Debiti & Debiti

(di Giuseppe Taddei, presidente regionale della Campania)  Molti anni fa un noto brand di arredamento della provincia di Bari rese celebre e facilmente memorizzabile il suo core business ed il suo principale marchio di fabbrica attraverso una non innovativa trovata di marketing pubblicitario che consisteva nella pedissequa ripetizione e duplicazione  della fonologia  enfatizzante  della griffe da  commercializzare. In questo periodo nel quale il dibattito e le riflessioni dei media sono particolarmente incentrati sulla individuazione delle modalità attraverso le quali negoziare i fondi per la ripartenza delle economie nazionali, ma principalmente di quella italiana, la trattazione che segue, nel richiamarsi solo nel prologo alla perifrasi introduttiva,  si pone l’obiettivo  di esplicitare una tassonomia delle policrome forme, schemi, procedure, presupposti concettuali e congetturali delle asincronie finanziarie con accenni alla sfera privata e convergere prioritariamente su quella pubblica.

 

Economia e mercati

Economia e mercati

Preliminarmente è bene osservare e differenziare anche etimologicamente, funzionalmente e strutturalmente la terminologia che in maniera a volte eccessivamente diffusa e generalizzata si utilizza nella fattispecie debitoria. Il debito è il vincolo giuridico che obbliga il debitore al creditore; il fondo è l’accumulo di risorse finanziarie cui attingere per fornire la liquidità; il titolo è lo strumento giuridico portatore e rappresentativo del debito; le modalità, la metodologia ed i vincoli sia di utilizzo che di restituzione delle somme prese a prestito sono le c.d. condizioni. I titoli di stato esprimono il debito che una nazione ha verso i suoi finanziatori. Le obbligazioni esprimono il debito che una impresa di diritto privato ha contratto con soggetti terzi. Le azioni non sono titoli di debito ma quote di capitale. In estrema sintesi la struttura sia del debito pubblico che di quello privato o di impresa attiene alla composizione pro tempore delle scadenze delle restituzioni che in una corretta logica gestionale devono essere strettamente correlate alle fonti di rimborso aventi la medesima cadenza temporale: incassi fiscali e tributari per la P.A., programmazione delle vendite per le imprese, fonti reddituali per i privati.

Nella comune accessione, essenzialmente  giurisprudenziale,  il debito è l’obbligo giuridico di eseguire, da parte di un soggetto detto debitore, una determinata prestazione, suscettibile di valutazione economica, a favore di un altro soggetto detto creditore. Con la sintassi ermeneutica di Ungaretti si potrebbe affermare che il debito è una controprestazione differita. Restando nell’ambito convenzionale si può distinguere tra debito privato,  debito pubblico, debito estero, debito pro capite, debito a breve/lungo termine, debito corrente, debito garantito/non garantito, debito privilegiato, debito subordinato.  L’ultima categoria è quella delle obbligazioni subordinate che vengono rimborsate dopo quelle privilegiate e quelle ordinarie. Prescindendo da logiche essenzialmente materiali e metafisiche un debito oltre ad assumere una connotazione immediatamente configurabile in una dazione generalmente pecuniaria oppure in un servizio, cioè un dare o un fare, può assumere anche una valenza ontologica nella misura in cui si identifica in una dimensione morale regolatrice dei principi ideali che governano i rapporti tra gli uomini e tra le collettività. In questo ambito si possono individuare, disciplinare ed articolare i c.d. debiti d’onore. Per altro verso, invece, è invalsa l’espressione onorare un debito. Eufemisticamente, riportandoci a schemi  e prassi vigenti nella cultura sociale ed economica del primo dopo guerra e non solo,  allorquando coloro che oggi possono annoverarsi tra i diversamente giovani, allora erano nella età adolescenziale, si aveva la nozione e la congettura  della prassi  debitoria in funzione  del rinvio periodico e cadenzato del momento regolativo degli approvvigionamenti delle varie categorie merceologiche, con prevalenza essenzialmente di quelle di  carattere alimentare. Chi non ricorda in proposito la famosa scena del film  “L’oro di Napoli” con la Loren che vende la pizza a credito.  I giovani studenti che hanno avuto un approccio ed un percorso formativo ad orientamento prevalentemente  commerciale si sono imbattuti  nella nozione di debiti di funzionamento e debiti di finanziamento. I primi si riferiscono a quelli contratti con i fornitori,  in ragione dell’acquisto di merce funzionale alla propria attività di impresa, per effetto di  pagamenti differiti.  I secondi sono quelli che l’imprenditore contrae con un soggetto finanziatore, in genere una banca, per sopperire alle temporanee asincronie tra incassi e pagamenti.  La storia ci ricorda, poi, che la prima carta di credito nacque nel 1950 negli Stati Uniti quando un certo Frank McNamara dopo aver dimenticato il denaro per pagare al ristorante iniziò ad elaborare un sistema di credito per evitare tali disagi; da qui il nome di diners cioè tavola calda/ristorante.  L’evoluzione delle procedure informatiche, dei sistemi di incasso e pagamento  del complessivo sistema bancario, del progresso della tecnologia e la spinta ad una sempre più immediata e crescente capacità di spesa, anche a sostegno e sviluppo delle economie più avanzate, hanno reso possibile la realizzazione di uno strumento di pagamento elettronico costituito da una carta di materia plastica che dispone di un congegno per il riconoscimento dei dati identificativi del titolare e della finanziaria emittente memorizzati su banda magnetica oppure micro chip. Tra i  principali vantaggi della carta di credito c’è quello che l’addebito sul conto del titolare della card avviene in epoca successiva a quella della transazione configurando nel correlato intervallo temporale la formazione di una obbligazione debitoria.  L’acquisto di beni e servizi di uso quotidiano con pagamento dilazionato nel gergo comune viene definito credito al consumo.

