Webinar ANLA: incontro con S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Giovedì 8 aprile si è svolto il secondo webinar del Ciclo di incontri “Generazione Pandemia, una storia da scrivere” organizzati da ANLA: S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, presidente della Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, in dialogo con il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca. Numerosi i temi toccati, centrale il convincimento che far vivere la persona anziana nel suo ambiente di riferimento è non solo importante per il suo benessere ma è anche di giovamento a tutta la comunità e la constatazione che l’individualismo ha fatto perdere il senso della comunitas. Come ha sottolineato più volte mons. Paglia, “Noi o ci salviamo insieme o non ci salviamo”.. Si tratta di una sorta di “Progetto Italia” cone ha commentato il presidente Patriarca, che riguarda il futuro, le generazioni, la cura, la prossimità, il volersi un po’ più di bene.
Chi desidera rivedere l’incontro può farlo qui:

Formazione e lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Abbiamo celebrato la Pasqua come cifra della speranza in cammino che noi di ANLA sentiamo da sempre  appello e chiamata all’impegno. In occasione dell’insediamento del nuovo Governo abbiamo pubblicato una lettera aperta al Presidente Draghi con alcune proposte di programma.  Ci permettiamo di riprenderle per  manifestare alcune preoccupazioni su un punto  che sentiamo dirimente e che riguarda il futuro dei giovani, i nostri figli e nipoti. Formazione e lavoro sono i passaggi cruciali che vanno affrontati se vogliamo uscire da questa profonda crisi.

Non vogliamo partecipare alle tifoserie sconclusionate dell’“apertura sì / apertura no”. Sono i dati sperabilmente attendibili che ci indicano la via da intraprendere, una via comunque faticosa e tribolata.  Detto ciò annotiamo con rammarico che non tutte le scuole hanno riaperto: il  Ministero sta forse approntando un piano solido per programmare aperture che  durino nel tempo tali da non essere sconfitte alla pur minima ripresa dei contagi? Non solo, avremmo voluto leggere nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, tra le sei previste, una missione dedicata esclusivamente alle nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: 16 miliardi spalmati su un Piano di 200 miliardi  a noi   sembrano davvero  pochi. I dati pubblicati da Istat e Centri di ricerca ci inchiodano alla realtà: 1 milione e più i bambini in povertà, 160 mila senza il pasto di mezzogiorno delle mense scolastiche e che rischiano di non nutrirsi a sufficienza, 850 mila i ragazzi che la Dad neppure l’hanno vista.

Anche sul mercato del lavoro gli ultimi dati consegnati da Istat sono inquietanti: quasi un milione i posti di lavoro persi, per gli under 25 il tasso di disoccupazione è del 29,7 %,  peggio di noi solo Grecia e Spagna; siamo sempre ultimi nella classifica dei Neet, dei giovani che non studiano, non  lavorano e non si formano,  quasi due milioni. Le donne e i giovani, intrappolati in contratti flessibili e a tempo, sono l’anello debole del mercato del lavoro italiano a differenza di quanto accadde nella crisi del 2008/11 che colpì   soprattutto adulti  uomini.

Non abbiamo la bacchetta magica, sappiamo che l’uscita dal tunnel richiederà tempo, chiarezza di obiettivi e la necessaria determinazione per perseguirli. Soprattutto concordia e unità del Paese, nelle pur rispettabili diversità di opinioni.  Siamo un’Associazioni di adulti anziani, non abbiamo un centro studi ma siamo presenti nelle realtà locali, e nelle imprese in cui ancora lavoriamo: con molta umiltà ci permettiamo di riproporre alcuni punti che a noi paiono strategici per pensare il futuro delle prossime generazioni.

Su formazione e istruzione riteniamo urgente giungere al dimezzamento numerico delle classi attuali, una revisione dei programmi scolastici e il potenziamento dei corsi di formazione per i docenti, una scuola a tempo pieno su tutto il territorio nazionale per contrastare la dispersione scolastica, programmi per l’orientamento,  l’incremento  delle esperienze all’estero dei ragazzi delle superiori, un servizio civile davvero universale.

L’inserimento nel mercato  del lavoro al termine degli studi  in Italia è il più lungo e difficile tra i paesi europei, il mismatch, la mancata corrispondenza tra  formazione e lavoro,  è tra i più alti.  Come aiutare i giovani a “incontrare” le imprese durante il percorso formativo? Anche qui andiamo per punti necessariamente sintetici e non esaustivi: proponiamo di  rivedere l’alternanza scuola lavoro, la valorizzazione  degli istituti tecnici superiori e l’obbligo   di retribuzione per stage, tirocinio e praticantato; politiche attive e potenziamento dei Centri per l’impiego; non da ultimo un progetto con le associazioni “professionali” (come la nostra) per  il “trapasso nozioni” , di quelle competenze trasversali (soft skills) ritenute  essenziali oggi da tutte le aziende.

