#iorestoincasa… e facciamo…

(di Annalisa Gatti)  Cura delle piante da interno 

Amavo il sabato e la domenica per via di quei risvegli pigri e assonnati che mi facevano ciabattare fino in soggiorno, sorseggiando il mio caffè; guardavo con occhi pieni di orgoglio le mie belle piante che vicino alle finestre godevano del tiepido sole che le illuminava. In particolare le orchidee che di anno in anno fioriscono senza che io abbia per loro accorgimenti particolari. Purtroppo da qualche settimana le mattine assomigliano tutte a quelle del weekend, non c’è il suono della sveglia che ti obbliga al risveglio, non c’è la colazione veloce e la corsa verso il lavoro che mi attende. La prima settimana di stop il mio orologio biologico continuava a svegliarmi e farmi fretta, le giornate mi sembravano lunghissime e difficili da riempire; ora che sono passate quasi tre settimane mi sono abituata a una calma diversa da quella del fine settimana, una calma che è un misto di pazienza, attesa e speranza. Stando ubbidiente a casa come la maggior parte di noi, cerco di vedere nelle piccole cose di ogni giorno, nei gesti quotidiani, tanti piccoli grandi doni. In effetti, poter osservare senza fretta il proprio soggiorno, i volti delle persone care che ti sorridono nelle foto incorniciate, i soprammobili che hanno tutti una storia da raccontare, le proprie piante più o meno rigogliose …… togliere con calma le foglioline secche, passare lo straccetto umido per togliere la polvere dalle foglie… ma chi lo faceva prima? Era uno spazio rubato a un week di brutto tempo. In queste strane giornate cerco di vedere cosa posso fare di buono, di utile, di bello, qualcosa che possa farmi stare bene, perché poi il bene è contagioso forse più del nostro invisibile nemico.

Orchidea, cura della casa

Orchidea, cura della casa

Non ho il pollice verde, però con le orchidee ho grandi soddisfazioni, inaspettatamente fioriscono e sono bellissime. Per questo vorrei dare qualche piccolo, semplice consiglio a chi, come me, non sa proprio come muoversi con questo fiore bellissimo ma particolare. Vorrei suggerire come prima cosa di fare molta attenzione all’esposizione: le orchidee hanno bisogno di luce solare, forte ma indiretta, per crescere bene. Se il sole è diretto, meglio che stiano dietro una tenda trasparente, in modo che non vengano bruciate. Per fiorire hanno bisogno di ricevere tanta luce. Usare vasi, meglio se trasparenti, con fori di drenaggio e utilizzare un sottovaso. Il terriccio deve essere a drenaggio veloce, tipo corteccia o sfagno (muschio filamentoso che mantiene la corretta umidità per le radici, non richiede numerose innaffiature, non fa assorbire l’acqua in eccesso). Per quanto riguarda le annaffiature io mi regolo così: cerco di mantenere la terra sempre umida, mai troppo bagnata, mai acqua stagnante nel sottovaso. Cerco di pulire le belle foglie verdi ogni tanto con un panno bagnato di acqua e qualche goccia di latte. La gran parte delle orchidee coltivabili in appartamento sono di origine tropicale, quindi sono adattate al clima caldo e umido e allora quando fa davvero caldo, vaporizzo le foglie con acqua, stando attenta a non toccare i fiori che, ho letto, si possono macchiare. Controllate spesso le foglie della vostra orchidea: se diventano gialle o ricoperte di macchioline, la pianta è esposta a troppo sole; se invece assumono una colorazione che tende troppo al verde scuro, la luce va aumentata, perché insufficiente. Se la pianta non da fiori si può aiutare a produrre nuovi boccioli semplicemente accorciando lo stelo, tagliandolo con delle semplici forbici o delle cesoie, almeno a 1 centimetro sopra il “nodo”. Se il vaso è diventato troppo piccolo o se notate radici danneggiate o muffa è il momento di rinvasare. Di solito si fa in autunno ma si può praticare anche a inizio primavera, l’importante è che non ci siano fiori. In genere vanno rinvasate ogni due o tre anni.

