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Semplificazione (di cuore)

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)
In un discorso scritto nel 1944 Aldo Moro  invitava  la politica ad  operare con la stessa semplicità di  cuore con la quale  si fa il proprio lavoro quotidiano. Con  rammarico devo ammettere che  di semplicità di cuore in politica oggi se ne vede assai poca.  Per stare alla attualità basti  pensare a come sono stati scritti i Dpcm, o alla comunicazione sul lockdown che tutto ha avuto fuorché l’impronta della  semplicità.
Il significato  di semplicità è  racchiuso nella sua etimologia, dal latino simplex composto dalla radice sem
- uno solo- e da quella di plectere – piegare; possiamo dire che  semplicità è un qualcosa senza pieghe, rappresenta tutto ciò che è  libero dagli ostacoli e aiuta a  custodire e ricercare le cose più importante. Non è facile parlare di “semplicità di cuore”: dire che una persona è semplice è spesso un modo benevolo per definirla un po’ stupida o ignorante. Ho voluto  aggiungere  “di cuore”  perché la semplicità non è una tecnica ma un atteggiamento interiore, di cuore per l’appunto. Una persona semplice ha    tratti che la contraddistinguono: non è mossa da calcolo, è trasparente e autentica, non è ingenua o sprovveduta,  infantile o “sempliciotta” . La semplicità implica conoscenza e valutazione obiettiva della realtà concreta,  impegno, pazienza e approfondimento esigente. Difficile farlo comprendere, hanno voluto farci credere  che “complicato”   stia con   intelligente mentre “semplice” con    facile e un po’ stupido . È un falso luogo comune, a   guardarci bene   nella pratica del lavoro o nelle piccole esperienze di ogni giorno scopriamo che le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.


Se la persona “semplice” ha i suoi tratti ingenui quella  “complicata” appare più seria, tutta d’un pezzo e al passo con il tempo:   è malata di narcisismo senza farlo intendere,   tende   a servirsi del proprio ruolo come schermo dietro il quale proteggersi, ama il dire e non dire,  tende ad essere reticente, si guarda bene dal manifestare i propri sentimenti, non ama la comunicazione diretta con le persone,  predilige  il linguaggio ad effetto. Potremmo dire un perfetto uomo pubblico.
Viceversa la semplicità di cuore  praticata ci porta alla  concentrazione sull’essenziale, ci libera  da quei pesi inutili che impediscono di orientarci e di scegliere,  aiutandoci al passo dopo passo, senza strafare.
Per sorridere mi verrebbe da dire, doniamoci  reciprocamente  un po’ di semplificazione in qualcuna delle tanto inutili complicazioni che ci rovinano la vita ogni giorno. Abbiamo bisogno di semplicità, sentiamo un desiderio grande di semplicità, la stiamo scoprendo ancora di più in queste lunghe settimane di quarantena.
Esempi di semplicità?  Penso  a quella utilizzata dai Padri costituenti per scrivere la nostra Carta. O a quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole ma cercano di liberarsi da  quelle inutili. Un lampo di chiarezza  proviene   dal  dialogo tra la Volpe e il Piccolo Principe di Saint-exupery . “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. Ecco le persone semplici sono quelle che si  concentrano sull’essenziale, non sempre facile da scoprire. Ci vuole cuore e tanta competenza.

COMUNICATO STAMPA – Politiche familiari e welfare, occorre uno sguardo più ampio

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato stampa:

La ripartenza del Sistema Italia impone in questa delicata fase di “convivenza” con il virus alcune novità sostanziali in ogni ambito della nostra vita, e in maniera significativa nell’ambito del lavoro. In particolare viene chiesto, dove possibile, di incentivare forme di smart working per un dato periodo, si parla del 31 luglio, scadenza teorica del periodo di emergenza sanitaria in Italia, come data fino a cui avvalersene.

“Ci troviamo di fronte a un passaggio complesso della vita sociale e professionale nel nostro Paese che può offrirci modelli organizzativi differenti dal passato, prima impraticabili ma ora attuabili, capaci di conciliare vita privata e vita professionale” sottolinea il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca “viviamo un periodo paradossalmente ricco di opportunità a livello di welfare ma anche di possibili rischi”.

