La ‘nduja, dove il peperoncino è re

(di Roberta Greco) Originaria di Spilinga, un piccolo comune in provincia di Vibo Valentia, la ‘nduja, o anche detta duja, è un salume piccante dalla consistenza morbida.

Oggi è un ingrediente usato anche nei menù gourmet dei ristoranti stellati, ma la sua origine è estremamente povera: nasce dall’esigenza di non sprecare nulla del suino. Pare infatti che, dopo aver dato ai proprietari terrieri le sue parti più pregiate, ai contadini rimanessero gli scarti come stomaco, milza, polmoni ma anche testa e lingua. Da questi e dall’unione con il peperoncino si ottenne la prima ‘nduja. Trattandosi di un insaccato che si conserva a lungo, proprio questa preparazione assicurò l’approvvigionamento di intere famiglie durante le stagioni fredde. La ‘nduja che mangiamo oggi non è realizzata con le interiora dell’animale come una volta ma bensì con la sua parte grassa. L’origine del nome della nduja di Spilinga è da ricercare nel termine latino induco e cioè introdurre, che fa riferimento al gesto di introdurre la carne lavorata all’interno del budello. Da diversi anni è stata inoltre stabilita una giornata dedicata a questo insaccato: l’8 agosto, giorno nel quale, ogni anno, a Spilinga si tiene la sagra della ‘nduja.

L’alto quantitativo di peperoncino calabrese contenuto al suo interno fa sì che non siano necessari conservanti poiché la funzione antisettica è già svolta dal peperoncino.

Inoltre, il processo di “affumicatura” successiva all’ inserimento nel budello, le conferiscono un sapore molto aromatico.

Se volete cimentarvi a farla in casa gli ingredienti sono: 1 kg di carne di maiale tritata, 30 g di sale fino e 450 g di peperoncini piccanti essiccati. Preparazione: Iniziate a macinare la carne molto finemente: dovete ottenere una crema grossolana. Unite alla carne i peperoncini piccanti essiccati e ridotti in polvere e il sale: andateci piano e assaggiate man mano, ma tenete conto che il piccante perderà di intensità un po’ durante la stagionatura. Una volta mescolato bene il composto, insaccatelo nel budello e lasciate riposare 12 ore prima di procedere con l’affumicatura e l’asciugatura. Appendete la ‘nduja in una stanza apposita (meglio se con camino) e abbiate cura di accendere un fuoco di almeno mezz’ora per i primi 10 giorni di affumicatura.

Prima di gustarla, dopo l’affumicatura, dovete aspettare per 3/5 mesi (dipende quanto fresco vi piace il salume). La ‘nduja è priva conservanti perché il peperoncino, presente in così alte quantità, ha proprietà antisettiche ed antiossidanti. Gli insaccati si conservano per un paio di mesi. Se pensate di non riuscire a consumarli in tempo, metteteli sottovuoto o sotto grasso: dureranno fino a un anno! Ma come si mangia? Dato il suo sapore inconfondibile, non ha bisogno di essere unita a molti altri ingredienti, è perfetta ad esempio per un aperitivo gustoso se spalmata su una fetta di pane casereccio leggermente tostato accompagnato ad una fetta di caciocavallo.

Tradizionalmente la ‘nduja viene sciolta in un pentolino rudimentale simile ad un brucia-essenze che presenta un buco all’interno del quale si posiziona una candelina. Una volta sciolta, viene spalmata su fette di pane abbrustolito e gustata così com’è. Oggi, però, la si usa anche per aggiungere gusto a ragù, sughi e anche sulla pizza! La ricetta che amo di più è quella della pasta con ‘nduja: non dovete fare altro che privarla del suo budello, farla tostare in padella e poi aggiungere della pasta scolata al dente (se necessario mantecata con un po’ di acqua di cottura). Potete arricchire i fiori di zucca o gli arancini con la nduja, oppure usarla per arricchire una frittata.

Sappiate però che per ogni cucchiaino da tavola di ‘nduja si contano 77 kcal (512 Kcal ogni 100 g), e le principali proprietà nutritive derivano dalla presenza del peperoncino.

