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Il lavoro dei nostri giovani

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Precari, abituati per necessità a passare da un lavoro ad un altro, con una retribuzione bassa e sotto i diecimila euro l’anno, costretti (circa il 50%) a vivere con i propri genitori: è la fotografia scattata dal report di Eures per conto del Consiglio Nazionale dei Giovani, uno sguardo sull’occupazione nella fascia under 35 piuttosto allarmante,  in parte già noto a coloro che studiano il mercato del lavoro.

 

Vale la pena elencare i dati più salienti che raccontano la condizione giovanile del nostro tempo. La metà degli under 35 vive ancora a casa dei genitori, solo 1 su 3 ha un lavoro stabile (37,2%), precario il 26%, si dichiara disoccupato il 23,7 %, i restanti non cercano lavoro, non studiano e non si formano (Neet). Il 54,6% degli intervistati ha accettato almeno una volta di lavorare in nero, le giovani sono le più penalizzate, al Sud risiede la maggior percentuale di giovani disoccupati. Un’ ampia maggioranza riceve una retribuzione sotto i diecimila euro mentre solo il 7,4% riceve una retribuzione annua superiore a 20 mila euro. Anche la mobilità lavorativa caratterizza frequentemente l’esperienza dei giovani, che per poter lavorare si sono trasferiti in un’altra regione (27,1%), o in un altro comune (28%); solo l’8,2 % si dichiara indisponibile a trasferirsi, a dimostrazione che lo stereotipo dei giovani poco propensi ai sacrifici si conferma molto lontano dalla realtà. Sono sfiduciati verso un sistema pensionistico che ritengono iniquo e che li costringerà a lavorare fino a 70 anni con un assegno che non garantirà una vita degna.

In queste condizioni metter su famiglia per la maggior parte degli intervistati è fuori dal proprio progetto di vita: solo il 12 % può contare su una casa di proprietà, 4 su 10 non hanno requisiti per ottenere un mutuo, solo il 6,5% ha un figlio e il 32% non ne vuole avere.

Discontinuità lavorativa, basse retribuzioni, esiguità dei contributi versati, lavoro nero sono in sintesi le barriere che impediscono la via verso l’autonomia, un presente segnato dalla instabilità e un futuro incerto che cancella ogni prospettiva di speranza. Di fronte a questi dati vanno in frantumi i luoghi comuni e la facile retorica di questi anni sulle giovani generazioni: fannulloni, innamorati dei sussidi e distesi sui divani di casa.

Il nostro welfare  non protegge i  giovani, è un dato inoppugnabile: le proposte in campo sono tante, le abbiamo spesso elencate nei nostri interventi, non ultimo quello del primo maggio: va rafforzata nelle scuole Superiori  l’alternanza-apprendistato, è urgente far decollare gli ITS per costruire (in raccordo con le Università) quella filiera professionalizzante oggi strategica per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta, vanno riqualificati i contratti di stage, tirocinio e praticantato con l’obbligo di remunerazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha introdotto alcune novità: le agevolazioni sull’acquisto della prima casa, 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo di network scuola-Università-centri di ricerca aziendali, 600 milioni a favore del sistema duale per promuovere l’occupazione giovanile. È un buon punto di partenza, ma non sufficiente: abbiamo bisogno di uno sguardo lungo. In questi ultimi anni ANLA ha compiuto  una scelta politica netta: accanto ai temi che toccano le persone anziane, in azienda diremmo il nostro “core business”, non intendiamo retrocedere dall’impegno   verso le giovani generazioni:   diritti degli anziani da tutelare e doveri di solidarietà verso i nostri giovani!