Logo ANLA

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Continua il presidente “Non possiamo che guardare con estremo favore a pratiche di smart workingperché abbiamo visto in questi giorni di lockdown come sia migliorata la qualità della vita, dell’ambiente che ci circonda, dell’aria che respiriamo. Dobbiamo però valutare tutte le conseguenze implicite nell’adozione di simili pratiche nell’ambito della famiglia, in un contesto in cui la quotidianità dei nuclei familiari allargati, intendo la presenza costante dei nonni, non è ancora possibile a livello sistematico e le strutture di aiuto come gli asili e i nidi sono ancora chiusi. Non vogliamo che ancora una volta le mamme siano penalizzate da forme che dovrebbero alleggerire e non appesantire la vita in questo particolare momento”.

Il presidente Patriarca auspica una più generale riforma da attuare non tempi lunghi ma che sia organica e possa guardare a tutta quanta la società: “Non possiamo indugiare o procedere ancora a tentativi parziali come l’adozione di questo o di quel provvedimento sulla spinta dell’emergenza o guardando a singole categorie sociali. Dobbiamo avere di nuovo il coraggio di guardare alla famiglia nel suo complesso come al mattone su cui si costruisce la società e quindi a partire da essa dar vita a tutta una serie di azioni virtuose come lo smart working, l’aiuto alle famiglie in difficoltà, la ripartenza quando possibile di asili e nidi con adeguati aiuti, la valorizzazione dei nuclei familiari con gli anziani che possano così recuperare il loro ruolo centrale nella società, la riforma del sistema delle RSA etc etc tutti argomenti che abbiamo più volte segnalato e che ora diventano non ulteriormente differibili. Come lavoratori anziani noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

Pensieri positivi

(di Annalisa Gatti)  Molti di noi stanno cercando di ritrovare la quotidianità vissuta prima della pandemia. Alcuni sono tornati a lavorare, magari in orari ridotti, altri lavorano ancora in smart working, altri ancora sono in attesa. Quasi tutti però, anche i più spaventati, in questa “fase 2”, con la complicità di giornate piene di sole, si sono concessi una bella passeggiata, un buon gelato, una foto con la mascherina sul lungomare; queste sono le immagini che abbiamo visto in televisione e sui social nei giorni passati di recente. Timidi i segnali di ripresa, tanta la voglia di tornare a essere liberi di vivere la propria giornata con una serenità ora dimenticata. Siamo tutti coscienti del fatto che dipenda dalla nostra educazione, dal nostro buon senso civico, il ritorno o meno del pericoloso contagio e quindi ci muoviamo con circospezione.  Dopo questi giorni di tanto dolore e tanta paura, una parte di noi cerca ancora sicurezza e vive  passo dopo passo senza fare programmi. Molti hanno subito la perdita di una persona cara, molti hanno perso il lavoro; la crisi economica ha già mietuto le sue vittime e in tanti stanno cercando di resisterle. A volte però solo la volontà non basta; speriamo tutti che il nostro Paese sia in grado di proteggere almeno i suoi cittadini più deboli.

In uno scenario così cupo, dove tutto sembra scricchiolare sotto i piedi, dove non ci sono certezze, dove intere famiglie sono in difficoltà, sembra difficile pensare in positivo. Abbiamo tutti subito un brutto stress; ci si sente davvero in difficoltà, però ci farebbe bene.  E’ un bene pensare positivo, un bene ridere, un bene sentirsi un poco leggeri con la mente, chiudere gli occhi e immaginare, progettare, sognare cose belle.  E’ la paura che causa disagio e brutti pensieri ed è il primo ostacolo alla nostra felicità. Ho letto che la paura è un’emozione del passato o del futuro: nella maggior parte dei casi, quando arriva bisogna ritornare al momento presente e la paura svanisce. In questi giorni però è proprio il presente a fare paura, oltre al futuro. Non so se sia proprio così, ma credo che vivere la propria giornata affrontandola con maggiore fiduciasicurezza ed entusiasmo, superando e sostituendo i pensieri negativi con dei nuovi, più ottimistici e sani, sia fondamentale per il nostro benessere.