Mi chiamavo Salmon

(di Annalisa Gatti) In libreria a volte sono attratta da libri di cui non so assolutamente nulla. Capita che sia proprio la copertina a incuriosirmi, a volte il titolo bizzarro, a volte senza un perché, mi trovo a curiosare intorno a testi scritti da autori a me sconosciuti. E’capitato così anche con il libro che ho appena finito di leggere: “Amabili resti” di Alice Sebold. La copertina aveva un disegno che ho trovato, nella sua semplicità, dolcissimo: un’ esile figuretta di bambina che cammina dandoci le spalle, una andatura tra l’incerto e il sognante, la testa leggermente reclinata, lunghi capelli morbidi, lisci, lasciati sciolti, un vestitino che ondeggia facendo immaginare che ci sia della leggera brezza, degli stivaletti bassi e morbidi che lasciano delle orme sulla neve e delle chiazze rosse di sangue. Colori tenui e morbidi accompagnano la figura sottile.

Ho preso il libro in mano e ho letto sulla quarta di copertina: «Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973». Ho pensato che fosse davvero un romanzo tristissimo ma ho letto poi il riassunto e mi ha colpito. Con mia sorpresa, il racconto è affidato alla voce della stessa ragazzina che senza alcun sentimentalismo narra l’accaduto. Leggo: Le vite dei genitori e dei fratelli e degli amici di Susie, spezzate dalla sua tragica scomparsa, vengono raccontate con lo spirito allegro e senza compromessi dell’adolescenza.» Sono tornata a casa con il libro e l’ho letto con grandissima partecipazione emotiva.

Susie racconta la sua storia da un luogo molto particolare, lei lo chiama Il mio Cielo in realtà non è il Paradiso perché non è ancora pronta per quel luogo. E’ stata strappata alla vita con la violenza, è ancora troppo arrabbiata per poter abbandonare del tutto la sua famiglia. Dal suo Cielo, un luogo di mezzo, osserva, controlla e segue i suoi cari che vivono una vita ormai ferita irrimediabilmente ma in continua evoluzione. Loro sentono e a volte avvertono la sua presenza. In particolare il papà, non si rassegna alla sua scomparsa e tantomeno alla ricerca del suo assassino. Passa in secondo piano il brutale gesto compiuto da un uomo che sembrava essere innocuo e insignificante. Solo nel quindicesimo capitolo e per poche pagine abbiamo una descrizione di quella che fu l’infanzia dell’assassino, George Harvey, di soli 8 anni che con a sua mamma viveva esperienze terribili. In poche righe ci si rende conto che la psicologia di un bambino e quindi tutto il suo futuro dipendono dai suoi genitori, da quello che nei primi anni di vita si respira intorno, gioia, serenità oppure paura, violenza, indifferenza. George Harvey adulto è quello che ha vissuto. Non si nasce pazzi e violenti, ci si diventa.  Susie ci racconta invece della sua famiglia: della fragilità della sua mamma, che per disperazione scappa altrove, lontano dalla sua cameretta, lontano da tutto ciò che le avrebbe ricordato la sua bambina. Cerca di costruirsi e di vivere un’altra vita per non affrontare il futuro senza la sua amata Susie, sperando di confondersi, di perdersi in una esistenza fatta di nulla. Lei non ha più forza per vivere e affrontare il futuro; sua sorella più piccola, Lindsey, con la quale aveva un rapporto speciale, piccole gelosie e competizioni condite da tanto amore e tanta complicità. Lindsey cresce e vive momenti che lei non avrà mai la possibilità di vivere: il suo amore per Samuel, i suoi progetti per il futuro, il suo modo di prendersi cura di tutta la famiglia semplicemente “tenendo d’occhio”, -presente, attenta -e anche- bellissima sorella- così la descrive Susie. Racconta del suo fratellino più piccolo, della sua fragilità, del suo legame profondo con il papà, un uomo protettivo e coraggioso. In ogni riga traspare il suo amore profondo e tenero per suo padre, coraggioso, ostinato e insieme ferito, dolorante, debole e fragile ma con la ferma volontà di non girare pagina, di affrontare e chiamare per nome quello che era accaduto. Susie si accorge, dal suo Cielo che la nonna Lynn poi, è davvero una nonna speciale, una roccia, forte, coinvolgente, positiva e anche un poco ubriacona, forse- si chiede Susiesarà anche per questo che è così simpatica.