Il debito pubblico è l’esposizione dello Stato nei confronti di altri soggetti nazionali ed esteri (privati, imprese, banche, Stati esteri) che hanno sottoscritto un credito mediante acquisizione di titoli di stato (BOT,BTP,CCT,CTZ,altri) destinati ad appagare il fabbisogno di cassa non coperto dalle entrate tributarie e fiscali per imposte, tasse e contributi.

In ambito internazionale le vicende storiche ed economiche dei Paesi maggiori protagonisti della scena mondiale hanno dato luogo a diverse, macroscopiche peculiari strutturazioni del proprio debito pubblico.

Una appropriata tassonomia sistemica e concettuale classifica il debito pubblico degli Stati Sovrani in funzione della quota assoluta dell’ammontare della massa dei titoli emessi, della quota pro capite ripartita in proporzione alla popolazione, nonché in proporzione ai volumi lordi della produzione economica, cioè in rapporto al PIL. Questo ultimo parametro (debito/PIL) misura la sostenibilità del debito di un paese, mentre l’insieme di tutti gli indicatori socio/politici/economici appositamente elaborati dalle agenzie internazionali specializzate, produce uno scoring, un punteggio, ovvero  un risultato finale di sintesi rilevatore dell’affidamento denominato rating (valutazione).

Il debito complessivo a livello mondiale (dati settembre 2019) ammonta a 253mila miliardi di dollari, pari al 322% del PIL mondiale. Di questi 253 mila miliardi: 48 mila sono delle famiglie, 74 mila delle imprese, 69 mila dei governi, 62 mila del settore finanziario. I dati del FMI indicano che i paesi con il  maggiore livello di indebitamento in valore assoluto espresso in $  sono: gli USA con circa 18.237 miliardi, il Giappone con 10.557 miliardi circa, l’Italia con 2.467 miliardi circa. L’ultima classifica stilata dall’OCSE riferita al debito pubblico pro capite, cioè in rapportato al numero degli abitanti forma il seguente ordine di valori sempre espressi in $: Giappone 90.000, USA 65.000, Italia 62.667. Invece il FMI ha stilato la TOP 20 dei paesi più indebitati rispetto al PIL nazionale dalla quale risultano le seguenti posizioni e percentuali: a 1° posto il Giappone con il 237,7%, 3° la Grecia con il 176,6%, 6° Italia con il 133.2%, 13° Stati Uniti con il 106,2%. A titolo puramente illustrativo, facendo ricorso e riportando analisi macroeconomiche ad ampio spettro, è possibile novellare le peculiarità strutturali del debito pubblico  di alcuni tra i Paesi con le caratteristiche di debito pubblico maggiormente significative come appresso.