Sembra tutto logico ma, come si fa? Come ci possiamo aiutare per essere più positivi?

Pensa positivo

Pensa positivo

Norman Vincent Peale scriveva: “Ogni avvenimento che ci riguarda non è così importante quanto l’atteggiamento che abbiamo verso di esso, perché quello determina il nostro successo o il nostro fallimento. Il modo in cui pensi ad un fatto può sconfiggerti prima ancora che tu faccia qualsiasi cosa a riguardo.” E’ necessario e importante credere innanzitutto che la realtà, più che qualcosa di oggettivo, è il risultato di un’interpretazione, in base agli schemi mentali che, magari a livello del tutto inconscio e inconsapevole, le applichiamo ogni giorno. Ho letto una storia su internet che viene attribuita alla sapienza orientale di Buddha, la riassumo: due cani, entrarono uno per volta in una stessa stanza : uno ne uscì festoso e scodinzolante, l’altro uscendo sembrava agitato e ringhiava. Che cosa poteva aver reso un cane tanto felice e un altro tanto arrabbiato? Una donna, per capire il perché i cani avessero reagito in modo tanto diverso una volta usciti dalla stanza entrò anch’essa e trovò alle pareti solo specchi. Capì allora che il cane felice aveva visto tanti cani felici che lo guardavano scodinzolanti; il cane arrabbiato, invece, aveva visto solo cani come lui che gli abbaiavano contro. 

Per dire: ciò che vedi nel mondo intorno a te è un riflesso di ciò che seiTutto ciò che sei è un riflesso di ciò che pensi. Non vorrei rendere banale e semplicistica questa affermazione, non sono una esperta della mente umana ma, proprio perché mi è più facile vedere il bicchiere mezzo vuoto invece che mezzo pieno, sono sempre curiosa e desiderosa di migliorarmi. Questa riflessione “sugli specchi “ mi ha colpito. C’è qualcosa di profondamente vero, qualcosa che ci spinge a lavorare su noi stessi, a essere meno diretti, meno risoluti e meno impulsivi.  Se il nostro pensiero dà una forma alla realtà, allora dobbiamo cercare di allenarci ad avere atteggiamenti positivi che portino a pensieri positivi o il contrario, perché coltivare pensieri positivi ci aiuta a stare meglio da tutti i punti di vista.  Non è facile mettere in pratica e assumere un reale cambiamento di atteggiamento e di prospettiva ma si può cominciare da piccole cose che possono aiutare. Qualche esempio: quando sono di cattivo umore tendo a impigrirmi a chiudermi e a restare da sola; tutto sbagliato! Se invece esco da casa e faccio una bella passeggiata, la luce naturale intanto aumenta la serotonina nel cervello e trasmette una positività e una rilassatezza immediate, se poi mi fermo a chiacchierare con il portiere piuttosto che con il salumiere o faccio una telefonata a una amica (se non la posso andare a trovare) sento che una buona parte della tensione si è allentata e non ho più voglia di arrabbiarmi. Una telefonata. E’ bello sapere che qualcuno ti ha pensato e ti ha telefonato, fa tanto piacere sentire una voce che ti chiede “come stai” senza altre richieste, solo con il sincero desiderio di sapere di te, per affetto, punto e basta. Non costa fatica, solo un poco di tempo ma dopo stiamo meglio noi e anche la persona che abbiamo chiamato.