Morti bianche

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Alcuni giorni fa lo abbiamo ribadito  al Presidente Mattarella in occasione del Primo Maggio: lavorare  è scegliere  una vita onesta, è dare ritmo ad una intera esistenza:  la mattina ti svegli presto, quasi sempre compi lo stesso tragitto, incontri i colleghi, prendi posto e lo occupi fino a conclusione dell’attività, poi giunge il tempo della famiglia e  il tempo libero. È la storia di tutti noi, anche di  Luana D’Orazio, vittima del lavoro. Giovanissima, 22 anni, un figlio avuto a 17 anni: non finisce le scuole superiori per l’arrivo di Alessio, di lei i social raccontano immagini piene di gioia, graziosa e fiera, con progetti ancora in bocciolo, un fratello Luca disabile, una mamma e un papà molto presenti.

Non voglio scrivervi  frasi fatte e di circostanza, ma  le morti bianche nel nostro paese sono una vera e propria piaga che non può essere sottaciuta: 1270 nel 2020, 185 nei primi mesi di questo anno, 3 morti al giorno.

La morte di Luana ci costringe a porre lo sguardo su  una realtà lavorativa nascosta ai più; nei commenti di notisti  e commentatori il lavoro è raccontato al futuro:  lavoro leggero e immateriale,  smart e regolato da conference call e riunioni con zoom, webinar su Meet Google e Dad,  con dispostivi sempre   più sofisticati e algoritmi che pianificano tutto. È vero,  c’è anche questo lavoro che porta con sé problemi e sfide  nuove, ma  c’e ancora  il lavoro duro e faticoso. Luana è morta risucchiata e stritolata da una macchina, un orditoio, che ingoia  fili e non ammette distrazioni, come accadeva  a Charlie Chaplin  85 anni fa in “Tempi  moderni”:  le macchine possono ancora mangiare e uccidere uomini e donne.  Il tempo veloce della cosiddetta post modernità,  ahnoi, non è pari al tempo dei diritti che scorre troppo lentamente.  La concorrenza spietata, un tessuto produttivo spezzettato  impone ritmi di produzione serrati, si corre  troppo e sempre per garantire più margini e battere sui tempi i concorrenti. In queste condizioni può giungere la morte.

Leggo dell’ennesima proposta di una commissione di inchiesta parlamentare: per cortesia evitiamo di buttare giù proposte a caso che sanno di spot.  La  storia di Luana merita rispetto, il suo volto,  le parole di  composta dignità  dei suoi genitori sono  un soffio di nobiltà in un  paese che si parla troppo addosso, un chiacchiericcio assordante in un condominio  litigioso e in assemblea permanente.

È giunto il tempo che si riconquisti un equilibrio più saggio tra tutela dei diritti individuali (facili da cavalcare) e diritti sociali troppo spesso dimenticati a vantaggio dei primi.

Una agenda? Si riprenda il Decreto legislativo 81 del 2008: il testo unico sulla sicurezza sul lavoro è stato solo in parte attuato nei capitoli  dedicati alla prevenzione e  scarsamente finanziato,  con un paradosso tragico  molto italico:  spendiamo 3 punti di Pil per interventi ex post a riparare i danni dovuti all’assenza di prevenzione.  Un tavolo sulla sicurezza? Bene, si faccia presto, le proposte di riforma sono già scritte da tempo, basterebbe fare sintesi e attuarle,  a partire dall’accorpamento  dei ruoli ispettivi di Stato,  Regioni,  Asl, INAIL, Inps. Il naufragio dell’Ispettorato nazionale del lavoro è davanti ai nostri occhi.

L’11 ottobre è la giornata nella quale si commemorano i morti sul lavoro: come Associazione ci attendiamo che in quel giorno non si recitino le ennesime litanie ma si possano  contare i passi avanti compiuti nella prevenzione.

Perché il lavoro è vita.

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Festa del lavoro 2021, intervento del presidente Edoardo Patriarca

Signor Presidente, le siamo grati per questo incontro in presenza, in presenza almeno per noi relatori, un modo per esprimere il desiderio di tanti   di riprendere, pur con le dovute cautele, una vita meno isolata e impaurita. Un desiderio che trova la sua radice di senso oggi nella celebrazione della Festa  del Lavoro,  una giornata  “repubblicana”  a me piace dire perché essa  richiama a tutti noi il primo articolo della  Costituzione.