Le piante d’appartamento comunque sono tutte da osservare con attenzione: la polvere le attacca, le correnti d’aria le danneggiano… in questi giorni a casa abbiamo più tempo e forse possiamo dedicare loro un poco di più di cure. Ecco qualche breve suggerimento: come fare per avere un fogliame bello e lucido? La polvere e lo sporco ostruiscono i numerosi stomi e il risultato sarà la crescita più lenta e la salute che ne risentirà, il fogliame sarà inoltre più opaco. Per le piante a foglia grande tenete ferma la foglia con una mano e con l’altra passate un panno umido o una spugna, ogni dieci giorni circa. Per quelle a foglia piccola, la cosa migliore da fare è vaporizzare (è bene lasciar riposare l’acqua o metterla a bollire, per poi farla raffreddare prima di utilizzarla); oltre ad aumentare l’umidità si riuscirà ad allontanare anche la minaccia di attacchi di parassiti. Le piante dalle foglie vellutate sono molto delicate e trattengono molta polvere, il miglior modo per eliminarla è quello di passare dolcemente un pennello; per le piante pungenti invece utilizzate il phon con aria fredda a una distanza di 15 cm. Per lucidare le foglie? Io utilizzo una soluzione di acqua e latte, ¾ di latte e ¼ di acqua. Basterà strofinare delicatamente un panno di cotone imbevuto con la soluzione indicata e le foglie appariranno da subito bellissime.

Certamente questi accorgimenti richiederanno un poco di tempo e di pazienza ma le piante a loro modo ringrazieranno.

Quaresima in tavola… 3° puntata!

(di Roberta Greco) LA FRITTURA

La frittura è un intelligente trucco affinato nei luoghi dove l’osservanza ai precetti era ferrea, per rendere più gustosi i magri ingredienti consentiti nel digiuno pre-pasquale, per lo più verdure, ma anche polente, impasti dolci e salati, pesci. Se proprio bisognava rinunciare all’opulenza della carne, meglio ingegnarsi a creare pastelle per insaporire tocchetti di pesce e vegetali, da tuffare in olio bollente.

Frittura di calamari

Frittura di calamari

Proprio ai quattro tempora (che sono quattro distinti gruppi di giorni del rito romano della Chiesa cattolica, originariamente legati alla santificazione del tempo nelle quattro stagioni destinati a invocare e a ringraziare la provvidenza di Dio Padre per i frutti della terra e per il lavoro dell’uomo) è legata una pratica di cucina oggi molto in voga. Si tratta della tecnica di frittura chiamata tempura.

Secondo alcuni etimologisti la tempura giapponese dovrebbe il suo nome alle Quattro tempora, e la sua invenzione si fa risalire al secolo XVI, con i primi contatti tra i giapponesi e i marinai portoghesi che recavano con loro missionari gesuiti; poiché in questo tempo i cattolici mangiavano solo verdure e pesce e si dedicavano alla preghiera chiesero ai locali di preparare loro un piatto adatto alle tempora. Da qui il termine tempura che i giapponesi utilizzano ancora oggi per questo piatto.

Nel 1966 con il decreto Paenitemini di papa Paolo VI i “tempora” sono stati esclusi dai precetti alimentari che regolavano i momenti di astinenza/digiuno ma la tradizione delle fritture è rimasta nelle nostre tradizioni odierne.

QUARESIMA ORTODOSSA

Per i cristiani ortodossi, che seguono il calendario giuliano, la Grande Quaresima è molto più severa.

Cosa non si può mangiare: carne, latte e tutto quello che lo contiene, uova e tutto quello le contiene, pesce, olio d’oliva e vino. Tutti i cibi che non sono consentiti vengono esclusi perché “caldi” o “ignei”: lo scopo è togliere alle passioni questo fuoco che le alimenta dall’esterno per permettere loro di ardere internamente col loro proprio fuoco e perché così possano essere trasmutate e trasfigurate, che è il senso e lo scopo delle varie ricorrenze liturgiche tutte incentrate nella Pasqua di Resurrezione, appunto.

Solo nella settimana dei latticini, in preparazione all’inizio della Grande Quaresima, è consentito il formaggio ed anche le uova.

Domenica delle Palme: licenza di pesce, olio e vino.

Ricette ce ne sono tantissime, ma il cuore è costituito da quelle della Dieta Mediterranea che si è modellata proprio sui canoni alimentari dei Padri nei suoi ultimi 2000 anni di storia. Poi, ci sono le varie coniugazioni: nord-africana, balcanica, europea, magnogreca e pure athonita.