Ho letto che anche sorridere fa bene. Anche se non siamo particolarmente allegri dobbiamo provare a sorridere di più. Può capitare di incrociare lo sguardo di sconosciuti e di solito la nostra risposta è timida: abbassiamo gli occhi e voltiamo le spalle, siamo in totale imbarazzo o indifferenti. Invece se si sorride e si accenna ad un saluto accade il più delle volte un piccolo miracolo: come risposta ti arriva un altro sorriso che ci farà tanto bene al cuore anche se arriva da qualcuno che non conosciamo. Non siamo più abituati a gesti di gentilezza. Non aspettiamo che siano sempre gli altri a fare il primo passo, a salutarci, a sorriderci, a telefonarci, a invitarci per un aperitivo. La pigrizia e la timidezza non pagano anzi allontanano. Non dobbiamo avere paura di essere gentili, impariamo ad abbassare le nostre difese e cerchiamo di essere più disponibili e accoglienti. Sono piccoli accorgimenti, esercizi quotidiani perché i pensieri negativi, scuri e pesanti, possano assumere un colore brillante e un peso leggero. Sono sicurissima che la nostra giornata sarà migliore. Proviamo

Gratitudine

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi vi parlerò della gratitudine.

Come mi è solito parto dal significato etimologico della parola, e questa volta me la cavo con poco:  gratitudine viene dal latino tardo gratitudo-dĭnis, der. di gratus, grato, riconoscente.
Grato e riconoscente dunque, partiamo da qui.
Ho scoperto il sentimento di gratitudine giorno dopo giorno, con il passare degli anni, nei momenti di gioia e in quelli della fatica. Mi ha coccolato. È davvero un dono grande, lo si  conquista in spirito di gratuità, richiede una profonda  dimensione interiore,  e quando   matura  dentro ti ricambia restituendo serenità e  più coscienza del cammino che hai percorso. Un amico caro , un sacerdote,  mi ha indicato  sin dall’infanzia la   chiave per vivere una vita buona: la felicità  la troverai  se sarai consapevole del bene che hai ricevuto, gratuitamente,  il più delle volte   senza che tu l’abbia chiesto, spesso senza averlo neppure meritato; da lì scoprirai la  chiamata all’impegno per  ridonare quanto hai ricevuto. E sarai felice!

gratitudine

gratitudine

Un chiarimento: si è grati  non perché si ha un “debito” da onorare. Debito e  gratitudine si muovono su piani assai diversi: non è il debito ma la vita con il “grazie nel cuore” che muove la gratitudine.  Oggi si stenta a pronunciare il grazie: l’individualismo e  il narcisismo imperanti  non lo apprezzano,  tutto è dovuto o  semplicemente acquistabile; se eccedi nel “grazie di cuore”  al cospetto degli altri    apparirai un  debole, un dipendente, e  nella società della competizione cinica ( mors tua vita mea) non te lo puoi proprio concedere!
La gratitudine è tutt’altro, è un dono  straordinario che viene posto davanti a noi, un sentimento che fa “riconoscere”  l’altro, ti sollecita a unire e  creare legami. ”Io ti vedo“, ti sono grato per quello che sei, per le tue virtù e per i tuoi difetti,  per il tuo modo di essere; ti ringrazio di fare parte della mia vita, la  arricchisci  con la tua presenza,  sarai  nei miei pensieri  anche se le vicissitudini dell’esistenza dovessero separarci.
Mostrarsi grati dunque non è un obbligo, né tantomeno un debito, o la pretesa di un contraccambio. La misura autentica  della gratitudine si esprime al contrario nella   libertà, è sincera e spontanea, ci abilita a cercare   la felicità  soprattutto nelle piccole cose che ci    accadono,  spesso non le riconosciamo come “donate” da coloro che sono accanto a noi.  Pensiamo  che tutto avvenga per merito nostro, ma non è così, o per lo meno lo è solo in parte. Ci vuole davvero tanta umiltà  per ammettere che non potremmo essere ciò che siamo senza il contributo delle persone care e di tutte quelle abbiamo incontrato crescendo . La nostra vita è attraversata da un file rouge di doni spesso nascosti  e preziosi: se ne saremo consapevoli e li custodiremo  nel cuore vivremo una vita grata e felice.
Concludo con Albert Camus: giunge al premio Nobel per  la letteratura nel 1957 e dedica il primo pensiero al maestro delle elementari, una lettera-manifesto  sulla gratitudine.

Caro signor Germain,
ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza la mano affettuosa che lei tese al bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze

Verso quale normalità?

