, rappresenta tutto ciò che è  libero dagli ostacoli e aiuta a  custodire e ricercare le cose più importante. Non è facile parlare di “semplicità di cuore”: dire che una persona è semplice è spesso un modo benevolo per definirla un po’ stupida o ignorante. Ho voluto  aggiungere  “di cuore”  perché la semplicità non è una tecnica ma un atteggiamento interiore, di cuore per l’appunto. Una persona semplice ha    tratti che la contraddistinguono: non è mossa da calcolo, è trasparente e autentica, non è ingenua o sprovveduta,  infantile o “sempliciotta” . La semplicità implica conoscenza e valutazione obiettiva della realtà concreta,  impegno, pazienza e approfondimento esigente. Difficile farlo comprendere, hanno voluto farci credere  che “complicato”   stia con   intelligente mentre “semplice” con    facile e un po’ stupido . È un falso luogo comune, a   guardarci bene   nella pratica del lavoro o nelle piccole esperienze di ogni giorno scopriamo che le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.


Se la persona “semplice” ha i suoi tratti ingenui quella  “complicata” appare più seria, tutta d’un pezzo e al passo con il tempo:   è malata di narcisismo senza farlo intendere,   tende   a servirsi del proprio ruolo come schermo dietro il quale proteggersi, ama il dire e non dire,  tende ad essere reticente, si guarda bene dal manifestare i propri sentimenti, non ama la comunicazione diretta con le persone,  predilige  il linguaggio ad effetto. Potremmo dire un perfetto uomo pubblico.
Viceversa la semplicità di cuore  praticata ci porta alla  concentrazione sull’essenziale, ci libera  da quei pesi inutili che impediscono di orientarci e di scegliere,  aiutandoci al passo dopo passo, senza strafare.
Per sorridere mi verrebbe da dire, doniamoci  reciprocamente  un po’ di semplificazione in qualcuna delle tanto inutili complicazioni che ci rovinano la vita ogni giorno. Abbiamo bisogno di semplicità, sentiamo un desiderio grande di semplicità, la stiamo scoprendo ancora di più in queste lunghe settimane di quarantena.
Esempi di semplicità?  Penso  a quella utilizzata dai Padri costituenti per scrivere la nostra Carta. O a quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole ma cercano di liberarsi da  quelle inutili. Un lampo di chiarezza  proviene   dal  dialogo tra la Volpe e il Piccolo Principe di Saint-exupery . “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. Ecco le persone semplici sono quelle che si  concentrano sull’essenziale, non sempre facile da scoprire. Ci vuole cuore e tanta competenza.

COMUNICATO STAMPA – Politiche familiari e welfare, occorre uno sguardo più ampio

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato stampa:

La ripartenza del Sistema Italia impone in questa delicata fase di “convivenza” con il virus alcune novità sostanziali in ogni ambito della nostra vita, e in maniera significativa nell’ambito del lavoro. In particolare viene chiesto, dove possibile, di incentivare forme di smart working per un dato periodo, si parla del 31 luglio, scadenza teorica del periodo di emergenza sanitaria in Italia, come data fino a cui avvalersene.

“Ci troviamo di fronte a un passaggio complesso della vita sociale e professionale nel nostro Paese che può offrirci modelli organizzativi differenti dal passato, prima impraticabili ma ora attuabili, capaci di conciliare vita privata e vita professionale” sottolinea il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca “viviamo un periodo paradossalmente ricco di opportunità a livello di welfare ma anche di possibili rischi”.

Logo ANLA

Logo ANLA

Continua il presidente “Non possiamo che guardare con estremo favore a pratiche di smart workingperché abbiamo visto in questi giorni di lockdown come sia migliorata la qualità della vita, dell’ambiente che ci circonda, dell’aria che respiriamo. Dobbiamo però valutare tutte le conseguenze implicite nell’adozione di simili pratiche nell’ambito della famiglia, in un contesto in cui la quotidianità dei nuclei familiari allargati, intendo la presenza costante dei nonni, non è ancora possibile a livello sistematico e le strutture di aiuto come gli asili e i nidi sono ancora chiusi. Non vogliamo che ancora una volta le mamme siano penalizzate da forme che dovrebbero alleggerire e non appesantire la vita in questo particolare momento”.