Noi siamo pronti al confronto.

La pianta Mangiafumo

(di Annalisa Gatti)  È una pianta che appartiene alla famiglia delle Aspargaceae, nome scientifico Beaucarnea recurvata (specie più conosciuta e coltivata)ed è conosciuta anche con il nome di piede di elefante per via del rigonfiamento del suo fusto. Proviene dal Messico, dove è una specie protetta, ma è molto apprezzata come pianta da interno anche da noi; si adatta ad ambienti difficili, appunto pieni di fumo e di odori, per questo il suo nome mangiafumo. In realtà questa pianta come il Filodendro, il Ficus ed altre, è in grado di neutralizzare l’odore di nicotina e catrame e assorbire gas nocivi presenti nell’aria, magari rilasciati da smalti, da vernici, per questo motivo questa pianta è utile posizionarla negli uffici dove c’è presenza di stampanti con toner e inchiostri.

La Mangiafumo può crescere, se in interno, fino a 2 metri e anche oltre, la crescita avviene gradualmente. Il fusto degli esemplari in natura può arrivare negli anni anche a essere alto fino a 15 metri restando con pochi rami. Il rigonfiamento del tronco in realtà è il serbatoio d’acqua che consente alla pianta di superare anche lunghi periodi di siccità. Le foglie a forma di nastro, lunghi e sottili, cadono verso il basso e tendono  ad arricciarsi leggermente, il colore è di un bel verde scuro. I fiori appaiono raramente nelle piante di una certa età. Il frutto è una piccola capsula che contiene all’interno due o tre semi.

E’ una pianta che non crea grosse difficoltà di coltivazione anche se richiede condizioni ambientali diversificate a seconda che sia estate o inverno.

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Picnic primaverili

(di Roberta Greco) Tovaglia a quadrettoni, canestrino pieno di leccornie, birre e vino e siamo pronti per goderci un agognato picnic. Sul prato o sulla spiaggia, al mare, al lago o in una villa urbana, quando la primavera chiama, il weekend all’aria aperta risponde, tra un pisolino “a quattro di spade”, come si suol dire a Roma, o un primo tuffo di stagione al mare! Questo pasto all’aperto sembra essere nato nel ‘600 come pausa durante lunghi viaggi a cavallo o battute di caccia, ma è subito diventato un’usanza sociale di moda soprattutto fra i nobili. Organizzare un pasto in mezzo ai campi o lungo i fiumiera, per molti aristocratici, era un modo per sfuggire ai grandi banchetti ufficiali. Il picnic (da pique, prendere, e nique, piccola cosa) era una trasgressione molto apprezzata. Fortunatamente questa tradizione non è rimasta di esclusivo appannaggio dei nobili e, nel corso dei secoli, si è evoluta e ha assunto forme sempre nuove. All’inizio del’800 ha assunto addirittura un significato legato alla condivisione e alla fratellanza, dando vita a una vera e propria società, la Picnic society, i cui membri preparavano il cibo da offrire agli altri membri. Oggi il picnic è conosciuto più che altro come un’escursione all’aperto, passatempo per famiglie e gruppi di amici durante la quale potersi godere il paesaggio, rilassarsi, prende una prima timida tintarella e, soprattutto, gustare piatti preparati per l’occasione.

Sull’organizzazione dei picnic ci sono diverse scuole di pensiero: ci sono quelli che sostengono che per “fare” un picnic basti un panino e coloro che invece si portano cibo sufficiente per sfamare un reggimento. Ci sono i sostenitori del picnic spartano, che mangiano tranquillamente seduti in un prato perché “basta il panorama” e quelli che invece devono sedersi alla tavola apparecchiata, coloro che organizzano solo con pochi intimi e chi “più amici ci sono meglio è”.

Ovviamente – e per fortuna! – non c’è un giusto e uno sbagliato: ognuno fa quel che vuole e che molto fa anche lalocation scelta, perché sarà difficile allestire un picnic da dieci portate se alla località scelta non si arriva in macchina.

Ma cosa portare per il picnic perfetto? Due sono le regole per la buona riuscita: il cibo e l’attrezzatura. Anche in questo caso ci sono i fan del picnic super attrezzato e quelli più spartani, gli appassionati del picnic romantico e le famigliole in gita.

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Webinar ANLA: i prossimi appuntamenti

Ricordiamo i prossimi appuntamenti: giovedì 22 aprile alle 18 il prof. Giorgio Fiorentini, docente senior e professore di Management delle Imprese Sociali – Università Bocconi; giovedì 6 maggio alle 18  lo Psichiatra dr. Lorenzo Toresini, che ha iniziato la sua attività di psichiatra a Trieste in stretto contatto con il prof. Franco Basaglia e già presidente della società italo-tedesca di salute mentale.

