Memorie del Portogallo

(di Antonello Sacchi) Ho fatto in tempo a vedere le guardie di frontiera portoghese timbrare i passaporti… papà  e mamma ad agosto ci portavano in un affascinante, faticoso ma emozionate, viaggio in macchina che dalla Lombardia faceva tappa in Occitania e poi via lungo la Spagna che attraversavamo tutta quando ancora non c’erano le attuali comode e rettilinee autostrade. Siamo entrati in Portogallo in direzione Guarda, importante centro climatico, dopo un interminabile viaggio attraverso la meseta spagnola, in un valico che a me piccolo viaggiatore italiano appariva abbandonato ma che in realtà abbiamo scoperto poi frequentatissimo. Qui seduta dietro a un banco che pareva preso da una scuola elementare una guardia di confine portoghese scrutava gli abitacoli delle macchine e, appunto, timbrava i passaporti. In questi anni  ho visto il Portogallo crescere, abbandonare le strade in pavé a schiena d’asino – ci sono ancora in qualche remoto tratto – e assumere i tratti comuni all’Unione europea di cui entrava a far parte il 1 gennaio 1986. Ci siamo tornati con mia moglie poco prima che nascesse la nostra piccolina e questa nazione ci avvince con il verde delle sue dolci colline, il blu profondo e smaltato delle sue azulejos, i colori delle oniriche costruzioni di Sintra, il profumo di storia e di cultura di Coimbra, la dolcezza di Lisbona, l’oro delle spiagge di Cascais… Non sono mai cambiati il carattere aperto e accogliente dei suoi abitanti, una certa evidente sicurezza che si è sempre percepita – negli anni ’80 a Lisbona si entrava in banca senza le cabine di sicurezza già presenti nelle banche italiane – un clima fantastico, caldo e ventilato come solo certe mattine sulla costa a nord della capitale si può avvertire, la gioia di vivere nonostante la malinconia di una passata grandezza. Due ricordi mi accompagnano da quei lontani anni ’80 in cui visitavo per le prime volte questa nazione una volta posta al confine della terra, ricordi che si imprimevano nella mia mente di bambino perché testimoni di una realtà già così distante da quella che vivevo: il primo, le lunghissime colonne formate da tante persone di ogni condizione che  a piedi, lungo il bordo delle strade, da nord e da sud convergevano lentamente ma senza indugio verso Fatima; il secondo, la notte dell’apparizione tutta l’enorme esplanade di Fatima ricoperta di materassi e di tende e giacigli improvvisati di pellegrini che dormivano, vegliavano, pregavano. La grandezza della semplicità degli umili.

Torre di Belem

Torre di Belem