La casa, il cane, il giardino, visti con gli occhi di una adolescente che voleva diventare una fotografa naturalista. Susie è innamorata di Ray, un ragazzo della sua scuola. Sogna, dal suo Cielo, di poterlo baciare ancora una volta. Un amore pulito, fresco, tenerissimo.

Il libro scorre veloce ed è avvincente come un giallo, Susie aiuterà tutti a riconciliarsi con il dolore, ma le vite che sono narrate e che cambiano passo dopo la tragedia sono descritte con una sensibilità particolare.

Con oltre dieci milioni di copie vendute nel mondo, Amabili resti è uno dei maggiori successi editoriali degli ultimi anni. Il tema purtroppo è sempre di attualità: violenza sulle donne, bambini scomparsi, ma viene tutto raccontato con una energia che è solo positiva. La famiglia di Susie troverà altre strade, si apriranno altre porte, e per tutti c’è la prospettiva futura di un “Cielo” che risponde pienamente ai nostri sogni, ai nostri desideri. Speranza di una vita davvero felice. Bellissimo.

L’autrice, Alice Sebold nel 1999 ha pubblicato Luchy, un libro di ricordi sullo stupro subito nel 1981. Ho capito il perché questo libro aveva un’anima tanto ricca e intensa.

Da non perdere neppure il film che ho trovato su Netflix: la regia affidata a Peter Jackson, “Lovely Bones” il titolo originale. Jackson affida i membri della famiglia Salmon, a attori di grande talento: da Susie , interpretata da Saoirse Ronan davvero deliziosa, al padre Jack con il coinvolgente Mark Wahlberg, la mamma Abigail  affidata alla bellissima Rachel Weisz, la simpatica nonna Lynn ha il volto di Susan Sarandon e  il pedofilo Harvey è Stanley Tucci, perfetto nel suo essere anonimamente freddo, malvagio e ributtante.

Le lunghe sequenze, dove Susie vaga, incapace di staccarsi dalla sua vita terrena sono tutte realizzate in computer grafica, tanti gli effetti speciali: alberi che si trasformano in stormi di uccelli, campi di grano assolati, specchi d’acqua immersi nella nebbia…. Il film non mi ha deluso come spesso accade dopo aver letto il libro. Tiene comunque incollati alla poltrona. Il messaggio principale tra i tantissimi spunti di riflessione: il nostro destino non ci porta sempre verso i nostri desideri, verso quello che ci aspettiamo ma nonostante le salite, i dispiaceri, le tribolazioni c’è un meraviglioso riscatto e le tracce di amore che si sono lasciate in vita, le relazioni intrecciate con gli altri, rappresentano una ricchezza fondamentale per chi resta, un legame indissolubile in eterno. I nostri cari non sono lontani da noi, tutt’altro.

 

Cercatori di verità

(di Antonello Sacchi) Oggi desidero parlarvi di una ricorrenza. Il 28 agosto 2020 sono esattamente trascorsi 1590 anni dalla morte di Aurelio Agostino, vescovo, santo e dottore della Chiesa. Il pensiero filosofico, la psicologia, la pedagogia e ovviamente la teologia, sono profondamente legati a questo nordafricano di nascita, romano per cultura, cattolico per religione, e infine italiano per sepoltura (riposa a Pavia in San Pietro in Ciel d’Oro).