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Il webinar, offerto ai tesserati ANLA, è a numero chiuso e si svolge su piattaforma digitale. La partecipazione è consentita previa registrazione e è limitata ai posti disponibili. Chi volesse assistere all’incontro è pregato di segnalare la sua partecipazione scrivendo una e-mail a newsletter@anla.it entro martedì 20 aprile per l’incontro con il prof. Fiorentini e entro martedì 4 maggio per l’incontro con il prof. Toresini.

Webinar ANLA

Ricordiamo i prossimi appuntamenti di aprile: giovedì 8 aprile alle 18   S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” istituita dal ministro Speranza; giovedì 22 aprile sempre alle 18 il prof. Giorgio Fiorentini, docente senior e professore di Management delle Imprese Sociali – Università Bocconi.

Il presidente Patriarca e mons. Paglia

Il presidente Patriarca e mons. Paglia

Il webinar, offerto ai tesserati ANLA, è a numero chiuso e si svolge su piattaforma digitale. La partecipazione è consentita previa registrazione e è limitata ai posti disponibili. Chi volesse assistere all’incontro è pregato di segnalare la sua partecipazione scrivendo una e-mail a newsletter@anla.it entro martedì 6 aprile per l’incontro con S.E. Mons. Paglia e entro martedì 20 aprile per l’incontro con il prof. Fiorentini.

 

Dare-ricevere-ricambiare

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) È la seconda Pasqua che celebriamo limitati nei nostri movimenti. Le uova di cioccolata, o di altri materiali, che ci scambiamo sono da sempre segno e simboli della vita. Non ci rassegniamo alla tristezza: noi adulti, adulti anziani, noi tutti di ANLA siamo invitati, oggi più che mai, a testimoniare i sentimenti e i valori della vita. Non per rivendicare chissà quale spazio o primazia, ma per rendere conto della speranza che abita da sempre le nostre esistenze, come raccomandava Pietro nella sua lettera:  “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Ma questo sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza”. (1 Pt 3, 15-17)

Come celebrare questa Pasqua, festa della vita piena, della speranza attesa con trepidazione, festa della pace amata nella quotidianità?  Come rendere conto di questa speranza, sì fragile ma che ci  protegge dalla tentazione di lasciarci  andare, o di ammalarci di accidia, o di quel male oscuro che si chiama  solitudine?

Rispondo per parte mia: stiamo dinanzi al futuro!  Accogliamo le incertezze e le fragilità di questo tempo così difficile, nutriamo la speranza che alberga nel nostro cuore ricca non solo di emozioni e sentimenti ma di azioni di futuro praticate ora, qui, nella vita presente.

Una prima azione oggi -  a mio parere  decisiva -   è animare il valore del  “prendersi cura”  delle persone che ci sono accanto e che incontriamo, con sincerità,  accettandone  limiti e fragilità, non nascondendole per timore di essere emarginati o sopraffatti. È una azione che pratica il principio di reciprocità, quella circolarità del dare-ricevere-ricambiare che abbiamo dimenticato e che costruisce fiducia (da fides, legare…)  tra noi, contro una cultura individualistica imperante che spinge a concedere questa “apertura di credito” a chi la pensa come noi e a diffidare di coloro che sono fuori dai nostri schemi di pensiero. Un meccanismo letale che porta al dissolvimento dei legami personali e associativi, al dissolvimento delle comunità e della stessa democrazia. Non solo, l’economia circolare del dare-ricevere-ricambiare riconquista a noi tutti la dimensione del dono che  pur abitando  una parte considerevole della nostra  vita  è stata offuscata  dal pensiero mainstream  che tutto  è  un acquisto e una vendita, un dare e un avere secondo la teoria degli equivalenti. Noi sappiamo che non è così.

Una seconda azione di speranza pasquale è praticare l’arte del rammendo, l’arte del rimettere a posto i cocci: da secoli in Giappone viene praticata l’arte del Kintsugi, la ceramica rotta che i restauratori giapponesi riparano con la polvere d’oro e che diventano preziose sia dal punto di vista economico che artistico. Può accadere anche alle nostre esistenze.  Non spaventiamoci delle fragilità o delle ferite che sopraggiungono: da esse può sorgere nuova bellezza, un’esistenza più resistente e generativa, e più consapevole della  speranza che è in noi  che, per non farla morire, va  donata a chi l’ha persa. Dare-ricevere- ricambiare: solo così staremo dinanzi al futuro, trepidanti e timorosi, un po’ incurvati,  ma sempre aperti ai riverberi di amore  che illuminano le nostre vite. E risorgeremo tutti i giorni. Buona Pasqua.