(di Antonello Sacchi) Non entro nella polemica politica, i fatti sono sotto gli occhi di tutti e aggiungere parole non servirebbe perché ognuno di noi si è fatta la sua opinione che prima o poi esprimerà nei luoghi opportuni, e poi perché non voglio aggiungere parole fini a se stesse in un momento così drammatico che ci ha separato da persone a noi care. Dobbiamo tuttavia guardare avanti, ce lo impongono i nostri figli.

Entro nella concretezza della quotidianità  ricordando che vivere è il contrario della paura. In un certo senso, con l’allentamento del lockdown, siamo tutti messi a una duplice prova, una sociale e una progettuale. Sociale perché dopo mesi di quarantena ci è stato detto che qualcosa possiamo fare ma di fare attenzione perché se andrà male dipenderà solo da noi… ebbene non dimentichiamo per favore che, pur con differenti intensità a seconda dei vari territori, il Covid-19 circola ancora fra la popolazione cioè fra di noi. Detto questo, non cadiamo preda della paura, un veleno che ottenebra la mente e gela gli arti: seguendo le disposizioni delle Autorità possiamo lentamente, senza affanno ma con prudenza e buon senso, riaffacciarci alla vita, rivedere i nostri parenti. Viviamo un nuovo inizio, che necessita di continue e periodiche verifiche, ma inizio di cosa? Della vita di prima dell’inizio della pandemia? Mi ha colpito il Rapporto Istat diffuso nei giorni scorsi sul l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale  della popolazione residente nel primo trimestre 2020. Colpito perché, confrontando gli stesi periodi del 2020 e del 2019, le cifre per le zone della classe di alta diffusione sono impressionanti per l’aumento dei decessi, e ogni unità significa un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, un padre, una madre strappato all’affetto dei suoi cari, mentre nelle zone a bassa diffusione del Covid-19, dove cioè la vita ha avuto una parvenza di maggiore sicurezza pur nella chiusura di ogni attività dovuta al lockdown, è stato registrato un impatto negativo sulla mortalità, ad esempio a Roma circa  un -9% di persone decedute rispetto alla media dei cinque anni precedenti (mese di marzo).  Tutto ciò cosa significa?

Tornare a sperare

Tornare a sperare

Parlavo prima di una sfida sociale e progettuale: la pandemia ci ha fatto finalmente tornare in noi stessi facendoci capire la fragilità connaturata al nostro essere donna e e uomini, lo abbiamo detto. La pandemia ci ha fatto riscoprire le relazioni di prossimità, lo abbiamo scritto. La quarantena ci ha posto sotto gli occhi che la carità e la pietà, nel senso latino dei termini, un trasporto di cuore e di mente che non è il minimo gesto dell’obolo, non possono fermarsi perché l’accresciuta povertà è sotto gli occhi di tutti e moltissimi volontari, anche di ANLA, non si sono mai fermati per aiutare i più sfortunati, e anche questo abbiamo documentato. La quarantena ci ha fatto capire che ci sono nuove forme di lavoro, abbiamo parlato tante volte di smart working, ma per le tantissime persone che vivono di relazioni, dal commercio al turismo alla ristorazione, e di impresa personale e non di sussidi o di tanto ambiti posti a stipendio sicuro, essa ha significato l’affanno economico, la rovina, la chiusura, la povertà. Che fare?

Tante, troppe domande, ma spero con esse di aiutare me e tutti noi nella riflessione. Ma vi ripropongo quella fondamentale: verso quale normalità vogliamo orientarci?

Penso che la sfida più grande che ci attende sia mettere in pratica le riflessioni che la quarantena ci ha indotto.

RSA, necessaria una svolta significativa

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato: 

“Viviamo giorni di dolore in cui cerchiamo di aprirci alla speranza pur costretti ancora a seguire rigide misure per impedire la diffusione del contagio ma non possiamo dimenticare le tante vittime mietute dalla pandemia nelle RSA” spiega il presidente nazionale di Anla Edoardo Patriarca “questo allentamento del lockdown ci spinge a guardare nel concreto e a preoccuparci ancora una volta e con ancora maggiore decisione delle condizioni in cui vengono assistite le persone più deboli della nostra società”.

