Gruppo Anziani Fata

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Dopo le vacanze estive e prima di andare in letargo nelle nostre tane invernali, ma ci sarà ancora un’uscita gastronomica, benvenuto è stato il breve soggiorno nella Laguna Veneta, da Chioggia, a Mestre, a Venezia, alle Isole di Burano e Murano.

Noi cominciamo da Chioggia, mèta ambita non solo per il litorale sabbioso di Sottomarina, ma anche ricca di storia e di cultura. Iniziando dalla Porta Garibaldi e lungo il passeggio del Corso del Popolo incontriamo il Duomo, il Palazzo del Granaio con un pregevole capitello del Sansovino, il Palazzo Grassi, il Palazzo Poli di proprietà della pittrice Rosalba Carriera, dove risiedette anche Carlo Goldoni, che qui, passeggiando tra calli e campielli, trasse ispirazione per le sue Baruffe Chiozzotte, il tutto dominato dalla millenaria Torre di Sant’Andrea, culminante con l’orologio astronomico più vecchio d’Europa. Sull’omonimo isolotto, la Chiesa di San Domenico ci accoglie con quattro capolavori; l’ ”Apparizione del Crocefisso a San Tommaso d’Aquino”, opera del Tintoretto, la ”Deposizione del Cristo”, pala di Leandro da Bassano, il ”San Paolo stigmatizzato”, capolavoro del 1520 del Carpaccio, e infine il suggestivo Crocifisso ligneo, avente la forma di albero con braccia sottili e nodose, sotto il grande arco del maestoso altare. Il Cristo è raffigurato con crudo realismo, il capo reclinato oltre il normale sulla spalla destra, come conficcato nella cassa toracica; se si ammira da sotto da destra, il viso appare nella sofferenza dell’agonia, da sinistra invece si ammira la serenità della morte. Ma la vera star è il divertente ”parroco” ultranovantenne che ci fa da guida; dimostra un entusiasmo e una grinta eccezionali, che lo portano anche a rimbrottarci quasi fossimo una scolaresca a tratti un po’ disattenta.

Navigando la città a piedi, si nota che l’abitato ha la forma di una lisca di pesce, con tre canali paralleli,  il Canale Lombardo, La Vena e il Canale San Domenico, e le calli allineate in senso ortogonale ai corsi d’acqua, contornate dalle basse case dai vivaci colori pastello e tanti ponti che si specchiano nell’acqua. L’antico borgo marinaro ha il fascino della vicina Serenissima, quasi una Venezia in miniatura, dal persistente odore di pesce si avverte che questo è borgo di pescatori, con un frizzante mercato ittico mattutino animato dalle grida dei pescivendoli, qui li chiamano mògnoli. All’ora della nostra visita i bragozzi, i topi, le bragagne, le tipiche imbarcazioni chioggiotte, riposano nei canali: ogni mattina rientrano dalle valli e dalle barene con il loro carico di sarde, alici, seppie, calamari, vongole, anguille, e quei granchi dal nome di femmina che sono le moeche.

Da qui comprendiamo meglio come sia conformata la Laguna, il suo fascino e anche il problema dell’acqua alta; Venezia è li a poche miglia, lo skyline è al di là della laguna tra gli alberi. In lontananza vediamo in costruzione il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), discussa e costosissima opera a difesa dalle acque alte; si tratta di un sistema di paratoie mobili a scomparsa poste alle tre bocche di porto, la Porta di Lido, di Malamocco e di Chioggia, che sono i varchi che collegano la Laguna con il mare aperto e attraverso i quali si svolge il flusso e riflusso della marea, in grado di isolare la Laguna di Venezia dal Mare Adriatico in fase di alta marea. Il tempo dirà se questa opera titanica aveva un senso. Ma già adesso esiste un Mose, risalente al’700, e sono i Murazzi, quella muraglia sottomarina  composta da parallelepipedi in pietra d’Istria ancorata agli abissi, ultimo baluardo a salvaguardare la città lagunare dall’assalto del mare aperto.