Luce e bellezza della natura

(di Fiorenza Ciullini, consigliere nazionale e presidente regionale  ANLA Toscana) In un periodo in cui il desiderio più forte è quello di trovare le forze per riuscire ad andare avanti, volgere lo sguardo alle cose belle è sempre più vitale! Ecco perché oggi presteremo la nostra attenzione verso Maria Lorena Pinzauti Zalaffi, una donna che ha dedicato la propria vita ad una passione riuscendo ad andare oltre la passione stessa.

Nata a Firenze, dove attualmente risiede, ha iniziato a dipingere in età scolare; diplomata al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Firenze ha poi seguito corsi di pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, lavorando anche in campo cinematografico e teatrale come scenografa e costumista. Ha insegnato per molti anni storia dell’Arte, del Costume e discipline pittoriche in corsi per stilisti di moda. Anni di insegnamento all’Istituto internazionale del Polimoda a Firenze hanno maturato in lei la predisposizione a sperimentare e praticare costantemente nuovi materiali per inseguire quell’ideale di bellezza di cui la natura è maestra. Ha inoltre esteso i suoi interessi al giornalismo, all’illustrazione di libri e all’arredamento, esperienze che hanno concorso alla compiutezza del suo essere artistico. Ha esposto in mostre personali e collettive dal 1970 ad oggi in Italia e all’estero. I suoi quadri si trovano in collezioni private e pubbliche in Italia, Francia, Inghilterra, Arabia Saudita e Stati Uniti.

Carissima professoressa Pinzauti Zalaffi, intanto ti ringraziamo per averci concesso questa intervista, difficile perché non in presenza, ma semplificata volendo essere una amichevole conversazione, così come tu stessa hai richiesto. Ovviamente parleremo di questo periodo difficile, così avaro di cose belle, di arte e di cultura.  Tu personalmente come stai vivendo questi mesi di pandemia?

Come tutti, in ristrettezze sociali ed in solitudine ma senza però farmi sopraffare dalla paura, tanto che non sono rimasta ferma, ho continuato a lavorare anche se chiusa in casa …

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La pianta di limone in vaso

(di Annalisa Gatti) Fa parte della famiglia delle Rutaceae, è una pianta sempreverde ed è originaria dell’India e dell’Indocina. Il nome “limone” deriva dal malese “lemo”. In India, il frutto dell’albero di limone è chiamato “nimu”, e in Cina – “limung”. Probabilmente proviene da ibridazione tra Cedro e Lime; la pianta ha una durata massima di 45 anni e le varietà sono davvero innumerevoli.

Si differenzia dalle altre piante da frutto perché durante l’anno rifiorisce (la fioritura dura almeno due mesi) e produce più di un raccolto, la fruttificazione inizia 6-7 anni dopo la semina.
La pianta di limone ha bisogno di sole e deve essere collocata in terrazze e balconi esposti a sud e non ventilati. In inverno è bene proteggere la pianta dal freddo mettendola al riparo in un luogo coperto. Non fatela svernare in un luogo riscaldato. Per la coltivazione in vaso meglio sceglierne uno in terracotta che sia più profondo che largo. Dovrebbe avere la circonferenza e l’altezza doppie del pane di terra che avvolge le radici.

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La colomba pasquale

(di Roberta Greco)  Come nacque la colomba, uno dei dolci italiani più amati? Quali tra leggende, regine, santi, battaglie e marketing ha contribuito alla sua fama? Tra i dolci pasquali, pochi hanno la potenza simbolica della colomba. Per la sua forma, simbolo di pace e di amore, che si affianca a quell’uovo che rappresenta invece la Resurrezione. Ma anche per quella semplicità dell’impasto e quella dolcezza della glassa di mandorle. Ma forse attorno a pochi dolci sono fiorite tante leggende quante attorno alla nostra colomba pasquale. Scopriamolo addentrandoci in questo magico mondo della colomba.

San Colombano e la regina Teodolinda - Secondo la tradizione, la colomba pasquale è un dolce lombardo. È lì che sono ambientate tutte le leggende che ne parlano. Per la prima occorre volare a Pavia. Si narra che, attorno al 610, in quella che era la capitale dei Longobardi la regina Teodolinda avesse ospitato un gruppo di pellegrini irlandesi, guidati da San Colombano. La sovrana offrì agli ospiti cani di selvaggina e ricche libagioni, ma il santo declinò perché era periodo di Quaresima. Teodolinda e il marito Agilulfo interpretarono il rifiuto come un’offesa personale e fu allora che Colombano, benedicendo la selvaggina, la trasformò in bianche colombe di pane.

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