Logo ANLA

Logo ANLA

Continua il presidente Patriarca: “Come ANLA desideriamo ribadire la necessità di un “censimento” delle strutture, RSA, Casa accoglienza etc etc che si occupano di accogliere le persone deboli che la nostra società lascia ai margini o che la malattia, qualunque essa sia, strappa agli affetti dei propri cari e alla propria abitazione, perimetro della propria esistenza. Torniamo a sottolineare con forza la necessità di linee politiche chiare, uniformi per tutto il territorio nazionale, di rigorosa applicazione delle indicazioni scientifiche per permettere a queste strutture di affrontare una fase, la cosiddetta “fase 2”, che per tutti è piena di incognite. Non possiamo lasciare al senso di responsabilità dei cittadini, delle amministrazioni locali, dei responsabili medico-scientifici di queste strutture, che peraltro è già grande, il delicato compito della protezione, quantomeno non solo a loro: occorre una strategia nazionale in quanto allo Stato spetta stabilire i livelli essenziali delle prestazioni nei diritti civili e sociali che devono essere garantiti in tutta Italia. Chiediamo un coordinamento a livello nazionale che possa agire tempestivamente nel delicato compito di assistere queste strutture nell’interazione con il territorio di riferimento al fine di preservare gli ospiti dagli eventuali contagi e che possa occuparsi, al di là dell’emergenza in atto, della regolarità di queste strutture e del benessere dei loro ospiti. Chiediamo che il Terzo Settore possa essere coinvolto, per quanto di sua competenza, anche in questa fase e in questo delicato argomento.

Attenzione però, perché non vogliamo che una volta esaurita – speriamo presto – l’emergenza Covid-19 queste strutture e le relative problematiche tornino nell’oblio: abbiamo la possibilità di migliorare la qualità della vita di tutte le persone coinvolte, non sprechiamola”.

 

Economia di guerra

(di Giuseppe Taddei, presidente ANLA Campania) Evocare termini come la guerra è sempre sconcertante, drammatico, orribile e spaventoso. Eppure, e solo per citare un esempio, già in questo momento gli USA, a causa della diffusione epidemiologica, registrano un numero di vittime superiore a quello della guerra nel Vietnam.   Nella sua più comune, stringente e generalizzata ermeneutica l’etimo della guerra riproduce, ripropone e richiama fenomeni sociali tratteggiati essenzialmente dal carattere distintivo della lotta armata. Una prima embrionale rivisitazione critica dei fatti raccontati dalla storia nel corso delle epoche ci fa vedere che le guerre sono azioni di forza con l’uso delle armi, hanno una organizzazione militare e sono state combattute per motivi di conquista territoriale, commerciale, economica, di supremazia, di difesa dei confini, non ultimo di dominio culturale e politico.  Da un più approfondito, rinnovato, riqualificato ed informato esame, contemporanei e testimoni del nostro evo misuriamo una diversa conoscenza ed una apparente, irrelata evoluzione dei fenomeni sociali finalizzati alla conquista, ovvero alla supremazia di potenze nazionali, oppure di blocchi continentali e/o politici.  Se sul versante strettamente militare, molto sinteticamente, si è transitati dalla guerra convenzionale a quella non convenzionale (nucleare), il teatro mondiale della società globalizzata ci dimostra che con una inversione concettuale e metafisica tra gli obiettivi, gli scopi, le emergenze motivazionali, e gli strumenti adoperati, le nuove azioni di forza si combattono e vengono praticate sullo stesso campo di azione e con le stesse metodologie degli aggregati che si vogliono conquistare. Si combattono guerre commerciali, monetarie, economiche, cibernetiche, industriali, non ultime quelle fiscali, quelle psicologiche, quelle di manipolazione e persuasione di massa.