Signor Presidente, signor Ministro, signori Presidenti dei Maestri del Lavoro e dei Cavalieri del Lavoro, la pandemia l’anno scorso ci ha impedito di celebrare coralmente la Festa del Lavoro: questo tempo sospeso ha lasciato un solco di dolore in tutti noi.

Il presidente Edoardo Patriarca durante il suo intervento alla Festa del lavoro 2021

Il presidente Edoardo Patriarca durante il suo intervento alla Festa del lavoro 2021. Fonte: Presidenza della Repubblica

 

Come Presidente dell’Associazione Nazionale Lavoratori Anziani, A.N.L.A.,  non posso non  ricordare le persone anziane che ci hanno lasciato, una generazione che ha servito il Paese con dedizione e passione civile, una generazione che ha contribuito a generare  un’economia  tra le più prospere in Europa. Tuttavia tradiremmo la loro memoria se non guardassimo avanti, se non accompagnassimo il cammino di ripresa che vedrà protagoniste soprattutto le giovani generazioni.

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Festa del Lavoro 2021

(di Antonello Sacchi) ”Ringraziamo il Presidente della Repubblica per la cerimonia della Festa del Lavoro che si terrà sabato 1 maggio al Quirinale”  dichiara il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca “Questa cerimonia assume oggi un duplice valore: il desiderio di ricominciare la pienezza della vita istituzionale – nel 2020 non è stato possibile tenere questa cerimonia a causa della pandemia – e ripartire dal lavoro, su cui è fondata la Repubblica”.

Il presidente Patriarca su invito della Presidenza della Repubblica terrà un intervento nel corso della cerimonia che verrà trasmessa sabato 1 maggio a partire dalle ore 11.00  in diretta su Rai 1 e streaming.

“Desidero ricordare in questa occasione anche i nuovi Maestri del Lavoro, che per tradizione ogni anno ricevevano la Stella al merito del lavoro proprio il 1 maggio” ricorda il presidente Patriarca “ANLA concorre al conferimento di questa onorificenza in virtù della legge 5 febbraio 1992, n. 143. Come Associazione Nazionale Lavoratori Anziani sosteniamo l’importanza del dialogo fra le generazioni e attraverso di esso la condivisione di esperienza, saggezza e saperi dai più anziani ai più giovani, per la costruzione del bene comune.

Auspichiamo che presto le condizioni sanitarie consentano di riprendere la tradizionale consegna delle Stelle al merito del lavoro”.

Istat, il mercato del lavoro, II trimestre 2020

Istat, in un comunicato stampa, rende noto che nella media del secondo trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro risentono, ancor più che nello scorso trimestre, delle notevoli perturbazioni indotte dall’emergenza sanitaria. L’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una forte diminuzione rispetto sia al trimestre precedente (-13,1%) sia allo stesso periodo del 2019 (-20,0%). Tali andamenti risultano coerenti con la fase di eccezionale caduta dell’attività economica, con una flessione del Pil nell’ultimo trimestre pari al 12,8% in termini congiunturali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2020 il numero di persone occupate subisce un ampio calo in termini congiunturali (-470 mila, -2,0%), dovuto soprattutto alla diminuzione dei dipendenti a termine e degli indipendenti. Il tasso di occupazione scende al 57,6%, in calo di 1,2 punti rispetto al primo trimestre 2020; i giovani di 15-34 anni presentano la diminuzione più marcata (-2,2 punti). Nei dati provvisori di luglio 2020, al netto della stagionalità e dopo quattro mesi di flessione, il numero di occupati torna a crescere (+85 mila, +0,4%) rispetto a giugno 2020 e il tasso di occupazione risale al 57,8% (+0,2 punti in un mese), misurando una positiva reazione del mercato del lavoro alla ripresa dei livelli di attività economica.

