Il lavoro dei nostri giovani

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Precari, abituati per necessità a passare da un lavoro ad un altro, con una retribuzione bassa e sotto i diecimila euro l’anno, costretti (circa il 50%) a vivere con i propri genitori: è la fotografia scattata dal report di Eures per conto del Consiglio Nazionale dei Giovani, uno sguardo sull’occupazione nella fascia under 35 piuttosto allarmante,  in parte già noto a coloro che studiano il mercato del lavoro.

 

Vale la pena elencare i dati più salienti che raccontano la condizione giovanile del nostro tempo. La metà degli under 35 vive ancora a casa dei genitori, solo 1 su 3 ha un lavoro stabile (37,2%), precario il 26%, si dichiara disoccupato il 23,7 %, i restanti non cercano lavoro, non studiano e non si formano (Neet). Il 54,6% degli intervistati ha accettato almeno una volta di lavorare in nero, le giovani sono le più penalizzate, al Sud risiede la maggior percentuale di giovani disoccupati. Un’ ampia maggioranza riceve una retribuzione sotto i diecimila euro mentre solo il 7,4% riceve una retribuzione annua superiore a 20 mila euro. Anche la mobilità lavorativa caratterizza frequentemente l’esperienza dei giovani, che per poter lavorare si sono trasferiti in un’altra regione (27,1%), o in un altro comune (28%); solo l’8,2 % si dichiara indisponibile a trasferirsi, a dimostrazione che lo stereotipo dei giovani poco propensi ai sacrifici si conferma molto lontano dalla realtà. Sono sfiduciati verso un sistema pensionistico che ritengono iniquo e che li costringerà a lavorare fino a 70 anni con un assegno che non garantirà una vita degna.

In queste condizioni metter su famiglia per la maggior parte degli intervistati è fuori dal proprio progetto di vita: solo il 12 % può contare su una casa di proprietà, 4 su 10 non hanno requisiti per ottenere un mutuo, solo il 6,5% ha un figlio e il 32% non ne vuole avere.

Discontinuità lavorativa, basse retribuzioni, esiguità dei contributi versati, lavoro nero sono in sintesi le barriere che impediscono la via verso l’autonomia, un presente segnato dalla instabilità e un futuro incerto che cancella ogni prospettiva di speranza. Di fronte a questi dati vanno in frantumi i luoghi comuni e la facile retorica di questi anni sulle giovani generazioni: fannulloni, innamorati dei sussidi e distesi sui divani di casa.

Il nostro welfare  non protegge i  giovani, è un dato inoppugnabile: le proposte in campo sono tante, le abbiamo spesso elencate nei nostri interventi, non ultimo quello del primo maggio: va rafforzata nelle scuole Superiori  l’alternanza-apprendistato, è urgente far decollare gli ITS per costruire (in raccordo con le Università) quella filiera professionalizzante oggi strategica per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta, vanno riqualificati i contratti di stage, tirocinio e praticantato con l’obbligo di remunerazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha introdotto alcune novità: le agevolazioni sull’acquisto della prima casa, 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo di network scuola-Università-centri di ricerca aziendali, 600 milioni a favore del sistema duale per promuovere l’occupazione giovanile. È un buon punto di partenza, ma non sufficiente: abbiamo bisogno di uno sguardo lungo. In questi ultimi anni ANLA ha compiuto  una scelta politica netta: accanto ai temi che toccano le persone anziane, in azienda diremmo il nostro “core business”, non intendiamo retrocedere dall’impegno   verso le giovani generazioni:   diritti degli anziani da tutelare e doveri di solidarietà verso i nostri giovani!