IL NUMERO 40

Il numero 40 è fortemente simbolico e ricorre molte volte nella Bibbia. 40 furono i giorni del diluvio universale, 40 i giorni che passò Mosè sul Monte Sinai, per 40 anni il popolo d’Israele peregrinò prima di arrivare alla terra promessa, 40 giorni in cui Gesù digiunò nel deserto dopo il suo battesimo, 40 i giorni che Gesù trascorse sulla terra dopo la sua resurrezione prima di ascendere in cielo.

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi) Stiamo in casa. Non è un consiglio, è un obbligo, per la nostra salute e per la salute del nostro prossimo. Questo non significa che fra le pareti domestiche ci si debba lasciare andare, tutt’altro: la tecnologia ci offre la possibilità di effettuare un gran numero di attività, dalla lettura al lavoro, telelavoro o smart working che sia. Ora siamo costretti per necessità a modificare le nostre abitudini lavorative  ma cerchiamo di farne tesoro per quando supereremo questa difficile situazione.

Come ANLA, lo avete letto la settimana scorsa, abbiamo rinviato al prossimo 19 maggio il Convegno che terremo a Milano sul tema “Anni ’20. Pensione e Welfare, cosa resterà?” originariamente previsto in questi giorni, stiamo lavorando al prossimo numero di Esperienza che cercheremo di far uscire prima di Pasqua, stiamo lavorando già sui prossimi appuntamenti, in primis la Summer School di ANLA che quest’anno si terrà a Castel Gandolfo (Roma) dal 25 al 27 settembre.

#restiamoincasa dunque cercando di far tesoro di alcune suggestioni che qua e là si palesano. Questa pandemia può segnare una differenza fra un prima e un dopo, mi riferisco alla diffusione del virus, spingendoci a dare una personalissima risposta alla domanda su cosa sia superfluo e cosa sia essenziale nella nostra vita. Vedremo tutto con occhi nuovi, una volta finita la pandemia, e torneremo a interrogarci sul senso delle cose proprio perché maggiormente consapevoli del nostro limite, cosa che avevamo un po’ perso.

#restiamoincasa e dedichiamo più spazio alla famiglia, ai nostri cari, alla lettura:  la tecnologia può aiutarci con le video chiamate per vedere i nostri cari che non abitano con noi e se vogliamo leggere un buon libro, le edizioni e-book sono ormai talmente diffuse che con un click è possibile avere sul proprio smartphone o pc o Mac il libro desiderato.

lIbri e e-book

lIbri e e-book

 

Insomma, guardiamo avanti, cerchiamo di non restare tutto il giorno davanti alla tv ma abituiamoci a sentire le informazioni su canali istituzionali e a intervalli, per restare informati in maniera sobria e corretta – sulla comunicazione di questi giorni tornerò più avanti – per sapere esattamente cosa fare e cosa accade. Cerchiamo di mantenere la calma, di seguire in maniera rigorosa le indicazioni che ci verranno date dalle Autorità e così facendo, ma facendolo sul serio a cominciare dallo stare tutti a casa, #andratuttobene

Impresa

La parola che vi propongo oggi è impresa. L’emergenza ci fa riscoprire l’impresa e il suo ruolo. Un ruolo che il  tempo del mercatismo  e del liberismo hanno voluto ridurre   a solo macchina per  profitti e fornitrice  di lavoro salariato.  Se si aggiunge  altro,  a detta del pensiero economico mainstream,  si tradirebbe la sua vocazione originaria. Da  tempo, ma ora con l’emergenza tutto appare più  evidente,  abbiamo compreso  che le imprese  sono un “bene comune”. Vi apparirà   una forzatura, un azzardo. Un forzatura per coloro che pensano che le imprese devono  macinare profitti per i propri azionisti e nient’altro; un azzardo  per coloro che vedono l’impresa luogo strategico e simbolico per guadagnare le  “magnifiche sorti e progressive” riattizzando lo scontro ideologico capitale/lavoro.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Non è una forzatura e neppure un azzardo. Un filone del pensiero economico da sempre minoritario si sta affacciando   e sta guadagnando spazio. Le imprese sono anche attori sociali!  Non  in automatico, è una funzione che va “guadagnata”: senso di responsabilità verso la comunità,   competitività e solidarietà tenute assieme, competenze  dei propri dipendenti da valorizzare e garanzie per la loro salute; sostenibilità sul fronte ambientale e sociale  promuovendo  welfare aziendale, volontariato di impresa, rapporto generativo con il territorio nel quale  vivono.