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Il mercato del lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)

L’ultima rilevazione Istat sull’andamento del mercato del lavoro ci consegna una fotografia purtroppo già nota: ad essere maggiormente colpiti sono giovani e donne, e il Mezzogiorno in particolare. La crisi sanitaria e a seguire quella economica  già tra noi hanno accentuato questi divari che da tempo collocano il nostro Paese  nelle ultime posizioni   delle classifiche europee. Non riporto i dati di Istat facilmente  reperibili  sul web, piuttosto vi proporrei alcuni snodi critici, i crocevia da attraversare per uscire da uno situazione che non porta nulla di buono al benessere delle persone e delle famiglie. Sarebbe altresì auspicabile che Governo e Parlamento, a seguito dell’accordo sul Recovery Fund, ponessero questi temi al centro di una agenda finalmente declinata al futuro e non tarata sul “qui e ora”, alla ricerca di un consenso tanto facile sull’immediato quanto drammaticamente fragile e velleitario per le generazioni future.

La questione giovanile e quella femminile si incrociano da decenni,  questioni irrisolte da troppo tempo:   hanno assunto oramai  forme patologiche  profonde che meriterebbero di  essere trattate   con ricette e farmaci adeguati. Non sono più utili – semmai lo sono stati- interventi tampone, cure palliative spot, bonus di vario genere. Le questioni vanno prese di petto con una strategia riformatrice paziente e coraggiosa, che dispieghi i suoi effetti nel medio e lungo periodo.

Ma andiamo nel merito.

Il primo crocevia attiene alla qualità del sistema  istruzione-formazione nel nostro Paese. I dati ISTAT ci raccontano che questo punto è un discrimine attraverso il quale passa il destino dei ragazzi. Le fasce meno istruite sono quelle più fragili e soggette a disoccupazione oltreché a emarginazione sociale e culturale. Se il sistema di istruzione continua a produrre una dispersione scolastica tra le più alte in Europa, e se il sistema non è capace di ridurre la povertà educativa che coinvolge più di un milione di bambine e bambini, mi domando, cosa si aspetta ad agire  per assumere decisioni serie? Abbiamo bisogno di una nuova task force o piuttosto di una “decisione”. Per non parlare della qualità del sistema universitario che ha sì tante eccellenze, ma non sufficienti ad alzare la qualità media e il tono di tutto il settore. Domandiamoci come mai in Italia stanno nascendo come funghi le università telematiche, come mai non vi sia una formazione professionalizzante parallela a quella universitaria degna di questo nome. Domandiamoci come mai, salvo poche Regioni, l’offerta di servizi per l’infanzia sia tra quelle più basse in Europa.

Il secondo crocevia interconnesso con il primo è il mercato del lavoro, poco conosciuto ahimè da molti politici e decisori pubblici. I dati lo dicano senza timore di smentite: i Paesi che hanno i minori divari di genere (un tasso di occupazione femminile al pari di quella maschile) sono quelli più progrediti. Se una donna su tre è costretta a lasciare  il proprio lavoro dopo la nascita del primo figlio la questione che si pone è chiara davanti a noi, non ha bisogno di riflessioni e dibattiti ulteriori. Altro esempio,  se non viene praticata la parità  retributiva,  imprese e sindacati  dovrebbero far chiarezza ogniqualvolta rinnovano i  contratti senza attendere l’ennesimo decreto ministeriale. Perché la parità è iscritta nella Costituzione e andrebbe praticata nell’azione politica come  pure nella autonomia dei corpi intermedi (quante sono le presidenti di associazioni,  sindacati o rappresentanze di vario gente?). Non da ultimo: occorre  ridurre a zero il cuneo fiscale per l’assunzione dei giovani, promuovere la formazione permanente, l’apprendistato duale, l’alternanza  scuola lavoro,  Garanzia Giovani, i centri per l’impiego radicalmente riformati.….