Perché ancora oggi, ogni giorno, viene pubblicato un libro su Agostino d’Ippona? Perché nonostante le centinaia di anni che ci separano, il suo testo più noto, Le Confessioni, è letto ancora oggi in ogni parte del mondo? Per quello che Agostino ha cercato e per quello che ha voluto essere. Agostino ha desiderato più di ogni altra cosa essere felice, l’unica vera aspirazione che accomuna ognuno di noi. In questo percorso esistenziale Agostino non si è mai fermato alla prima risposta che gli è stata data. Il suo itinerario biografico parla da solo: tiepidamente cristiano, giovane gaudente, manicheo – quindi lontano dalla fede cattolica – filosofo pagano, retore imperiale, cercava di appagare la sua inquietudine esistenziale che lo spingeva a cercare la verità, qualunque e dovunque essa fosse. La sua intelligenza lo ha portato a mettere in discussione ogni nozione acquisita per il semplice fatto che una cosa, per essere fatta propria, deve essere guadagnata sulla propria pelle, vissuta e fatta propria attraverso un incontro personale, perché in fin dei conti riusciamo ad amare veramente solo ciò che abbiamo visto e conosciuto. La poliedrica personalità di Agostino è talmente complessa che non è presentabile in poche righe. Vi richiamo solo il suo accanirsi contro la superbia. Nella ricerca della felicità. Agostino si imbatte nel problema del male: nel darvi adeguata riposta Agostino comprende che è centrale la riflessione sulla superbia. La superbia è vista da Agostino come il desiderio di un’altezza perversa perché l’anima umana, staccatasi dal Principio a cui nell’ordine divino deve restare attaccata, diventa principio a sé stessa: un vizio che mentre spinge verso l’alto provoca la più rovinosa delle cadute. Effetto della superbia è l’incapacità di cogliere la verità e Agostino lo dice anche in riferimento all’esperienza personale. Agostino pensa, immagina, vive emozioni che trasmette attraverso le sue parole in un pensiero quasi “biologico” a testimoniarne la vitalità e l’evoluzione, grazie al suo cuore inquieto, che non ha riposato prima di trovare la Verità.

I giorni che verranno

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Molti soci ANLA,  concluse le giornate di ferie,  torneranno al lavoro: l’associazione non è composta solo di pensionati, abbiamo tanti iscritti che dopo il lungo lockdown hanno ripreso le loro attività, molti non  hanno mai smesso per garantire servizi essenziali a tutti noi,  costretti a casa per il Covid-19. Questo tempo e le esperienze che ne sono scaturite –  lo smart working, le ferie solidali, la flessibilità degli orari, una maggiore attenzione alla conciliazione -  hanno riconquistato alle comunità  il senso e il significato del lavoro  che non   è riconducibile ad una  attività strumentale utile solo per guadagnare uno  stipendio – importante, ci mancherebbe! -   con il quale  dedicarsi  alla “vita vera”. È una stortura  che  colpisce molti giovani, illudendoli, o le persone che vivono di un lavoro indegno e di un salario  neppure sufficiente per la propria sopravvivenza. È meglio fuggire dal tempo del lavoro, viverlo come un obbligo inevitabile, come una sorta di condanna! Ma non è così…o non dovrebbe esserlo.

Summer School ANLA 2020

Summer School ANLA 2020

Il lavoro riguarda la persona, la sua umanità – quante volte lo abbiamo scritto -,  è ben  più di una attività strumentale: oso nell’affermare che  qualsiasi azione umana nasconde sempre,  magari solo in nuce,  un progetto, un desiderio, una ambizione che va ben oltre quello che appare concretamente. Se davvero crediamo che questa sia la via da perseguire e da sostenere,  per confermare che “tutto non sarà come prima” anche nel fare impresa e creare  buon lavoro, ci  attende come Associazione un compito arduo ed entusiasmante al tempo stesso. A fine settembre approveremo un nuovo Statuto e un Regolamento che ci consentiranno  di camminare celermente,   al passo con i tempi. La seconda edizione della Summer School indagherà con occhi saggi e curiosi le tracce di futuro già presenti in mezzo a noi e che la lunga quarantena hanno evidenziato come non mai. Non avremo tempi semplici, soprattutto per i giovani e  le persone più  fragili e  in difficoltà. Staremo su questi crinali per percorrerli con coraggio e prudenza,  forti di una storia nata più di settanta anni fa, metteremo a disposizione saperi e competenza là dove siamo presenti, accanto  alle imprese che ci sostengono e nei territori dove operiamo.  Le sfide che si pongono davanti a noi sono già note: la necessaria riconversione energetica per contrastare il cambiamento climatico, la digitalizzazione imponente che le nuove tecnologie imporranno alle imprese, i robot e l’intelligenza artificiale, una formazione tutta da ripensare per rendere le giovani   generazioni attrezzate a gestire il futuro prossimo. Non da ultimo una politica non tarata sul “qui e ora”, sull’ultimo sondaggio e “sull’aria che tira” o sull’intervento emergenziale pure necessario e doveroso, ma orientata da una progettualità che sa guardare nel  decennio che verrà. Avremo poco tempo se non vorremmo raccontare il declino di un grande paese che non lo merita.