Ecco forse si aprirà una nuova stagione, un capitalismo 2.0  con imprese che fanno profitto (non vivrebbero senza) e distribuiscono ricchezza, ma  che arricchiscono al contempo la democrazia di un paese, producono beni e servizi, fanno cultura e innovano stili  di vita sostenibili.  Dal shareholder value ( massimizzazione dei profitti e quotazioni in borsa) si passa al stakeholder value ( il valore dei lavoratori, il territorio, la comunità locale, i consumatori).

Queste imprese saranno chiamate a modificare i modi di produrre di matrice fordista , a riorganizzare le filiere produttive forse troppo lunghe, a favorire la ricerca e  l’innovazione valorizzando il proprio  personale, e nuovi modi di lavorare per la conciliazione tra vita familiare e lavoro ( perché non incentivare lo smartworking?  Non da ultimo, anche in economia  va coltivata la biodiversità: accanto alle imprese profit vanno aiutate le altre forme: quella sociale, quella cooperativa e quella pubblica. Quest’ultima,  negli anni delle privatizzazioni,  non sempre riuscite,  sono state ingiustamente  demonizzate. Ma la crisi del #coronavirus ci ripropone il loro valore strategico in  alcuni settori:  penso alla sanità e alle aziende ospedaliere,  alla infrastrutture strategiche come   trasporti, energia ,  comunicazioni…. Non il  ritorno ad uno stato che si fa imprenditore occupando impropriamente spazi  affidati alla libera iniziativa economica come prevede la costituzione , ma uno Stato  che protegge i  settori che presidiano i  beni  comuni.

 

Il volontariato non si ferma

(di Tiziana Marchetti). Sono Tiziana, come già sapete faccio parte di un gruppo di volontari, che coordino e che si occupa del trasporto dei dializzati. Si tratta di persone sofferenti, che assolutamente non possono rimanere a casa e per forza devono sottoporsi al trattamento in media tre volte alla settimana, pena la vita. Si sa questo è un momento difficile, c’è un’epidemia in atto, le persone sono allarmate, c’è un’immensa paura del contagio e ci si chiede se bisogna rimanere a casa, oppure stare al fianco degli ammalati che trasportiamo durante tutta la settimana, persone non autonome, persone di una certa età, a volte anche sole. La scelta non è facile, continuare comporta rischi, ma ci si mette anche una mano sul cuore, pensando che il servizio sanitario è al collasso, che medici, infermieri, operatori sono stanchi, esausti, stanno facendo tutti la loro parte e si sa che hanno bisogno di aiuto e allora???…. si continua, cercando di avere una maggiore attenzione, di seguire le regole: mascherine, guanti e poi noi non siamo soli, collaboriamo con l’Ausl e la centrale operativa del 118, che sono a nostra disposizione per mezzi cautelativi e consigli.

ANLA, volontari a Bologna

ANLA, volontari a Bologna

Mai, come in questo periodo mi sono sentita utile, cerco anche di trasmettere sicurezza agli altri volontari, ma, perdurando questa epidemia, il clima non è sereno e nelle varie incertezze ci sono anche le paure dei familiari, che sono preoccupati e sconsigliano vivamente i volontari di continuare il servizio.

Andando avanti la realtà di un probabile contagio prende sempre più forma, ma davanti ai miei occhi ci sono quegli ammalati che trasportiamo quotidianamente e non posso, non me la sento di abbandonarli, so che il tempo da noi dedicato a loro, per una struttura sanitaria, sarebbe un grosso ulteriore problema, probabilmente ingestibile in questo periodo. Quindi con coraggio si va avanti, sopperendo anche a quei turni, per i quali  alcuni volontari hanno deciso di non prestare più il servizio.

Il nostro gruppo è formato per lo più da persone grandi di età, persone maggiormente sottoposte al contagio con grossi rischi di guarigione, ma il mio amico Gabriele, 90 anni, mi insegna, questa la sua risposta ad una mia telefonata: “ Cara Tiziana mi spieghi perché non vuoi che faccia il servizio? Sei molto gentile, ma io ho preso un impegno e lo porterò a termine, io voglio fare il mio servizio”. Ecco di fronte a tanta grandezza d’animo, tutti i dubbi se ne vanno e si continua domani, dopodomani e poi……andrà tutto bene.

p.s. Tengo a precisare che il trasporto dei dializzati in questo momento è volontariato autorizzato per mancanza di personale e mezzi nelle strutture ospedaliere. È una situazione difficile anche per i volontari che cominciano ad avere incertezze se continuare o meno il servizio per paura del contagio, ebbene in tutto questo una luce: una persona che non conoscevo mi ha telefonato dicendomi che si rendeva conto del disagio e si candidava come aspirante volontario. Da oggi ha iniziato ad aiutarci. La Divina Provvidenza?