Potrei proseguire.. Mi preme ribadire che di analisi e approfondimenti ne abbiamo fatti tanti. Questo è il tempo di decidere, e per ritornare alla triade cara alla mia generazione vedere-giudicare- agire, ecco,  mi pare sia giunto il tempo (… che non fa sconti) di agire, con saggezza e prudenza,  certo, ma con quella determinazione  attesa da tutti noi.

Linee guida per l’Italia

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Qualche giorno fa Vittorio Colao ha consegnato al presidente Conte il frutto di otto settimane di lavoro, iniziato in piena emergenza pandemica, del Comitato di esperti in materia economica e sociale istituita con DPCM del 10 aprile 2020; ricordo en passant che fra di loro c’è anche Enrico Giovannini che abbiamo avuto gradito relatore al convegno del settantesimo di fondazione di ANLA che abbiamo celebrato al Senato l’anno scorso.

Non mi soffermo a commentare l’intera opera, potete trovarla agevolmente in internet ed è di rapida lettura, ricordo qui solo il fatto che sono tre gli “assi di rafforzamento” identificati da questa task force per la trasformazione del Paese: digitalizzazione e innovazione, rivoluzione verde, parità di genere e inclusione.

Sei le aree di azione strategiche per il piano di rilancio: le Imprese e il Lavoro, motore della ripresa, le Infrastrutture e l’Ambiente, volano del rilancio, il Turismo, l’Arte e la Cultura, brand iconico dell’Italia, la Pubblica Amministrazione che deve diventare alleata dei cittadini,  l’Istruzione, la Ricerca e le Competenze, fattori chiave per lo sviluppo, gli Individui e le Famiglie, cito testualmente “da porre al centro di una società equa e inclusiva, perché siano attori del cambiamento e partecipi dei processi di innovazione sociale”. Non so che fine farà questo studio, tanti sono i temi qui trattati da sempre  cari alla nostra Associazione, welfare, lavoro, impresa… leggo con piacere che il gruppo guidato da Colao propone di completare la riforma del Terzo Settore e in particolare per la fiscalità delle imprese sociali.

Inclusione

 

Mi soffermo qui brevemente su Famiglia e inclusione perché nella ripartenza dell’Italia dopo mesi di lockdown dobbiamo ripartire dal mattone della società e una comunità la si crea con legami relazionali e interpersonali. Il volontariato è ancora una volta la chiave di volta perché welfare inclusivo e territoriale di prossimità non sia un vuoto slogan. L’isolamento imposto dalla pandemia ha accentuato un triste fenomeno già presente, la solitudine delle persone fragili, per cui è chiaramente necessaria un’azione strutturale da parte della collettività ma la prossimità inizia dalla telefonata di una persona amica e qui ricordo e ringrazio tutti i nostri volontari che durante la pandemia hanno trascorso ore al telefono per chiamare persone che sapevano essere sole o spaventate per stare loro accanto, per parlare con loro. Parlare poi di parità di genere può essere facile in linea di principio, ma concretamente ho in mente il grande disagio delle famiglie dove, con la chiusura dei nidi e degli asili, la responsabilità dei bambini è crollata, senza rete di protezione, sulle madri. Non possiamo parlare di parità di genere quando alle donne e mamme non viene riconosciuto adeguatamente questo status e parimenti non viene incentivata la possibilità di formare una famiglia, “mattone” della vita sociale. C’è stato chi ha detto che per capire il futuro di una società basta guardare lo “stato di salute” della famiglia. Il piano elaborato dal Comitato guidato da Colao parla di azioni per favorire la Conciliazione dei tempi di vita e sostegno alla genitorialità e rilancia la possibilità di estendere il Servizio Civile, ampliandone i partecipanti, orientandolo a “ridurre il digital divide dei bambini e delle famiglie più povere e fornire assistenza alle persone anziane e alle persone con disabilità”.