Il presidente Patriarca auspica una più generale riforma da attuare non tempi lunghi ma che sia organica e possa guardare a tutta quanta la società: “Non possiamo indugiare o procedere ancora a tentativi parziali come l’adozione di questo o di quel provvedimento sulla spinta dell’emergenza o guardando a singole categorie sociali. Dobbiamo avere di nuovo il coraggio di guardare alla famiglia nel suo complesso come al mattone su cui si costruisce la società e quindi a partire da essa dar vita a tutta una serie di azioni virtuose come lo smart working, l’aiuto alle famiglie in difficoltà, la ripartenza quando possibile di asili e nidi con adeguati aiuti, la valorizzazione dei nuclei familiari con gli anziani che possano così recuperare il loro ruolo centrale nella società, la riforma del sistema delle RSA etc etc tutti argomenti che abbiamo più volte segnalato e che ora diventano non ulteriormente differibili. Come lavoratori anziani noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

Pensieri positivi

(di Annalisa Gatti)  Molti di noi stanno cercando di ritrovare la quotidianità vissuta prima della pandemia. Alcuni sono tornati a lavorare, magari in orari ridotti, altri lavorano ancora in smart working, altri ancora sono in attesa. Quasi tutti però, anche i più spaventati, in questa “fase 2”, con la complicità di giornate piene di sole, si sono concessi una bella passeggiata, un buon gelato, una foto con la mascherina sul lungomare; queste sono le immagini che abbiamo visto in televisione e sui social nei giorni passati di recente. Timidi i segnali di ripresa, tanta la voglia di tornare a essere liberi di vivere la propria giornata con una serenità ora dimenticata. Siamo tutti coscienti del fatto che dipenda dalla nostra educazione, dal nostro buon senso civico, il ritorno o meno del pericoloso contagio e quindi ci muoviamo con circospezione.  Dopo questi giorni di tanto dolore e tanta paura, una parte di noi cerca ancora sicurezza e vive  passo dopo passo senza fare programmi. Molti hanno subito la perdita di una persona cara, molti hanno perso il lavoro; la crisi economica ha già mietuto le sue vittime e in tanti stanno cercando di resisterle. A volte però solo la volontà non basta; speriamo tutti che il nostro Paese sia in grado di proteggere almeno i suoi cittadini più deboli.

In uno scenario così cupo, dove tutto sembra scricchiolare sotto i piedi, dove non ci sono certezze, dove intere famiglie sono in difficoltà, sembra difficile pensare in positivo. Abbiamo tutti subito un brutto stress; ci si sente davvero in difficoltà, però ci farebbe bene.  E’ un bene pensare positivo, un bene ridere, un bene sentirsi un poco leggeri con la mente, chiudere gli occhi e immaginare, progettare, sognare cose belle.  E’ la paura che causa disagio e brutti pensieri ed è il primo ostacolo alla nostra felicità. Ho letto che la paura è un’emozione del passato o del futuro: nella maggior parte dei casi, quando arriva bisogna ritornare al momento presente e la paura svanisce. In questi giorni però è proprio il presente a fare paura, oltre al futuro. Non so se sia proprio così, ma credo che vivere la propria giornata affrontandola con maggiore fiduciasicurezza ed entusiasmo, superando e sostituendo i pensieri negativi con dei nuovi, più ottimistici e sani, sia fondamentale per il nostro benessere.

Sembra tutto logico ma, come si fa? Come ci possiamo aiutare per essere più positivi?

Pensa positivo

Pensa positivo

Norman Vincent Peale scriveva: “Ogni avvenimento che ci riguarda non è così importante quanto l’atteggiamento che abbiamo verso di esso, perché quello determina il nostro successo o il nostro fallimento. Il modo in cui pensi ad un fatto può sconfiggerti prima ancora che tu faccia qualsiasi cosa a riguardo.” E’ necessario e importante credere innanzitutto che la realtà, più che qualcosa di oggettivo, è il risultato di un’interpretazione, in base agli schemi mentali che, magari a livello del tutto inconscio e inconsapevole, le applichiamo ogni giorno. Ho letto una storia su internet che viene attribuita alla sapienza orientale di Buddha, la riassumo: due cani, entrarono uno per volta in una stessa stanza : uno ne uscì festoso e scodinzolante, l’altro uscendo sembrava agitato e ringhiava. Che cosa poteva aver reso un cane tanto felice e un altro tanto arrabbiato? Una donna, per capire il perché i cani avessero reagito in modo tanto diverso una volta usciti dalla stanza entrò anch’essa e trovò alle pareti solo specchi. Capì allora che il cane felice aveva visto tanti cani felici che lo guardavano scodinzolanti; il cane arrabbiato, invece, aveva visto solo cani come lui che gli abbaiavano contro. 