Mi domanderete: ma noi che possiamo fare? Che ruolo  svolgere come associazione di adulti? Domande complicate che attendono una risposta:  è certo che tra noi non possono valere i refrain:  “va così… non ne vale la pena… ci penseranno gli altri… difendiamo i  diritti acquisiti… gli altri si arrangino…”.  Potremo essere protagonisti se saremo cittadini attivi e informati, se ci porremo a fianco di coloro che intendono aprire un rinascimento, una ri-nascita per un paese più libero e responsabile, più uguale e coeso.

Alla Summer School proveremo insieme ad andare a “caccia di tracce” di futuro. Vi aspettiamo!

I Bambini di Svevia

(di Annalisa Gatti) Bambini e ancora bambini, piccoli protagonisti di storie incredibilmente dure e difficili. Tanta vita spesso dimenticata. Avevo letto poco tempo fa “Il treno dei bambini” di Viola Ardone.  Amerigo, il piccolo protagonista mi è rimasto nel cuore. Una vicenda poco conosciuta, una storia dura: migliaia di bambini meridionali che nel secondo dopoguerra venivano affidati a famiglie più ricche, del nord e del centro per strapparli alla miseria. Un romanzo appassionante e scritto benissimo, la storia di questo bambino e la sua lotta per la sopravvivenza. Anche questa volta il libro che mi ha appassionato parla di bambini.

Entrando in libreria sono stata incuriosita da tantissimi scatoloni appena arrivati che contenevano un libro da un titolo che mi ha subito catturato: I Bambini di Svevia di Romina Casagrande. Mi sono incuriosita e ho letto il libro. Bellissimo. I bambini di Svevia, chi erano?  Erano poveri figli di contadini, età compresa dai 5 ai 14 anni, provenienti dal Tirolo, Alto Adige, Liechtenstein e Svizzera che, a partire dal XVII secolo fino all’inizio del XX secolo, venivano acquistati e impiegati in Svevia (Germania) dai proprietari terrieri per lavori stagionali.

Le famiglie di quelle zone di montagna erano solitamente numerose e spesso poverissime. Migliaia di bambini erano allora impiegati come contadini nelle campagne. Quando la disoccupazione era insostenibile e le risorse a disposizione delle famiglie erano troppo scarse, per non morire di fame una soluzione fu quella di cercare lavoro stagionale nelle regioni più ricche a settentrione, come la Svevia. Il 19 marzo (festa di San Giuseppe) si svolgeva il mercato in piazza dove venivano scelti i “lavoratori” in base alle qualità fisiche e alle esigenze dei compratori. Le retribuzioni consistevano per lo più in indumenti e pochi soldi a fronte di un impegno lavorativo di diversi mesi. I giovani restavano al servizio dei loro compratori fino alla fine di ottobre e al ritorno erano sollevati dall’obbligo di frequenza scolastica invernale. I bambini per raggiungere la Svevia partivano a piedi, da soli o accompagnati da un giovane parroco, vestiti di stracci, e dovevano affrontare un viaggio lungo, faticoso, lungo sentieri di montagna spesso ancora innevati, dormendo in stalle e bivacchi di fortuna, al freddo, perché partivano a marzo e la temperatura in montagna in quel periodo è ancora molto rigida. Potevano capitare in famiglie che li trattavano con rispetto oppure essere trattati come schiavi, spesso le bambine, che venivano impiegate nei lavori domestici, tornavano incinte. A volte capitava che non tornassero proprio a casa, poteva essere una scelta restare nelle regioni più ricche per poter lavorare e costruirsi una vita meno dura, a volte invece non sceglievano loro ma il destino. Una storia dimenticata, quella dei “bambini di Svevia” sepolta tra le vallate della Val Venosta. Romina Casagrande, insegnante di lettere classiche, conoscendo bene i luoghi di cui scrive per averci anche insegnato rivela: “Ho provato imbarazzo per essere all’oscuro di fatti che sono andati avanti per tre secoli, ma che il territorio custodisce quasi come un segreto. Pochissimi conoscono queste vicende al di fuori dell’Alto Adige. Nella società contadina molte cose non si raccontavano, restavano nascoste. La valle si era chiusa su questo segreto perpetrato.” E ancora: “Ho trovato di profonda attualità questa storia, i bambini di Svevia mi hanno ricordato i bambini che oggi arrivano sui barconi, quella parte di società sempre sacrificata nei periodi di crisi. La forma narrativa del romanzo mi ha permesso d raccontare quel viaggio visto dagli occhi dei bambini. Nonostante la povertà, le difficili condizioni, il dolore di lasciare la famiglia, nei bambini c’era sempre la meraviglia del viaggio. Anche se poi si trovavano costretti a crescere di colpo, in solitudine, lottando per la sopravvivenza.”