Economia e mercati

Economia e mercati

 

Quella che tutta l’umanità sta combattendo è una guerra che nasce dalla emergenza sanitaria, si contrasta con instancabile impegno di medici ed infermieri negli ospedali e nei presidi sanitari, e che nel contempo sconfina, investe e si ripercuote irreversibilmente con incalcolabili danni sul tessuto economico della società globalizzata con conseguente necrosi delle parti più deboli e dei settori merceologici più sensibili.  Allo stesso modo dei conflitti militari, anche in questa congiuntura la risposta immunitaria del sistema economico è stata, principalmente, quella della riconversione industriale e manifatturiera. Invece di costruire cannoni o carri armati al posto delle auto o dei trattori in tempo di guerra, in tempo di pace si sono prodotti presidi di protezione individuale, incentivata la fabbricazione di apparecchi per la ventilazione assistita, si sono allestite nuove strutture nosocomiali per il trattamento dei pazienti più gravi, esponenzialmente incrementata la fornitura di igienizzanti, detergenti e disinfettanti.   Encomiabile esempio di riconversione industriale quello della Ferrari che a Maranello ha avviato la produzione di valvole per respiratori polmonari e raccordi per mascherine di protezione all’interno del reparto dove abitualmente si costruiscono i prototipi delle vetture. Innumerevoli i brands dell’alta moda, da Armani, Gucci, Prada e tanti altri, che sul versante propriamente manifatturiero hanno avviato la riconversione dei loro stabilimenti produttivi nella produzione di mascherine chirurgiche, di visiere facciali, di camici monouso destinati alla protezione individuale degli operatori impegnati a fronteggiare il coronavirus.  Di converso nelle sue dinamiche più perverse la deeticizzazione del mondo della vita ha riprodotto e riproposto non nuovi abominevoli ed esecrabili moduli di negativismo comunitario. La criminalità organizzata, durante le due ultime guerre mondiali, avviò intensi traffici di contrabbando, specie di generi di prima necessità, avvalendosi di persone disperate ed allo sbando. Nell’attualità non sono sfuggite alla comune, diffusa pubblica attenzione le parole del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho: ”mentre contrastiamo traffici di mascherine, le mafie muovono container di cocaina nei porti europei”.  Ciò a dimostrazione che nel momento di un inderogabile, vitale ed emergenziale bisogno collettivo di sopravvivenza parti di una società malsana si sono dedicate all’accaparramento ed alla commercializzazione a prezzi enormemente fuori mercato dei più essenziali strumenti di contrasto e di lotta al male invisibile che non conosce frontiere; nel contempo non senza “distrarsi” dagli abituali lucrosi  traffici di stupefacenti, anzi approfittando della situazione di generale disorientamento.  Anche se con sfumature diverse e fortunatamente molto più attenuate rispetto alla seconda guerra mondiale si ripropongono le restrizioni e le limitazioni dettate dalla applicazione delle disposizioni usualmente riconducibili al termine coprifuoco. Oggi il lemma sintetizza la contrazione dei nostri movimenti ed il divieto di uscire di casa imposto per arginare la diffusione pandemica in attesa che sia trovato il vaccino; allora, si era nell’attesa di uscire dalla guerra e riconquistare finalmente la libertà e la pace. Nella fattispecie specifica, in particolare, sebbene compresi della necessità di adottare misure restrittive e talvolta abrogative, seppur temporaneamente, delle principali libertà costituzionalmente sancite e garantite, non è del tutto chiara la sospensione dell’articolo 19 della Costituzione più volte ripreso nei vari D.P.C.M. emanati in questo periodo,  in particolare per quanto riguarda l’esercizio del proprio culto religioso, nonostante lo si  pratichi con le dovute misure di prevenzione sanitaria e con il distanziamento. Per sussunzione ed in correlazione alla sintassi fino a questo punto espressa emerge, si concreta e si manifesta in tutta la sua evidenza entelenchialmente  il parallelismo ed  il rinnovato rivisitato, riaggiornato isoformismo  tra la c.d. “economia di guerra” in costanza di conflitto armato non del tutto dissimile a quella in questo tempo di pace, che nonostante l’oppressione pandemica, di grazia, ancora connota il nostro vivere quotidiano.  D’altra parte è innegabile che in misura e con modalità diverse tutti gli italiani, così come i popoli di tutto il mondo, stanno combattendo la loro guerra (terza mondiale) contro quello che si adombra come il mostro del XXI secolo.