La struttura del debito pubblico degli USA è diversa rispetto a quella di altri paesi poiché la “spesa federale” cioè quella dello Stato centrale è solo una parte della spesa pubblica complessiva. Negli USA vi sono Stati che hanno una economia paragonabile a quella dell’Italia o della Francia e ognuno con la propria spesa pubblica. Inoltre, diversamente dal resto del mondo il dollaro è moneta di riserva e di scambio universale, quindi massimamente fiduciaria, per cui gli USA più facilmente possono indebitarsi verso l’estero. Il maggior detentore di titoli USA è la Cina, segue il Giappone. Questa circostanza rafforza il potere contrattuale della Cina in ragione dell’enorme stock di debito USA detenuto. Il rapporto del debito globale USA (Stato centrale + Stati Federali) con il PIL è del 400%. Questo eccesso, è comunque tollerato poiché la valuta americana, come detto, è utilizzata per gli scambi mondiali ed è principale moneta di riserva, per cui gli USA sono l’unico paese che possa così massicciamente ricorrere all’emissione di titoli sul mercato internazionale. Il livello del debito pubblico in Giappone non ha uguali a livello internazionale. Esso è pari a due volte e mezzo di quanto l’intera economia produce ogni anno, ed è di gran lunga il più grande in rapporto al PIL nel mondo. Soricamente è stato rivaleggiato solo dal debito del governo britannico dopo le guerre napoleoniche. Il debito giapponese dopo lo scoppio della bolla immobiliare dei primi anni 90 è cresciuto mediamente del 5% all’anno passando dal 60% al 250% del PIL. Apparentemente fuori misura ed intollerabile il debito pubblico giapponese si rende sostenibile poiché il governo emette obbligazioni a tasso zero/negativo che gli investitori istituzionali acquistano a prescindere dal rendimento. Il debito è detenuto circa al 90% da istituzioni pubbliche o semi pubbliche nazionali (banche, fondi pensione, assicurazioni) che molto difficilmente rinegoziano le obbligazioni statali sul mercato secondario. In tal modo gli scambi sui titoli giapponesi sono molto scarsi ed i corsi sufficientemente stabili nel tempo. Per altro, in funzione di tassi nulli oppure negativi, il servizio del debito pubblico è estremamente economico per il governo di quel paese. Per limiti di spazio non si ritiene di esplicitare diffusamente gli accadimenti storici e politici che diedero luogo ai benefici ottenuti dalla Germania per la cancellazione dei debiti della prima e della seconda guerra mondiale e di quelli della unificazione tra i due blocchi est ed ovest. Brevemente, si riporta il diverso trattamento contabile a favore della KFW Kreditanstalt fur Wiederaufbau (Istituto di Credito per la Ricostruzione) omologa della nostra Cassa Depositi e Prestiti. Entrambe sono banche pubbliche partecipate in Italia dal MEF ed in Germania dal Governo Federale e dai lander (Regioni). La peculiarità è che la KFW non ha l’obbligo di rispettare le norme europee e delle direttive di vigilanza allo stesso modo di altre 13 banche di alcuni lander. Sinteticamente, ciò comporta che la Germania non contabilizza nel suo debito pubblico circa 500 miliardi di euro finanziati dalla KFW, mentre l’Italia ha l’obbligo di computare i circa 300 miliardi finanziati dalla CDP. Per quanto riguarda il nostro Paese, le cui peculiarità e le vicende finanziarie sono ben note e largamente dibattute nelle trasmissioni dei media. Si segnala solamente che l’Italia dall’avvento dell’euro ha pagato oltre 3 mila miliardi di interessi sul debito pubblico (ad horas 134,8% del PIL) a fronte di una esposizione debitoria di circa 2 mila e 400 miliardi di euro. Gli strumenti di finanza pubblica comunitaria, oggetto più che mai di un dibattito vivo e serrato, che affascina e coinvolge i più accreditati opinionisti, attraendo l’attenzione anche dei più scettici e distratti osservatori della crisi economica irreversibilmente generata dal COVID, possono essere catalogati nella seguente elencazione: Fondi BEI di garanzia e liquidità per le imprese, Fondo SURE per il sostegno al lavoro, RECOVERY fund per la ripresa economica, acquisto di titoli pubblici da parte della BCE a sostegno dei governi in difficoltà, ed in fine il più noto e discusso MES Meccanismo Economico di Stabilità detto anche fondo salva Stati.  