Abbiamo soggiornato Mestre, e per raggiungere l’Isola Parcheggio del Tronchetto per imbarcarci verso la Banchina di San Marco percorriamo il lungo Ponte della Libertà, dando uno sguardo al Polo Industriale di Porto Marghera. Poi, zig-zagando tra i giganti delle crociere di Costa e MSC attraccate in attesa si salire sul palcoscenico di Piazza San Marco, entriamo nel Canale della Giudecca, ammirando dal mare le tre bellissime Chiese del Palladio, la Chiesa del Redentore, la Chiesa delle Zitelle e la Chiesa di Sant’Eufemia.

La Venezia turistica, che volenti o nolenti si è obbligati a vedere, è nota a tutti: Piazza San Marco, il  Palazzo Ducale, la Loggia del Sansovino, la Torre dell’Orologio, il Ponte dei Sospiri, il Canal Grande con i suoi Palazzi, il Ponte di Rialto, gli storici locali Florian, Quadri e Lavena, l’Harry’s Bar, quello del cocktail Bellini e del carpaccio di manzo.

A questi luoghi abbiamo dedicato un tempo minore, schivando le orde dei turisti siamo invece andati a scoprire gli angoli più reconditi, i calli e campielli meno frequentati, con le case dei ricchi mercanti che hanno fatto la ricchezza di Venezia, le chiese meno conosciute, ma non per questo meno belle.

Serbiamo ricordo di luoghi che bisogna andare a ricercare; il Teatro La Fenice, nascosta all’interno di una piccola corte l’elegante Scala a chiocciola Contarini del Bovolo, la Grande Scuola di San Rocco, un trionfo del Tintoretto, e la Chiesa dei Friari, sufficienti con le loro opere d’arte a giustificare un viaggio qui.

L’Isola di Burano la ricorderemo per le casette variopinte dei pescatori e le pregevoli opere delle poche autentiche merlettaie rimaste; l’Isola di Murano, uno scrigno che racchiude il tesoro dell’antica arte della lavorazione del vetro, ci regala lo spettacolo di un artigiano-artista che dalla massa incandescente del vetro va creare un fantasioso cavallino.

Sulla via del ritorno a Torino abbiamo avuto il privilegio di visitare quel gioiello architettonico che è l’Abbazia Benedettina di Pomposa, già annunciata da lontano dall’altissimo campanile, che immaginiamo, all’origine, svettante dalle acque nel suggestivo scenario del Po di Goro, di Volano e del mare. La visita ai tesori di immenso valore artistico e religioso conservati, percorrendo il Palazzo della Ragione, il Monastero con il Refettorio, la Sala Capitolare, il Museo Pomposiano, fino alla splendida Chiesa, ci ha riempito di grande emozione, anche immaginando il ruolo svolto già a partire dal primitivo cenobio benedettino nella diffusione della cultura nel Medioevo in questa area padana, e non solo. Il viaggio si conclude in modo degno con un ottimo pranzo in un’azienda agricola, dove, tra l’altro, ci portano dei deliziosi tortelloni di zucca che anneghiamo con generose libagioni di Rosso Fortana, da vitigno autoctono, e Bianco del Bosco Eliceo.

Secondo uno  stereotipo consolidato all’immaginario su Venezia, la ”città d’acqua” sarebbe molto bella ma ormai irrimediabilmente morta; constateremo che non è così. Qui i sensi sono risvegliati, non il tatto, ma la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, quelli certamente sì. La vista è continuamente sollecitata, costretta continuamente a saltare da una visione all’altra. L’udito non subisce l’assalto dei decibell delle trafficate città, si avverte il fruscio delle gondole scivolare sull’acqua, il tintinnio della campanella di una chiesa, i passi di un viandante sul selciato in pietra d’Istria, le battute in dialetto che escono dalla porta di un bacaro, tra un ”cicchetto e un’ombra”. Lasciando da parte il Canal Grande, dove il traffico dei mezzi naviganti è paragonabile a quello della superstrada di una metropoli, nei canali defilati la mancanza degli scappamenti restituisce dignità all’olfatto, sono esaltati il profumo del cibo, del legno umido, il salmastro delle alghe. Infine il gusto; dimenticati i ristorantacci e le trattoriacce sulle vie battute dai turisti, ci sono i cicchetti sbocconcellati in piedi al banco di un bacaro, sardèle in saor, alici marinate, insalata di polpi, baccalà fritto, polenta e baccalà, pesciolini e granchietti fritti, peòci gratinati, polipetti in umido, schie con polenta morbida, seppie in nero con polenta, fegato alla veneziana, trippe in umido.

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