Per dire: ciò che vedi nel mondo intorno a te è un riflesso di ciò che seiTutto ciò che sei è un riflesso di ciò che pensi. Non vorrei rendere banale e semplicistica questa affermazione, non sono una esperta della mente umana ma, proprio perché mi è più facile vedere il bicchiere mezzo vuoto invece che mezzo pieno, sono sempre curiosa e desiderosa di migliorarmi. Questa riflessione “sugli specchi “ mi ha colpito. C’è qualcosa di profondamente vero, qualcosa che ci spinge a lavorare su noi stessi, a essere meno diretti, meno risoluti e meno impulsivi.  Se il nostro pensiero dà una forma alla realtà, allora dobbiamo cercare di allenarci ad avere atteggiamenti positivi che portino a pensieri positivi o il contrario, perché coltivare pensieri positivi ci aiuta a stare meglio da tutti i punti di vista.  Non è facile mettere in pratica e assumere un reale cambiamento di atteggiamento e di prospettiva ma si può cominciare da piccole cose che possono aiutare. Qualche esempio: quando sono di cattivo umore tendo a impigrirmi a chiudermi e a restare da sola; tutto sbagliato! Se invece esco da casa e faccio una bella passeggiata, la luce naturale intanto aumenta la serotonina nel cervello e trasmette una positività e una rilassatezza immediate, se poi mi fermo a chiacchierare con il portiere piuttosto che con il salumiere o faccio una telefonata a una amica (se non la posso andare a trovare) sento che una buona parte della tensione si è allentata e non ho più voglia di arrabbiarmi. Una telefonata. E’ bello sapere che qualcuno ti ha pensato e ti ha telefonato, fa tanto piacere sentire una voce che ti chiede “come stai” senza altre richieste, solo con il sincero desiderio di sapere di te, per affetto, punto e basta. Non costa fatica, solo un poco di tempo ma dopo stiamo meglio noi e anche la persona che abbiamo chiamato.

Ho letto che anche sorridere fa bene. Anche se non siamo particolarmente allegri dobbiamo provare a sorridere di più. Può capitare di incrociare lo sguardo di sconosciuti e di solito la nostra risposta è timida: abbassiamo gli occhi e voltiamo le spalle, siamo in totale imbarazzo o indifferenti. Invece se si sorride e si accenna ad un saluto accade il più delle volte un piccolo miracolo: come risposta ti arriva un altro sorriso che ci farà tanto bene al cuore anche se arriva da qualcuno che non conosciamo. Non siamo più abituati a gesti di gentilezza. Non aspettiamo che siano sempre gli altri a fare il primo passo, a salutarci, a sorriderci, a telefonarci, a invitarci per un aperitivo. La pigrizia e la timidezza non pagano anzi allontanano. Non dobbiamo avere paura di essere gentili, impariamo ad abbassare le nostre difese e cerchiamo di essere più disponibili e accoglienti. Sono piccoli accorgimenti, esercizi quotidiani perché i pensieri negativi, scuri e pesanti, possano assumere un colore brillante e un peso leggero. Sono sicurissima che la nostra giornata sarà migliore. Proviamo

Gratitudine

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi vi parlerò della gratitudine.

Come mi è solito parto dal significato etimologico della parola, e questa volta me la cavo con poco:  gratitudine viene dal latino tardo gratitudo-dĭnis, der. di gratus, grato, riconoscente.
Grato e riconoscente dunque, partiamo da qui.
Ho scoperto il sentimento di gratitudine giorno dopo giorno, con il passare degli anni, nei momenti di gioia e in quelli della fatica. Mi ha coccolato. È davvero un dono grande, lo si  conquista in spirito di gratuità, richiede una profonda  dimensione interiore,  e quando   matura  dentro ti ricambia restituendo serenità e  più coscienza del cammino che hai percorso. Un amico caro , un sacerdote,  mi ha indicato  sin dall’infanzia la   chiave per vivere una vita buona: la felicità  la troverai  se sarai consapevole del bene che hai ricevuto, gratuitamente,  il più delle volte   senza che tu l’abbia chiesto, spesso senza averlo neppure meritato; da lì scoprirai la  chiamata all’impegno per  ridonare quanto hai ricevuto. E sarai felice!

gratitudine

gratitudine

Un chiarimento: si è grati  non perché si ha un “debito” da onorare. Debito e  gratitudine si muovono su piani assai diversi: non è il debito ma la vita con il “grazie nel cuore” che muove la gratitudine.  Oggi si stenta a pronunciare il grazie: l’individualismo e  il narcisismo imperanti  non lo apprezzano,  tutto è dovuto o  semplicemente acquistabile; se eccedi nel “grazie di cuore”  al cospetto degli altri    apparirai un  debole, un dipendente, e  nella società della competizione cinica ( mors tua vita mea) non te lo puoi proprio concedere!
La gratitudine è tutt’altro, è un dono  straordinario che viene posto davanti a noi, un sentimento che fa “riconoscere”  l’altro, ti sollecita a unire e  creare legami. ”Io ti vedo“, ti sono grato per quello che sei, per le tue virtù e per i tuoi difetti,  per il tuo modo di essere; ti ringrazio di fare parte della mia vita, la  arricchisci  con la tua presenza,  sarai  nei miei pensieri  anche se le vicissitudini dell’esistenza dovessero separarci.
Mostrarsi grati dunque non è un obbligo, né tantomeno un debito, o la pretesa di un contraccambio. La misura autentica  della gratitudine si esprime al contrario nella   libertà, è sincera e spontanea, ci abilita a cercare   la felicità  soprattutto nelle piccole cose che ci    accadono,  spesso non le riconosciamo come “donate” da coloro che sono accanto a noi.  Pensiamo  che tutto avvenga per merito nostro, ma non è così, o per lo meno lo è solo in parte. Ci vuole davvero tanta umiltà  per ammettere che non potremmo essere ciò che siamo senza il contributo delle persone care e di tutte quelle abbiamo incontrato crescendo . La nostra vita è attraversata da un file rouge di doni spesso nascosti  e preziosi: se ne saremo consapevoli e li custodiremo  nel cuore vivremo una vita grata e felice.
Concludo con Albert Camus: giunge al premio Nobel per  la letteratura nel 1957 e dedica il primo pensiero al maestro delle elementari, una lettera-manifesto  sulla gratitudine.