Comunicato Stampa – Festa del Lavoro 2020: abbiamo bisogno di tornare a lavorare

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia”.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

 Quest’anno il nostro Paese celebra la Festa del Lavoro con maggior attenzione perché il lavoro dà dignità, definisce la persona umana all’interno della società ma soprattutto dà di che vivere e, nell’ambito dell’attuale pandemia, un’inaspettata crisi economica sta minando la nostra stabilità. Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca interviene sul tema del lavoro sottolineando che non basta più limitarsi a ricordare il mandato costituzionale di una Repubblica che si vuole fondata sul lavoro, o a citare i testi della dottrina sociale della Chiesa: occorre metterli in pratica, oggi più che mai. Ricordando che ogni anno il presidente nazionale di ANLA interviene alla Festa del Lavoro al Quirinale, il presidente Patriarca sottolinea alcuni concetti che l’isolamento forzato della pandemia ha suggerito: “Il primo pensiero che avremmo detto al Presidente della Repubblica è che abbiamo bisogno di tornare a lavorare. Non è solo una questione economica, perché senza lavoro non vi è vita sociale: non si può vivere senza fare niente o immaginare la vita come una lunga vacanza sempre che sia sostenibile economicamente. Questo vale anche per i lavoratori meritatamente in pensione: hanno bisogno di essere cittadini attivi e impegnati, hanno bisogno, in sicurezza, della famiglia a cui dare una mano, le famiglie hanno bisogno di loro”. Il presidente Patriarca sottolinea l’urgente necessità di legalità: “Abbiamo finalmente tutti capito che il lavoro nero, sommerso, irregolare è inammissibile per un sistema economico che voglia costruire più comunità e più amicizia. Di fronte alle difficoltà questi lavoratori sono indispensabili: lo sanno le famiglie, i settori dell’agricoltura, dei servizi. Non sappiamo come intercettarli, sono invisibili e neppure riusciamo ad aiutarli. La ripartenza nel mercato del lavoro dovrà essere vera e giusta, basta con le baraccopoli, i caporalati, le intermediazioni delle mafie”. Altro tema di riflessione del presidente Patriarca è la relazione clientelare: “Abbiamo capito che il sussidio, il bonus, sono a volte utili ma solo il lavoro che dà futuro se retribuito in maniera onesta e giusta può salvare le persone. I nostri giovani non vogliono sussidi, vogliono lavorare! I nostri giovani non vogliono emigrare né tanto meno appartenere alla categoria dei working poor”. Il presidente Patriarca guarda anche al mondo delle imprese dove ribadisce che welfare sociale e aziendale devono essere integrati: “Abbiamo compreso che non esiste solo una organizzazione aziendale sul modello fordista, o una scala gerarchica rigida, o orari fissi e indiscutibili, ma che si può lavorare diversamente, in smart working e non solo, con orari più flessibili, più attenti ai tempi delle famiglie. La cooperazione e la condivisione in azienda sono strategiche per conquistare produttività e più qualità nella produzione di beni e servizi. Abbiamo riscoperto il ruolo originario, fondativo, delle imprese: esse non sono unicamente fonte di profitto ma sono presenze significative nei territori, soggetti anche “politici” nel senso di costruttori di comunità e bene comune. Abbiamo riscoperto la concertazione, che non è mercimonio di basso profilo o scambio utilitaristico di interessi, ma è trovare una via condivisa con ruoli definiti. L’innovazione tecnologica, le reti digitali, la sostenibilità ambientale, il welfare aziendale, la presenza sui territori non rubano lavoro ma lo rendono al contrario più umano e dunque più produttivo”. Il presidente Patriarca conclude le sue considerazioni con un auspicio: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia: buona Festa del Lavoro, con l’augurio cioè di un lavoro vero, giusto, sicuro per tutti”.