Bressanone, Brixen Trentino Alto Adige, Italia

Bressanone, Brixen Trentino Alto Adige, Italia

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Il peperoncino

(di Roberta Greco)  Molti di noi amano il piccante, d’inverno negli stufati di carne o nelle zuppe, e d’estate anche nelle insalate, mette sapore, colore ed allegria, anche se non tutti lo apprezzano per il suo sapore forte e con il potere di riscaldare, nonostante si usi soprattutto al sud anche perché è una spezia tipica delle zone molto calde, ed ha una duplice funzione: conservare il cibo ma anche dare sapore. Vediamo chi è realmente da vicino questo diavoletto rosso. Il peperoncino rosso (Capsicum annuum) è una pianta annuale appartenente alla famiglia delle Solanacee, la stessa di patate, melanzane, pomodori e tabacco. Originaria del continente americano, fu portata in Europa da Cristoforo Colombo, di ritorno dal suo secondo viaggio dal Nuovo Mondo.

Il peperoncino presenta fusto eretto, fiori bianchi e frutti dalla forma oblunga che nella fase della maturazione passano dal verde al giallo fino al rosso acceso. La peculiarità del frutto è la piccantezza al palato, caratteristica che gli viene data dalla capsaicina, un alcaloide presente in concentrazioni variabili a seconda della specie considerata.

La capsaicina è anche una sostanza rubefacente, cioè in grado di stimolare e aumentare il flusso sanguigno. Il tipico sapore piccante rende il peperoncino una spezia ideale in cucina per condire e insaporire le nostre ricette. Ma essendo ricchissimo di principi attivi, il peperoncino può essere utilizzato anche in preparazioni topiche per contrastare l’artrite e i dolori muscolari.

Il frutto contiene vitamine (C, E, K, B, A), sali minerali tra cui calcio, rame e potassio, carotenoidi, bioflavonoidi e lecitina. In particolare, il peperoncino è ricchissimo di vitamina C: 100 grammi di questo frutto piccante ne contengono ben 229 milligrammi contro i 50 dell’arancia!

Fu proprio studiando gli effetti del peperoncino che lo studioso ungherese Szent Gyorgyi scoprì questa importantissima vitamina, che per questa scoperta gli venne attribuito il premio Nobel.

La vitamina C difende dalle infezioni, da tutte le malattie da raffreddamento e dai disturbi cardiovascolari. Diversi studi scientifici confermano che la vitamina C e la vitamina E, anche essa presente nel peperoncino, potenziano le difese contro il cancro.

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Settembre nel calendario Barbanera

NELL’ORTO

Tra le ultime raccolte di ortaggi estivi, pronti anche alla conservazione sott’olio, sott’aceto e in agrodolce, l’orto ci chiama anche alle semine, da fare all’aperto, con la Luna calante, per prezzemolo, ravanello, finocchio, radicchio, rapa, spinacio. Trapiantare inoltre il porro (tardivo). Ci sono poi le aromatiche da moltiplicare per talea, e tra queste il rosmarino e la salvia. Ancora semine in Luna crescente, ma di crescione e lattughino da taglio. Trapiantare bietola da costa, cicoria. Eliminare le foglie che ricoprono i frutti non molto maturi degli ortaggi estivi. Raccogliere i peperoncini e le zucche esponendole in pieno sole per favorire la piena maturazione.