Caro signor Germain,
ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza la mano affettuosa che lei tese al bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze

Verso quale normalità?

(di Antonello Sacchi) Non entro nella polemica politica, i fatti sono sotto gli occhi di tutti e aggiungere parole non servirebbe perché ognuno di noi si è fatta la sua opinione che prima o poi esprimerà nei luoghi opportuni, e poi perché non voglio aggiungere parole fini a se stesse in un momento così drammatico che ci ha separato da persone a noi care. Dobbiamo tuttavia guardare avanti, ce lo impongono i nostri figli.

Entro nella concretezza della quotidianità  ricordando che vivere è il contrario della paura. In un certo senso, con l’allentamento del lockdown, siamo tutti messi a una duplice prova, una sociale e una progettuale. Sociale perché dopo mesi di quarantena ci è stato detto che qualcosa possiamo fare ma di fare attenzione perché se andrà male dipenderà solo da noi… ebbene non dimentichiamo per favore che, pur con differenti intensità a seconda dei vari territori, il Covid-19 circola ancora fra la popolazione cioè fra di noi. Detto questo, non cadiamo preda della paura, un veleno che ottenebra la mente e gela gli arti: seguendo le disposizioni delle Autorità possiamo lentamente, senza affanno ma con prudenza e buon senso, riaffacciarci alla vita, rivedere i nostri parenti. Viviamo un nuovo inizio, che necessita di continue e periodiche verifiche, ma inizio di cosa? Della vita di prima dell’inizio della pandemia? Mi ha colpito il Rapporto Istat diffuso nei giorni scorsi sul l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale  della popolazione residente nel primo trimestre 2020. Colpito perché, confrontando gli stesi periodi del 2020 e del 2019, le cifre per le zone della classe di alta diffusione sono impressionanti per l’aumento dei decessi, e ogni unità significa un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, un padre, una madre strappato all’affetto dei suoi cari, mentre nelle zone a bassa diffusione del Covid-19, dove cioè la vita ha avuto una parvenza di maggiore sicurezza pur nella chiusura di ogni attività dovuta al lockdown, è stato registrato un impatto negativo sulla mortalità, ad esempio a Roma circa  un -9% di persone decedute rispetto alla media dei cinque anni precedenti (mese di marzo).  Tutto ciò cosa significa?

Tornare a sperare

Tornare a sperare

Parlavo prima di una sfida sociale e progettuale: la pandemia ci ha fatto finalmente tornare in noi stessi facendoci capire la fragilità connaturata al nostro essere donna e e uomini, lo abbiamo detto. La pandemia ci ha fatto riscoprire le relazioni di prossimità, lo abbiamo scritto. La quarantena ci ha posto sotto gli occhi che la carità e la pietà, nel senso latino dei termini, un trasporto di cuore e di mente che non è il minimo gesto dell’obolo, non possono fermarsi perché l’accresciuta povertà è sotto gli occhi di tutti e moltissimi volontari, anche di ANLA, non si sono mai fermati per aiutare i più sfortunati, e anche questo abbiamo documentato. La quarantena ci ha fatto capire che ci sono nuove forme di lavoro, abbiamo parlato tante volte di smart working, ma per le tantissime persone che vivono di relazioni, dal commercio al turismo alla ristorazione, e di impresa personale e non di sussidi o di tanto ambiti posti a stipendio sicuro, essa ha significato l’affanno economico, la rovina, la chiusura, la povertà. Che fare?

Tante, troppe domande, ma spero con esse di aiutare me e tutti noi nella riflessione. Ma vi ripropongo quella fondamentale: verso quale normalità vogliamo orientarci?

Penso che la sfida più grande che ci attende sia mettere in pratica le riflessioni che la quarantena ci ha indotto.