ANLA: Cura Italia, bene ma non basta

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca: “Si deve tuttavia fare di più. Lo chiedono le Associazioni come ANLA che sono parte del Terzo Settore che non si è fermato pur in questa forte prova”.

A proposito delle misure economiche varate dal Governo nel cosiddetto decreto “Cura Italia”riportiamo di seguito l’intervento del presidente Anla Edoardo Patriarca.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il decreto legge appena emanato dal Governo rappresenta un utile passo in avanti per fronteggiare la difficile attuale situazionesottolinea il presidente Patriarca che, pur apprezzando l’impegno messo in atto da parte dell’Esecutivo in questi difficili frangenti in cui purtroppo siamo costretti a “navigare a vista”, sprona il Governo a osare di più per il bene degli Italiani. “Si deve tuttavia fare di più. Lo chiedono le Associazioni come la nostra ANLA che sono parte del Terzo Settore che non si è fermato pur in questa forte prova. Ne danno testimonianza le migliaia di volontari che, bardati di mascherine, guanti e osservando tutte le disposizioni dell’Autorità competente, cercano di aiutare le persone che più sono oggi penalizzate, gli anziani spesso soli e psicologicamente provati, le persone diversamente abili, le famiglie già segnate dalla malattia di un loro caro. A tutti loro vada il nostro più sentito grazie e invitiamo il Governo a mettere in atto la proposta che stiamo da tempo ripetendo, anticipare ora alle Associazioni che ne hanno diritto il pagamento del 5×1000 di competenza che normalmente sarebbe corrisposto a fine estate

L’Italia sta facendo la sua parte: medici e infermieri stanno fronteggiando la pandemia, ancora oggi Papa Francesco nella quotidiana messa in Santa Marta ha ricordato il loro eroico sacrificio. Siamo ormai consapevoli che, al di là dei motivi improrogabili che ci sono stati ben specificati, noi italiani dobbiamo restare in casa, ma pensiamo anche a tutti quei nostri connazionali che non possono esimersi dall’andare fisicamente al lavoro perché impegnati in attività essenziali: senza il loro impegno si potrebbero fermare le infrastrutture, le comunicazioni, il rifornimento di generi di prima necessità. Pensiamo non solo ai dipendenti ma anche ai tantissimi italiani che vivono della propria libera professione: sono il cosiddetto “popolo della partita IVA” che ora più che mai è in profonda sofferenza e che deve essere maggiormente aiutato dal Governo. A tutti questi lavoratori, ANLA, i lavoratori anziani d’Italia, esprimono vicinanza, affetto e profonda gratitudine.

Come ANLA chiediamo allora al Governo un ulteriore necessario sforzo per far sì che quando tutto tornerà normale, e ci auguriamo presto, il Paese possa ripartire con forza, speranza e coesione: chiediamo che possano essere azzerati, e non solo sospesi, i versamenti delle ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, gli adempimenti e i versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria. 

Non si tratta solo di superare un’emergenza globale, si tratta di assicurare la ripresa. Il mondo della solidarietà non è un complemento di cui si può anche fare a meno, è ciò che rende un Paese veramente vivibile”.

 

Quaresima in tavola… 2° puntata

(di Roberta Greco) Per la tradizione della Quaresima in tavola ora passiamo al centro sud, a Napoli, tra i piatti della Quaresima troviamo la frittata di scammaro, ossia un condimento a base di capperi, pinoli, acciughe e olive nere, utilizzato anche per condire la pasta e anche il Baccalà alla Napoletana che deve essere infarinato, fritto e finito di cuocere ripassandolo nel forno con pomodoro fresco, capperi, olive, pinoli ed uvetta.  Non mancano le specialità romane come il Baccalà in Guazzetto o in Agrodolce.