NEL GIARDINO 

Ci siamo, è il momento di pensare innanzitutto a trovare spazio in ambienti riparati per le specie sensibili ai primi freddi autunnali. Asportare i boccioli sfioriti sulle ornamentali annuali o perenni per prolungarne la fioritura. Nei giorni di Luna calante potare la lavanda e fare anche le talee tagliando rametti di circa 10 cm da interrare in piccoli vasetti con terriccio misto di terra e torba. In crescente seminare in coltura protetta le annuali da fiore. Seminare invece all’aperto calendula, convolvolo, papavero, primula e i tappeti erbosi. Mettere a dimora bulbose a fioritura primaverile come anemone, bucaneve, croco, giacinto.

 

Per sempre bulbi!

Nei vasi o nelle aiuole è tempo di mettere a dimora, in Luna crescente, i bulbi a fioritura primaverile. Al momento di scegliere cosa piantare, sarà bene optare per specie a fioritura scalare così da avere fiori a lungo. A cominciare dai bulbi precocissimi (febbraio, marzo), come i bucaneve e i crochi, a quelli medio precoci (fine marzo aprile), come narcisi, muscari, giacinti e anemoni, fino a quelli tardivi (maggio), come certe varietà di tulipani. La terra dovrà essere lavorata e arieggiata, sia in giardino che nei vasi, e con un buon drenaggio, perché eventuali ristagni provocano muffe e la perdita dei bulbi stessi. Importante anche coprire con fogliame la superficie per proteggerla dall’azione battente della pioggia e dall’effetto crosta della terra. Nello scegliere i bulbi evitare quelli che si mostrano raggrinziti, poi piantarli ad una profondità doppia rispetto alla loro altezza. Un bulbo di 3-4 cm, come quello del muscari, va messo alla profondità di 6-8.

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Concretezza, rigore morale, realismo lungimirante

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale Anla)  L’apertura del Meeting di Rimini è stata contrassegnata dal messaggio del Presidente Mattarella e dall’intervento introduttivo di Mario Draghi. Due passaggi densi di contenuti, riflessioni prospettiche, precisazioni e puntualizzazioni sul nostro tempo. Merce assai rara in questa contingenza. Entrambi hanno rivolto ai protagonisti pubblici  l’invito a preservare la comunità nazionale coesa e unita,  e  ad una progettualità politica  che pensi coraggiosamente il paese prediligendo maggiormente  beni comuni come sanità e istruzione. Non da meno la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia: alla cerimonia annuale  in memoria di Alcide De Gasperi ha tenuto  una lectio che merita la nostra attenzione personale e associativa. “In questo frangente è più che mai fecondo riandare alle fonti della storia costituzionale da cui è nata la Repubblica italiana, attingendo a quella saggezza che seppe ricostruire il Paese sulle rovine delle due guerre mondiali e sulle macerie dei totalitarismi, dando vita ad una nuova forma di convivenza civile”.

De Gasperi era un uomo di confine, nato e cresciuto sui confini. Questo tratto esistenziale  ha caratterizzato la sua  persona e l’avventura politica che lo ha visto protagonista nel dopoguerra. Le  virtù che ha testimoniato oggi appaiono di grande attualità: l’assunzione della complessità del reale (la realtà è superiore all’idea direbbe Papa  Francesco), il senso del limite e al contempo lo sguardo lungo  sugli orizzonti,   la ricerca esigente e faticosa  delle tracce presenti nella storia delle comunità, sono  tratti esistenziali   che connotano   coloro che vivono sulla frontiera. Marta Cartabia definisce il realismo di De Gasperi come  lungimirante, non prigioniero della realtà stessa che lo ridurrebbe  ad un fatale immobilismo, o alla conservazione dello status quo mortifero e cinico. Parliamo di un realismo che parte dall’esistente ma sa dare   un respiro profondo al proprio agire nutrendosi di grandi ideali, e della consapevolezza che una politica vera  misura i  passi e le distanze e sa attendere i tempi della maturazione.

È  Lo stile del montanaro, del passo lungo senza fretta o accelerazioni, che evita  le facile scorciatoie ( ti sfiancano e rompono il ritmo del tuo passo) e percorre la via più lunga e certa, quella  che  permette di raggiungere la vetta o il rifugio.Oggi si parla tanto di innovazione, di riformismi, di trasformazione piuttosto che di cambiamento: i protagonisti non saranno  gli innovatori del nulla, o i trasformisti che vogliono tutelare i privilegi di sempre. Occorre conoscere,  far tesoro del passato e amare i confini, le frontiere.