Mi piacerebbe che queste cose non rimanessero sulla carta…

Comunicato stampa – Lavoro, il Governo ascolti veramente la voce di chi è in difficoltà

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca: “Lavorare è una cosa seria, occorre che il Governo ascolti veramente la voce dei più deboli economicamente, che ora sono tutti coloro che hanno perso il lavoro o che senza adeguati aiuti non possono ripartire, a cominciare dal cosiddetto popolo delle partite IVA, perché la nostra società, la nostra Repubblica che è fondata sul lavoro, possa veramente superare unita questa difficile prova”.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

“Senza diritto al lavoro e senza diritti nel lavoro non ci può essere sviluppo sostenibile”: oggi ricordiamo i 50 anni dello Statuto dei Lavoratori e questa frase del Presidente della Repubblica ci spinge a ricapitolare l’eccezionale periodo che stiamo vivendo, riportando al centro gli interessi reali del Paese” spiega il presidente ANLA Edoardo Patriarca che prosegue: “Stiamo uscendo dalla pandemia con grande difficoltà – il pericolo non è del tutto scongiurato, dobbiamo convivere con il virus e dobbiamo fare molta attenzione alla nostra vita sociale – e questo grazie al coraggio e alla determinazione degli italiani che, tranne poche eccezioni, confermano il nostro essere capaci di grandi sacrifici e di poter raggiungere gli obiettivi che vogliamo. Quello che ora vogliamo è lavorare. Non un sussidio o un bonus, vogliamo un lavoro serio in cui ogni lavoratore possa ritrovare libertà, solidarietà e giustizia, un lavoro che possa dare dignità alla persona perché il lavoro vero è lavoro dignitoso, sicuro, qualificante della dimensione sociale di ognuno di noi. Dovremo affrontare una sfida senza precedenti, dettata dall’emergenza sanitaria che il nostro Capo dello Stato ha sottolineato averci dimostrato “che la protezione sociale, la sicurezza, la stessa possibilità di progettare il futuro poggia anzitutto sul lavoro”. Cosa scriverebbero oggi gli autori dello Statuto dei Lavoratori? Mi sono più volte posto questa domanda, e vedendo in queste giornate di lockdown donne e uomini continuare a fare il proprio dovere con abnegazione e senza risparmiarsi, ho pensato che il bene comune è il collante della nazione, che anche il lavoro non può fare a meno della solidarietà che non si improvvisa ma che deve essere tratto peculiare di ogni persona, determinazione a occuparsi del bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo responsabili di tutti come ci ricorda la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II di cui abbiamo appena ricordato il centenario della nascita. Allora il lavoro non può che essere giusto, sicuro, dignitoso ma anche flessibile, capace non di rivendicazioni ma di adattamenti allo spirito del tempo perché non ha più senso la sopravvivenza di antichi privilegi. Anche questo concorre a definire giusto il lavoro, che per definizione deve essere scevro da privilegi. Poi penserei che il lavoro è una cosa seria, e la nostra ANLA, fatta dai lavoratori anziani d’Italia, lo dimostra: la serietà non va a braccetto con le parole al vento, ma si lega alla concretezza della vita e della quotidianità, che è fatta di sacrificio, di aiuto, di condivisione”.  Conclude il presidente Patriarca: “Non è più tempo di proclami, ma di aiuti concreti verso tutti i lavoratori e non solo verso alcune corporazioni a scapito di altre: penso alle scuole paritarie, alle strutture private per l’infanzia che non hanno ricevuto aiuto adeguato, a tutti quei giovani che vorrebbero impegnarsi nel servizio civile ma che dovranno fare i conti con una dotazione data al settore dal recente decreto che definire insufficiente è un eufemismo. Lavorare è una cosa seria, occorre che il Governo ascolti veramente la voce dei più deboli economicamente, che ora sono tutti coloro che hanno perso il lavoro o che senza adeguati aiuti non possono ripartire, a cominciare dal cosiddetto popolo delle partite IVA, perché la nostra società, la nostra Repubblica che è fondata sul lavoro, possa veramente superare unita questa difficile prova”.