Ma altrettanto diffusa nel Centro-Sud è la pasta con la colatura di alici, così somigliante – assieme ad alcune salse liguri e alla sardella calabrese – a quel garum di cui erano ghiotti i Romani. Il passo che la separa dalla pasta con le sarde siciliana, in fin dei conti, è assai breve. L’origine della Pasta con Colatura di Alici è antichissima, risale infatti alla cultura greco-romana: la colatura è un liquido ricavato dal processo di salatura del pesce azzurro, tipico della zona campana di Cetara.

Alici di Menaica - Colatura di Alici

Alici di Menaica – Colatura di Alici

Infine i siciliani hanno saputo trasformare ricette apparentemente povere in piatti molto saporiti, come la Pasta con le Sarde, arricchita da finocchietto selvatico, zafferano, uvetta e pinoli.

Mangiar di magro tuttavia non significa necessariamente mangiare senza gusto. Nella ricetta abruzzese del Baccalà Mollicato, il pesce viene lessato, finito al forno e successivamente ben rivestito di mollica.

E i formaggi?

Secondo l’antica dottrina della Chiesa occidentale andavano esclusi (ma via via si è attenuato il divieto), mentre il latte e la panna sono permessi tanto è vero che i maritozzi romani (con uvetta) sono considerati i dolci quaresimali per eccellenza, come testimonia il poeta della seconda metà dell’800 Giggi Zanazzo: “In Quaresima pe’ ddivuzzione se magneno li maritozzi, anzi c’è cchi è ttanto divoto pe’ magnalli che a ccapo ar giorno se ne strozza nun se sa quanti”. E si accompagnano alla panna.

Anche per la ricotta, che è un latticino ma non un formaggio c’è via libera e infatti si riempiono i classici ravioli di magro, unendola a erbette, bietola o spinaci.

In generale tutta la pasta, fresca e secca, ripiena di erbe, era perfetta per i periodi di magro, perché saziante, gustosa e del tutto vegetale. Unita a verdure o semplicemente unta da olio al profumo d’aglio godeva del benestare delle gerarchie ecclesiastiche. Non a caso gli gnocchi di semolino alla romana sono citati da Pellegrino Artusi nel menu quaresimale.

Pellegrino Artusi, il più famoso gastronomo d’Italia e della Romagna, nel suo libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, presenta degli spaghetti di Quaresima che, afferma, normalmente vengono serviti in Romagna. Si tratta di spaghetti conditi con zucchero, noci, pan grattato e spezie! L’Artusi elenca la ricetta tra le minestre:

Pestate delle noci framezzo a pangrattato, uniteci dello zucchero a velo e l’odore delle spezie e, levati asciutti gli spaghetti dall’acqua, conditeli prima con olio e pepe, poi con questo pesto a buona misura.”

Inoltre, presta dovizia di particolari a raccontare i tortelli di ceci, “un piatto che si usa fare in Quaresima”, spiega (ravioli di pasta all’uovo ripieni di una farcia dolce di ceci e castagne, poi fritti).

E i dolci solo se morigerati…

Una ricetta “di magro” tipica fiorentina è costituita dal pane di ramerino, dolce preparato con farina, olio, rosmarino, uva passa e zibibbo. Tra i dolci, sia in Liguria che in Toscana sono diffusi i quaresimali. Quelli liguri, sembra siano stati inventati in un convento di Genova da un gruppo di suore che voleva incoraggiare il rispetto dell’astinenza dai grassi. Si preparano infatti con pasta di mandorle, zucchero, acqua di fiori d’arancio, albume d’uovo, farina, semi di finocchio, confezionati a forma di piccole ciambelle e guarniti con zucchero al gusto di maraschino, pistacchio, limone o caffè. I quaresimali toscani sono invece più semplici, biscotti all’uovo con zucchero e cacao in polvere a forma di lettere dell’alfabeto.