Siamo una grande associazione, abbiamo da poco compiuto i settant’anni: anche a noi spetta il compito di testimoniare queste virtù (concretezza, rigore morale, realismo lungimirante) donando saperi e competenze alle generazioni giovani, aiutandoli a stare sulle frontiere, standoci anche noi, rifuggendo lo stereotipo di una anzianità che pensa a se stessa, un po’ in pantofole, accartocciata sui propri problemi, in difesa dello status quo.

I nostri appuntamenti

Settembre si avvicina e con esso la ripresa delle attività associative di ANLA. Vi ricordiamo i principali appuntamenti:

innanzitutto, vi aspettiamo alla Summer School ANLA di settembre a Castel Gandolfo: iscrivetevi!

Per consultare il programma completo con tutte le iniziative previste, cliccate qui.

Per conoscere costi e logistica della Summer School ANLA 2020, cliccate qui.

Per chiedere informazioni e per iscriversi alla Summer School ANLA,  scrivete a iscrizione@anla.it

I 70 anni di ANLA

I 70 anni di ANLA

Concorso nazionale fotografico

ANLA, al fine di valorizzare l’impegno sociale e culturale dei propri tesserati, indice La 2^ edizione del Concorso Nazionale Fotografico sul tema “Kairòs19 – Istantanee al tempo della pandemia catturate attraverso gli occhi degli anziani”. Il Concorso ha l’obiettivo di raccogliere istantanee, attimi fermati nel tempo come solo le fotografie sanno fare: paure, sogni, sofferenze, speranze, emarginazioni e voglia di vivere; nella propria abitazione, nel condominio, nel quartiere, in un istituto, nei rapporti a distanza con figli e nipoti, anche nello schermo del telefonino, tablet o personal computer.

Clicca qui per informazioni e modalità di partecipazione

Concorso letterario nazionale

“… E passavano i giorni… “Questo l’incipit del 2° Concorso letterario ANLA Nazionale.

Un tema ispirato al periodo straordinario che abbiamo appena lasciato alle spalle ma che ancora abbiamo il dovere di tenere ben vivo nel presente. Non potevamo non abbinare questo concorso alla festa dei nonni, soprattutto nel ricordo di coloro che ci hanno lasciato, in questo difficile anno. Passavano i giorni, le settimane e poi i mesi… E non sarà stato uguale per tutti, ognuno di noi avrà avuto delle esperienze, delle sensazioni, delle fantasie da voler condividere con il prossimo, generosamente, riaprendo quel cassetto della memoria. Potrà essere doloroso ma anche liberatorio, questo ognuno di noi potrà scoprirlo con il proprio racconto.

Clicca qui per informazioni e modalità di partecipazione

 

 

 

 

 

Sulle Orme dei Pellegrini – La Via della Marca Anconitana

Dal 19/08/2020 al 28/08/2020, con orari : 9-13 e 15-19, presso la Sala Mostre “Oscar Marziali” – Arco di Porta Romana – Loreto, una mostra ad ingresso libero sui cammini dei pellegrini nel periodo medioevale organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale “Fraternitas Studiorum” in collaborazione con Fondazione Itinera, Associazione ANLA e con il patrocinio del Comune di Loreto.

«La mostra» afferma il Presidente Roberto Fiorini «sintetizza i primi risultati di ricerche condotte in questi anni dal Centro Studi “Fraternitas Studiorum”. L’evento vuole essere anche un’occasione di dibattito per lanciare l’idea di un nuovo cammino: “La Via della Marca Anconitana“, un progetto finalizzato a valorizzare e promuovere il territorio provinciale. In particolare intendiamo costruire percorsi accessibili alle più diverse categorie di fruitori, di diverse fasce di età, di diversa sensibilità (ambientale, storica, culturale, più in generale turistica) proponendo soluzioni di cammino, soggiorno, visita (musei, castelli, monumenti, abbazie, centri storici, realtà produttive agricole, artigianali, sociali …) e quant’altro possa essere fondato sulle risorse del territorio. Un itinerario dalla montagna al mare, alla scoperta dei luoghi e dei percorsi lungo la valle dell’Esino e del Musone».

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