Comunicato Stampa – Festa del Lavoro 2020: abbiamo bisogno di tornare a lavorare

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia”.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

 Quest’anno il nostro Paese celebra la Festa del Lavoro con maggior attenzione perché il lavoro dà dignità, definisce la persona umana all’interno della società ma soprattutto dà di che vivere e, nell’ambito dell’attuale pandemia, un’inaspettata crisi economica sta minando la nostra stabilità. Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca interviene sul tema del lavoro sottolineando che non basta più limitarsi a ricordare il mandato costituzionale di una Repubblica che si vuole fondata sul lavoro, o a citare i testi della dottrina sociale della Chiesa: occorre metterli in pratica, oggi più che mai. Ricordando che ogni anno il presidente nazionale di ANLA interviene alla Festa del Lavoro al Quirinale, il presidente Patriarca sottolinea alcuni concetti che l’isolamento forzato della pandemia ha suggerito: “Il primo pensiero che avremmo detto al Presidente della Repubblica è che abbiamo bisogno di tornare a lavorare. Non è solo una questione economica, perché senza lavoro non vi è vita sociale: non si può vivere senza fare niente o immaginare la vita come una lunga vacanza sempre che sia sostenibile economicamente. Questo vale anche per i lavoratori meritatamente in pensione: hanno bisogno di essere cittadini attivi e impegnati, hanno bisogno, in sicurezza, della famiglia a cui dare una mano, le famiglie hanno bisogno di loro”. Il presidente Patriarca sottolinea l’urgente necessità di legalità: “Abbiamo finalmente tutti capito che il lavoro nero, sommerso, irregolare è inammissibile per un sistema economico che voglia costruire più comunità e più amicizia. Di fronte alle difficoltà questi lavoratori sono indispensabili: lo sanno le famiglie, i settori dell’agricoltura, dei servizi. Non sappiamo come intercettarli, sono invisibili e neppure riusciamo ad aiutarli. La ripartenza nel mercato del lavoro dovrà essere vera e giusta, basta con le baraccopoli, i caporalati, le intermediazioni delle mafie”. Altro tema di riflessione del presidente Patriarca è la relazione clientelare: “Abbiamo capito che il sussidio, il bonus, sono a volte utili ma solo il lavoro che dà futuro se retribuito in maniera onesta e giusta può salvare le persone. I nostri giovani non vogliono sussidi, vogliono lavorare! I nostri giovani non vogliono emigrare né tanto meno appartenere alla categoria dei working poor”. Il presidente Patriarca guarda anche al mondo delle imprese dove ribadisce che welfare sociale e aziendale devono essere integrati: “Abbiamo compreso che non esiste solo una organizzazione aziendale sul modello fordista, o una scala gerarchica rigida, o orari fissi e indiscutibili, ma che si può lavorare diversamente, in smart working e non solo, con orari più flessibili, più attenti ai tempi delle famiglie. La cooperazione e la condivisione in azienda sono strategiche per conquistare produttività e più qualità nella produzione di beni e servizi. Abbiamo riscoperto il ruolo originario, fondativo, delle imprese: esse non sono unicamente fonte di profitto ma sono presenze significative nei territori, soggetti anche “politici” nel senso di costruttori di comunità e bene comune. Abbiamo riscoperto la concertazione, che non è mercimonio di basso profilo o scambio utilitaristico di interessi, ma è trovare una via condivisa con ruoli definiti. L’innovazione tecnologica, le reti digitali, la sostenibilità ambientale, il welfare aziendale, la presenza sui territori non rubano lavoro ma lo rendono al contrario più umano e dunque più produttivo”. Il presidente Patriarca conclude le sue considerazioni con un auspicio: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia: buona Festa del Lavoro, con l’augurio cioè di un lavoro vero, giusto, sicuro per tutti”.

Lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) La parola che vi propongo oggi è lavoro

Nella nostra Costituzione  la parola riecheggia  13 volte. Il principio lavoristico  declamato nell’art.1,  assieme a quello solidaristico e democratico,  mette al centro la persona e la sua dignità. Il cuore del lavoro è la persona, rifugge la sola dimensione contrattualistica (occupazione e retribuzione),  è di più, è anche  un atto creativo, un fare bene ciò che ti è stato affidato. Papa Francesco  in linea   con il dettato costituzionale, e va da sé con la dottrina sociale della Chiesa,   descrive  il  “lavoro  degno” con quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale. Risuonano    nella  Costituzione in forma diversa:  “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4).

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Ora la pandemia ci ha posto di fronte ad un passaggio inaspettato e tragico,  una discontinuità dirompente pari a quella provocata da una guerra. Ne siamo consapevoli, lo sentiamo sulla nostra pelle,  lascerà tracce profonde e durature. Abiteremo diversamente il tempo che ci è dato di vivere: il declino, la povertà, la decrescita infelice saranno un destino inevitabile?   O l’opportunità per ripensare modelli organizzativi, e  archiviare la   scansione   spazio/tempo – grigia e inossidabile  da un secolo- ereditata dalla  prima rivoluzione industriale?    Perché non innescare  un processo di cambiamento,  un nuovo umanesimo, un Rinascimento nel modo di produrre e di lavorare? Le dichiarazioni “visionarie”  della  Costituzione, molte ancora da attuare, forse troveranno nuova linfa. Una premessa va fatta. Se riflettiamo sul  lavoro degno non possiamo non  denunciare quello indegno: quello dei lavoratori irregolari, in nero (si parla di quasi 4 milioni di persone),  coinvolti soprattutto  nei servizi  alla persona, in agricoltura, edilizia, trasporti, ristorazione, turismo, commercio…e i working poor , i lavoratori sottopagati che pur lavorando vivono nella miseria e nella povertà, senza orari . “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità  e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.  Ancora una volta c’è lo ricorda la Costituzione nell’ art.36).

Detto ciò, un primo abbozzo di riflessione.
In queste settimane sono state scritte parole per lo più sconosciute ai più: home working, lavoro agile, smart working, telelavoro… Hanno significati diversi, modelli contrattuali e regole differenti, ma   tutti hanno un unico denominatore: il lavoro si svolge in luoghi altri da quello aziendale ( generalmente a casa ) e in orari diversi dall’orario canonico.Stiamo vivendo queste esperienze per emergenza, costretti dalla pandemia. Possiamo trarne qualche insegnamento? E se proponessero in filigrana un nuovo paradigma, una sorta     di sgretolamento degli spazi e  dei tempi canonici, la  smaterializzazione del prodotto resa possibile dalla evoluzione delle tecnologie digitali?
Ma quali sono le condizioni perché lo smart working funzioni per davvero? Non funziona, è certo, se vige il modello fordista, il controllo a vista, la mentalità gerarchica  e burocratica in azienda. Funziona se si avviano   processi partecipativi che premiano la collaborazione e la cooperazione , la fiducia e la responsabilità, l’autorealizzazione e la messa a frutto dei propri talenti, il senso  di appartenenza e la programmazione  per obiettivi. Ma questi indicatori necessari per il lavoro agile non sono altrettanto generativi per tutte le tipologie di lavoro? Se già ora provassimo a vivere il cambiamento    rafforzando le piattaforme digitali, la banda larga, la formazione  dei dipendenti, il sostegno alle imprese che ci vogliono provare, avremo  sperimentato  nuovi modi per sostenere la conciliazione tra vita lavorativa e  vita familiare; daremo la possibilità  a molti giovani di poter abitare   nei territori cosiddetti periferici   (penso alle aree montane),  apriremo nuovi moduli  formativi per valorizzare i talenti di ognuno e avremo imprese più efficienti e produttive.