#iorestoincasa… e facciamo…

(di Annalisa Gatti) I giorni passano e si susseguono notizie su notizie, allarmanti o rassicuranti, consigli, opinioni, suggerimenti, disposizioni etc. Siamo sempre attenti e non ci perdiamo una parola di quello che ci viene comunicato, passiamo ore con il cellulare in mano o con la televisione accesa. Questo vale per chi, come me, non deve uscire per forza per andare a lavorare, ovvio. Sembrano più lunghe le giornate, le chiacchiere al telefono ci tengono compagnia e direi che tutti noi abbiamo le stesse reazioni: a volte ci sentiamo pieni di buona volontà, reattivi, energici e con tanta voglia di fare mille cose, a volte pigri e disfattisti, vagamente depressi, tanto spaventati e a volte totalmente inutili. Certo vediamo che altri si giocano la vita per aiutare chi è in difficoltà e noi che facciamo? Stiamo a casa. Ho letto una vignetta, tra le tante che circolano in questo periodo e mi ha fatto proprio sorridere: Snoopy, il celebre cane di Charlie Brown, in pigiama che diceva:” non capita tutti i giorni di salvare l’Italia restando in pigiama”. Vero! Bisogna combattere questo fastidioso senso di inutilità ed essere coscienti del fatto che, proprio nella misura in cui ubbidiamo alle disposizioni e restiamo a casa, siamo utili a tutti, ai nostri parenti, ai vicini di casa, conoscenti, colleghi, amici, insomma a una marea di persone che direttamente e indirettamente sono legate a noi. Siamo utili così, utilissimi certamente, e questo già basta per sentirsi contenti. Poi, se vogliamo anche essere produttivi guardiamoci in torno e le cose da fare sono davvero tante. Quindi, alziamoci dal divano e diamoci da fare, quando avremo finito, magari anche solo di ramazzare per casa, avremo una bella coscienza sollevata e saremo più inclini al sorriso.

Io oggi ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto e la condivido: ho pulito un mobile antico che mi regalò il mio papà: per esattezza una ribaltina in noce che mi limitavo solo a spolverare per paura di fare danni. Spolveravo con un panno morbido e nelle pieghe del legno usavo uno spazzolino da denti sempre morbido. Avevo notato però che con il tempo il legno era diventato opaco e secco. Guardando su internet trovavo tantissimi suggerimenti, certamente validi, ma non mi decidevo mai. Mi è capitato qualche tempo fa di parlare con un mio amico falegname che mi ha dato qualche consiglio e mi ha indirizzato verso una pulizia poco aggressiva e inquinante, molto semplice, naturale e soprattutto efficace. Per cominciare ho spolverato accuratamente il mobile (come già ho detto) con un panno morbido che non lasciasse pelucchi. Poi ho fatto una miscela che ha donato lucentezza ed esaltato le naturali venature del legno rimuovendo gli aloni; ho mischiato aceto bianco (oppure aceto di mele per un odore più delicato) con olio di oliva (anche l’olio di semi di lino va bene). Per le dosi mi sono regolata così: 1 tazza riempita per ¾ di olio e 1/4 di aceto. Ho mescolato bene e poi ho immerso un panno che, ben strizzato ho passato per pulire la superficie facendo dei movimenti circolari e sempre seguendo le venature del legno. Ci sono in commercio anche degli oli per il corpo, meglio se per bambini che sono più delicati, usati con parsimonia, hanno un buon odore e possono essere ugualmente efficaci. Devo dire che questa pulizia ha reso molto più lucente e più bello la mia ribaltina.

Mobili in legno

Mobili in legno

Ho letto, un altro rimedio naturale che mi sembrava interessante, per ravvivare i mobili in legno. Utilizzare il succo di mezzo limone mischiato a 1 cucchiaino di sapone di Marsiglia liquido e 4 gocce della vostra essenza profumata preferita. Mescolati insieme devono essere spruzzati direttamente sulla superfice in legno. Una volta asciugato il mobile si passa un panno umido sul quale avrete versato poche gocce di olio di oliva: il vostro legno antico sarà così nutrito e ravvivato. Un altro suggerimento che mi sembra valido se avete problemi di legno annerito o con la muffa: utilizzate l’acqua ossigenata e l’ammoniaca; una raccomandazione: mettete i guanti e proteggete gli occhi e utilizzate un recipiente capiente, in quanto le due sostanze insieme potrebbero andare in ebollizione. La miscela dovrà essere composta solo per il 5% di ammoniaca: applicatela sulla zona con un panno pulito.

Se il legno si è annerito a causa della muffa, allora potete utilizzare la candeggina preparando una soluzione con acqua e il 30% di candeggina: anche in questo caso utilizzate guanti e mascherina e passate il prodotto sul mobile seguendo le venature del legno. Dopo circa un paio di ore risciacquate la superficie  fino a quando i residui di candeggina saranno completamente eliminati.

