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Ripartiremo

(di Antonello Sacchi) Cari amici, vi offro oggi tre suggestioni per il numero 40 di questa newsletter, 40 settimane consecutive in vostra compagnia in mezzo alla pandemia, newsletter voluta e “costruita”con l’unico scopo, spero centrato, di “tenerci insieme”, di dirci che ANLA c’è e ci sarà ancora, per donarci un sorriso reciproco e aiutarci a sperare nella certezza di una nuova partenza. Non a caso il numero di dicembre di Esperienza, in corso di spedizione, è intitolato “Ripartiamo”.

La prima suggestione riguarda quanto abbiamo vissuto circa un anno fa, il 16 dicembre 2019: l’udienza privata che Papa Francesco ha voluto concedere a noi di ANLA. Qui potete leggere il testo completo del suo discorso 

Il presidente Edoardo Patriarca e il Santo Padre

Il presidente Edoardo Patriarca e il Santo Padre

Riporto qui solo alcuni passaggi del discorso del Santo Padre a noi rivolto: “Le persone anziane, sul piano sociale, non vanno considerate come un peso, ma per quello che sono veramente, cioè una risorsa e una ricchezza. Sono la memoria di un popolo!”… “In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una espansione dell’impegno degli anziani nel volontariato e nell’associazionismo, in quanto terreno ottimale di realizzazione di un’anzianità attiva e protagonista nella costruzione di una comunità solidale”… “E veniamo così al secondo aspetto: la vecchiaia come stagione del dialogo. Il futuro di un popolo suppone necessariamente un dialogo e un incontro tra anziani e giovani per la costruzione di una società più giusta, più bella, più solidale, più cristiana. I giovani sono la forza del cammino di un popolo e gli anziani rinvigoriscono questa forza con la memoria e la saggezza”… “Considerando e vivendo la vecchiaia come la stagione del dono e la stagione del dialogo, si contrasterà lo stereotipo tradizionale dell’anziano: malato, invalido, dipendente, isolato, assediato da paure, lasciato da parte, con una identità debole per la perdita di un ruolo sociale”… “Cari amici, vi ringrazio per quanto fate nel campo della promozione delle persone anziane. Siate ovunque presenza gioiosa e saggia”.

La seconda suggestione riguarda la signora Denise. Nel marzo scorso la signora ha preferito rinunciare al posto in terapia intensiva per lasciarlo a chi, più giovane, ne avesse avuto bisogno.  Non ci sono parole per descrivere la bellezza e la forza benefica di questo gesto e lo lascio alla riflessione di ognuno. Penso ai tanti medici e infermieri che non si sono mai arresi, penso ai tanti volontari che non si sono mai fermati… La persona umana ha bisogno non solo di un vaccino contro il male fisico del Covid-19 ma anche di un vaccino contro il male morale che questo difficile periodo ha acuito, un vaccino questo che può solo nascere dalla bontà delle persone.

Infine un ricordo che lascio alle note di una canzone, “Giulio Cesare” di Antonello Venditti. Parla della fatica di crescere, dei Mondiali di calcio, dei campioni di calcio della giovinezza. Ciao Pablito, ci mancherai.

Verso quale normalità?

(di Antonello Sacchi) Non entro nella polemica politica, i fatti sono sotto gli occhi di tutti e aggiungere parole non servirebbe perché ognuno di noi si è fatta la sua opinione che prima o poi esprimerà nei luoghi opportuni, e poi perché non voglio aggiungere parole fini a se stesse in un momento così drammatico che ci ha separato da persone a noi care. Dobbiamo tuttavia guardare avanti, ce lo impongono i nostri figli.

Entro nella concretezza della quotidianità  ricordando che vivere è il contrario della paura. In un certo senso, con l’allentamento del lockdown, siamo tutti messi a una duplice prova, una sociale e una progettuale. Sociale perché dopo mesi di quarantena ci è stato detto che qualcosa possiamo fare ma di fare attenzione perché se andrà male dipenderà solo da noi… ebbene non dimentichiamo per favore che, pur con differenti intensità a seconda dei vari territori, il Covid-19 circola ancora fra la popolazione cioè fra di noi. Detto questo, non cadiamo preda della paura, un veleno che ottenebra la mente e gela gli arti: seguendo le disposizioni delle Autorità possiamo lentamente, senza affanno ma con prudenza e buon senso, riaffacciarci alla vita, rivedere i nostri parenti. Viviamo un nuovo inizio, che necessita di continue e periodiche verifiche, ma inizio di cosa? Della vita di prima dell’inizio della pandemia? Mi ha colpito il Rapporto Istat diffuso nei giorni scorsi sul l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale  della popolazione residente nel primo trimestre 2020. Colpito perché, confrontando gli stesi periodi del 2020 e del 2019, le cifre per le zone della classe di alta diffusione sono impressionanti per l’aumento dei decessi, e ogni unità significa un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, un padre, una madre strappato all’affetto dei suoi cari, mentre nelle zone a bassa diffusione del Covid-19, dove cioè la vita ha avuto una parvenza di maggiore sicurezza pur nella chiusura di ogni attività dovuta al lockdown, è stato registrato un impatto negativo sulla mortalità, ad esempio a Roma circa  un -9% di persone decedute rispetto alla media dei cinque anni precedenti (mese di marzo).  Tutto ciò cosa significa?

Tornare a sperare

Tornare a sperare

Parlavo prima di una sfida sociale e progettuale: la pandemia ci ha fatto finalmente tornare in noi stessi facendoci capire la fragilità connaturata al nostro essere donna e e uomini, lo abbiamo detto. La pandemia ci ha fatto riscoprire le relazioni di prossimità, lo abbiamo scritto. La quarantena ci ha posto sotto gli occhi che la carità e la pietà, nel senso latino dei termini, un trasporto di cuore e di mente che non è il minimo gesto dell’obolo, non possono fermarsi perché l’accresciuta povertà è sotto gli occhi di tutti e moltissimi volontari, anche di ANLA, non si sono mai fermati per aiutare i più sfortunati, e anche questo abbiamo documentato. La quarantena ci ha fatto capire che ci sono nuove forme di lavoro, abbiamo parlato tante volte di smart working, ma per le tantissime persone che vivono di relazioni, dal commercio al turismo alla ristorazione, e di impresa personale e non di sussidi o di tanto ambiti posti a stipendio sicuro, essa ha significato l’affanno economico, la rovina, la chiusura, la povertà. Che fare?

Tante, troppe domande, ma spero con esse di aiutare me e tutti noi nella riflessione. Ma vi ripropongo quella fondamentale: verso quale normalità vogliamo orientarci?

Penso che la sfida più grande che ci attende sia mettere in pratica le riflessioni che la quarantena ci ha indotto.