La BEI (Banca Europea per gli investimenti) mette a disposizione di Istituti a medio termine linee di credito per finanziamenti a tasso ordinario a condizioni più vantaggiose dei fondi a tasso di mercato reperibili sul mercato domestico. Difatti le condizioni di raccolta sui mercati obbligazionari da parte della BEI (che gode di un rating elevato) sono più vantaggiose di quelle delle Banche tradizionali specialmente per i finanziamenti a taso fisso. Un altro vantaggio dei fondi BEI è che sono esenti dall’imposta sostitutiva (0,25%) che grava invece sui finanziamenti tradizionali oltre i 18 mesi. Proprio per le finalità per cui è stata costituita la BEI, i finanziamenti vengono concessi solo a fronte di programmi di investimento. I tassi fissi ottenibili mediante  provvista BEI sono mediamente più bassi di 0,25% – 0,30% rispetto ai tassi fissi ottenibili direttamente da una ordinaria Banca finanziatrice. Per fare fronte alla emergenza pandemica la BEI ha messo a disposizione delle piccole e medie imprese italiane un miliardo e mezzo di euro a tassi vantaggiosi e lunghe durate. SURE in inglese significa sicuro ed è l’acronimo di support to mitigate unemployment risks in an emergency cioè un supporto per mitigare i rischi della disoccupazione dovuti alla fase emergenziale. E’ una cassa integrazione volta a ridurre drasticamente le conseguenze della crisi sul piano occupazionale. I Paesi membri della UE versano una garanzia proporzionata al PIL fino a raggiungere la quota di 25 miliardi di euro. A fronte di questo accumulo saranno emessi bond per 100 miliardi di euro grazie alla leva finanziaria a fronte delle garanzie versate dagli Stati. Quando un membro dell’Unione ne fa richiesta la Commissione Europea autorizza un proporzionale, temporaneo ed occasionale incremento di spesa pubblica stabilendo, di volta in volta l’importo, la durata, i tassi e le modalità tecniche di attuazione. Fondo di recupero, questo è il significato letterale di Recovery fund che è un fondo di nuova costituzione con cui la Commissione europea si propone di raccogliere risorse sul mercato dei capitali utilizzando come garanzia il bilancio comunitario 2021-2027 in maniera da erogare prestiti a lunga scadenza ed a tassi ridotti. Il meccanismo, inizialmente ideato dai francesi, consiste nell’emissione di obbligazioni denominate Recovery bond,  le quali essendo titoli  non di uno stato  sovrano ma della UE nel suo insieme hanno la caratteristica della condivisione del rischio, nonché di non confondere il nuovo debito con quello pregresso evitando, quindi una c.d. mutualizzazione del debito passato.  Si prevede di stanziare circa 750 miliardi di euro di cui 500 per sovvenzioni e 250 per prestiti. La BCE dopo aver varato un primo piano da 750 miliardi per acquistare titoli del debito pubblico dei Paesi UE, al fine di sostenere ulteriormente i governi in difficoltà per lo choc da coronavirus ha lanciato un piano dall’acronimo PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme). Rimuovendo l’ultima barriera che impediva l’acquisto di titoli scarsamente affidabili, la Banca governata ora da Christine Lagarde accetterà anche titoli di stato con rating “junk” cioè “spazzatura”  di livello speculativo a garanzia della liquidità fornita al sistema delle banche centrali. Nel 2010-2011 alcuni paesi UE si trovarono sull’orlo di un tracollo finanziario, ma ne gli Stati membri ne la BCE  potevano intervenire in quanto vietato ai sensi dell’art. 123 del TFUE (Trattato sul funzionamento della UE). In un clima di emergenza ed al fine di non mettere a rischio la moneta unica i leader europei trovarono un escamotage per aggirare l’art. 123. Fu così istituito il MES Meccanismo Europeo di Stabilità detto anche fondo