Precarietà

(di Annalisa Gatti)  L’etimologia della parola precarietà deriva dal latinoprecarius ottenuto con preghiere, per grazia, da prex, precis cioè preghiera, implorazione, supplica. Pertanto, l’aggettivo precario, indica provvisorietà, instabilità, insicurezza di qualcosa o di una condizione che è concessa o permessa, temporaneamente, dopo una richiesta accorata, senza garanzia di permanenza. Sono tanti i sinonimi: temporaneo, momentaneo, passeggero, incerto, insicuro dubbio, traballante, instabile, vacillante, malfermo, temporaneo, revocabile …. spesso, purtroppo, questo aggettivo si accompagna al sostantivo lavoro ma anche alla parola salute.

E’ difficile in questo momento affrontare questo tema, la crisi economica che il nostro Paese sta vivendo non solo a causa della pandemia ha ancora di più accentuato questa condizione che, giovani e anziani, ci riguarda tutti da vicino. Si parla di precarietà soprattutto per quanto riguarda il lavoro: disoccupati, cassaintegrati, sottooccupati sanno bene cosa vuol dire. Ci si sente inutili, a disagio, disorientati e soli. Dopo tanto bussare, tanto sperare e tanto aspettare la frustrazione è troppa e anche fisicamente il corpo risponde con tanti acciacchi diversi per non parlare della depressione e degli attacchi di panico e dell’ansia.

Ci si sente invisibili, la paura di essere soli è tanta, la tensione cresce, la voglia di non cercare più, di lasciarsi andare, sconfitti, è sempre dietro l’angolo. La mancanza di un lavoro stabile e magari gratificante (che comunque è indispensabile per il nostro benessere) non è la sola forma di precarietà che conosciamo. Anche i rapporti di coppia, i matrimoni, gli affetti in generale possono essere precari e la salute forse più di ogni altra cosa.

Siccome tutto intorno a noi sembra incerto, privo di sicurezze, di garanzie, tendiamo facilmente e per paura di soffrire e di sbagliare, a fuggire le responsabilità e a evitare gli ostacoli, cercando la via più breve e più facile per raggiungere un obiettivo.

Crisi, questo è il termine che accompagna sempre, come diretta conseguenza, la precarietà. Sono andata a leggere l’etimologia della parola crisi e il suo significato e riportoderiva senza dubbio dal verbo greco krinoseparare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare.

Nell’uso quotidiano ha assunto un significato negativo in quanto si tratta del cambiamento in peggio di una situazione. E’ vero, noi esseri umani abbiamo bisogno di sicurezze, i primi nove mesi della nostra vita li abbiamo passati in una situazione di totale comodità nel grembo della nostra mamma e fin dal nostro primo vagito abbiamo cominciato a cercare di soddisfare i nostri desideri  creandoci la nostra zona di confort,  dove ci sentiamo al sicuro. I nostri schemi mentali, dovuti anche alla nostra educazione, ci portano ad essere rigidi e poco inclini ai cambiamenti. Peccato però (o per fortuna), che la vita è una continua evoluzione. Certezze non ci sono se non solo quella della nostra morte. Triste e scontato a dirsi ma è così e ce ne dobbiamo fare una ragione. Però il disagio, la delusione, la paura, il disorientamento, la difficoltà a comunicare, che fanno tanto male e che ci portano a sentirci spaventati e soli, tristi e arrabbiati, possono segnare anche un momento di svolta, di cambiamento. Crisi vuol dire separarevalutare quindi può essere un momento che lascia spazio a cambiamenti che possono essere anche belli, appaganti, di crescita positiva.  Interiormente ci dobbiamo riassestare, le nostre reazioni sono confuse e disordinate, se non disperate ma ci servono per demolire i nostri schemi mentali e questo può essere doloroso e faticoso ma anche un bene. Si ricostruisce in modo diverso. Come si fa? Reagire significa anche agire e questo porta a rimettersi in gioco, guardarsi in torno e sperimentare. Non puoi crescere finché continui a percorrere la parte che già conosci della tua vita. Come dice AJ Leon: “non seguire sentieri spianati, prendi un’accetta e traccia il tuo”.

Ho letto un piccolo libro per tutte le età, di circa 90/100 pagine dal titolo: Chi ha spostato il mio formaggio? Cambiare se stessi in un mondo che cambia. L’autore, Spencer Johnson (laureato in psicologia e in medicina) è autore di numerosi bestseller internazionali che hanno aiutato milioni di lettori a scoprire verità capaci di rendere la vita più gratificante e meno stressante. Con una semplice parabola rivela una profonda verità sul cambiamento: il formaggio rappresenta quello che vorremmo avere per stare bene nella vita, (soldi, lavoro, affetto, salute). I topolini e gli gnomi (i quattro protagonisti) si muovono in un labirinto che sarebbe il luogo in cui cerchiamo quello che desideriamo (l’azienda, la famiglia, la comunità). Nella storia i piccoli protagonisti si trovano a fronteggiare cambiamenti inattesi e ognuno si muoverà in diverse modalità. Non vi dirò di più. Una lettura breve ma per me davvero utile.

Nelle prime pagine del libro troviamo scritto: “La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale passiamo liberamente e senza intoppi ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta: forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi.”   A.J.Cronin