 

Tre riflessioni sull’emergenza

(di Edoardo Patriarca) Cari amici,

le crisi, sanitaria, umana, sociale, economica, che attraversiamo ci interpellano e provocano due possibili reazioni: il chiudersi a riccio o l’affrontare a viso aperto l’emergenza. I provvedimenti del Governo intervengono sulle criticità sanitaria e  economica  e vi comunico che come ANLA abbiamo avanzato all’Esecutivo una precisa richiesta, ripresa dalle agenzie stampa come potete leggere cliccando qui, in cui chiediamo di anticipare da parte dello Stato il pagamento del 5×1000 per ridare fiato a tutto il Terzo Settore. Le  crisi però portano con sé anche più opportunità per riguadagnare quelle dimensioni che abbiamo trascurato e quindi condivido con voi tre riflessioni.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Anzitutto il valore delle persone anziane, delle nonne e dei nonni. Sono le persone più fragili, quelle più aggredibili dal coronavirus e dalle malattie infettive. Eppure i nonni e le nonne, con  attenzione e premura e nel rispetto delle regole indicate dalle autorità,  stanno svolgendo il compito di sempre.  La chiusura degli asili nido, delle scuole di ogni ciclo, hanno riproposto all’attenzione dei media il servizio  di cura e di presa in carico che essi svolgono nei confronti dei  propri nipoti. Le reti familiari e amicali vanno curate sempre, si costruiscono con amore e pazienza, sono luoghi nei quali si apprende il  dialogo tra le generazioni. Guardarsi negli occhi, ascoltare  storie che i nipoti mai hanno ascoltato, il prendersi cura, i gesti di cortesia e di reciprocità, il trapasso di saggezza e di sogni che ti possono essere solo donati e  trasmessi da chi la saggezza l’ha nel cuore: perché non provarci anche dopo la fine dell’emergenza?

La seconda riflessione ci spinge a riscoprire la  fragilità come costitutiva della vita tutta.  Il coronavirus ha isolato migliaia di persone anziane nelle loro case: l’abbandono colpisce il cuore, fa sentire la propria vita inutile, innesca patologie depressive. Su questo difficile crinale i volontari stanno compiendo  un lavoro  davvero straordinario rischiando anche la propria salute. Non sono sole le malattie che portano alla non autosufficienza,  ma la solitudine e l’isolamento sociale che oramai colpisce oltre il 70 per cento delle persone in età avanzata.  Occorre   investire  sulla risorsa anziana con politiche che sostengano l’invecchiamento attivo nella fase di uscita dal lavoro, sostenendo il volontariato degli anziani (sono più di un milione), i centri di aggregazione, il turismo sociale, la formazione permanente.

Infine, le famiglie: oggi sono architrave nella gestione dell’emergenza. Meritano più attenzione, risorse e  servizi per la cura dei figli  e delle persone anziane. Le esperienze di smart working messe in cantiere dalle aziende diventino strumento stabile per la conciliazione  tra vita familiare e vita lavorativa. I congedi parentali per la cura  dei propri figli, attivati in questo difficile momento,   assumano una dimensione finalmente ordinaria e non più emergenziale.

Proviamo a ricordarcene quando sarà tutto finito. Coraggio, #andratuttobene

#andratuttobene

(di Antonello Sacchi). Non pensavamo fosse così dura, ammettiamolo, e ora ci ritroviamo, tutta Italia, nella morsa di un nemico tanto invisibile quanto subdolo.Coraggio amici miei, ripartiremo. Facciamo tesoro di queste giornate che forzatamente trascorreremo in casa, lasciando a zero la socialità, per riguadagnare quanto la frenesia di questi anni ci ha fatto trascurare, portando al massimo la dimensione della riflessione, della spiritualità, dello stare in famiglia. Abbiamo eroi che stanno lavorando con turni massacranti in corsia per salvare vite umane, cerchiamo ognuno di noi di fare la nostra parte fermando il contagio restando a casa, #iorestoacasa.

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Nel frattempo  noi di ANLA cercheremo di tenervi compagnia con qualche numero della nostra newsletter. Invitiamo i lettori tesserati ANLA a mandarci un breve scritto (max 2000 caratteri spazi compresi) sulla vostra quotidianità al tempo del #iorestoacasa con un accenno a quello che vorrete fare quando potremo tirare un respiro di sollievo. Non si tratta di un concorso ma di voler condividere le nostre esperienze di genitori, coppie, single, nonni a cui è cambiata improvvisamente la vita. Pubblicheremo i contenuti pervenuti su un’apposita sezione del nostro Anlablog e una selezione sulla nostra newsletter. Resistiamo, #andratuttobene!