salva stati costituito da una apposita società di diritto lussemburghese avente una organizzazione internazionale ed un proprio Trattato a collaterale di quelli istitutivi della UE, ed una dotazione propria di 700 miliardi di euro. Normalmente per accedere al MES bisogna non essere in procedura di infrazione, avere un deficit inferiore al 3% del PIL, avere un rapporto debito/PIL sotto al 60%. I prestiti sono soggetti ad una rigida condizionalità sancita da un c.d. memorandum d’intesa che definisce le clausole regolatrici delle fonti di rimborso principalmente in termini di tagli al deficit, al debito pubblico, all’avvio di riforme strutturali, al vincolo di riservare alcune voci di entrata del bilancio statale alla restituzione della somma mutuata, alla precisa individuazione e destinazione della spesa, oltre alle condizioni economiche. Le deliberazioni vengono assunte di concerto: dalla maggioranza dei paesi membri, dalla Commissione Europea, dalla BCE e dal FMI, di qui l’uso della espressione presa dal russo di troika cioè triumvirato. Tutti questi vincoli di “rafforzata sorveglianza”, che impongono al paese prestatario riforme macroeconomiche, sono dettati dall’art. 136 del TFUE poiché il mancato rimborso di un prestito da parte di un paese ricadrebbe pro quota su tutti gli altri a scapito, in ultima analisi, sui loro cittadini contribuenti. Nella attuale contingente fattispecie emergenziale il MES ha lanciato un programma di assistenza dall’acronimo PCS Pandenic Crisis Support da 240 miliardi di euro con l’unica condizione di destinazione della spesa al finanziamento diretto o indiretto dei costi di assistenza medica, cura e prevenzione per il contrasto della pandemia. La “sorveglianza” sarà “light” limitata al corretto uso dei fondi, non saranno previsti reporting aggiuntivi e programmi di aggiustamento macroeconomici, missioni di funzionari oltre quelle ordinarie e verrà mantenuto l’”Early warning” cioè la valutazione della capacità pro tempore di ripagare il prestito. Sul versante economico, atteso l’alto rating di cui gode con indice/punteggio score di AAA/Aa1, il MES si approvvigiona a tassi di -0,07% per una durata di sette anni  e di – 0,08% per una durata decennale. Pertanto, prevedibilmente il costo complessivo per una linea di credito di 36 miliardi circa (pari al 2% del nostro PIL) da destinare al nostro Paese si adeguerebbe ad un tasso dello 0,115 % annuo oltre ad un costo iniziale una tantum di 0,25% configurando un vantaggio sul versante economico per l’Italia che attualmente paga l’1,4% sui titoli decennali. Per pura cronaca Francia e Belgio collocano titoli pubblici a tassi negativi. Come ben esplicitato in premessa non è compito di questa trattazione entrare nel merito delle destinazioni, delle quantificazioni, delle condizionalità, della economicità, della opportunità di ricorrere ai finanziamenti. Piuttosto spiace non poter essere esaustivi nell’individuare e rendicontare da quali capitoli di entrata del bilancio pubblico, ovvero con quali manovre di finanza pubblica, oppure di politica economica sia stato ipotizzato reperire le risorse, le fonti di rimborso, per ripagare i debiti che si andranno a contrarre. Ciò in assenza di qualsiasi notizia, fonte informativa, spunto cognitivo al momento riscontrabile al riguardo. Apodittico e ridondante il naturale rimando di ogni determinazione al decisore di ultima istanza deputato e rappresentato dal Governo nazionale, con l’avallo del Parlamento, attuatore e protagonista delle dinamiche evolutive, civili, sociali ed economiche della nostra collettività. La correlata interfaccia delle rappresentanze politiche, costituito dall’elettorato attivo, cioè la sana cittadinanza, il popolo italiano onesto e lavoratore,  i cattolici credenti e cristiani, gli attori della c.d. società civile sono invece chiamati ad attenzionare il corretto utilizzo dei fondi, l’efficace ed efficiente attuazione della spesa, ad assumere un ruolo pro attivo, a realizzare un altro, nuovo Rinascimento.