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Cercatori di verità

(di Antonello Sacchi) Oggi desidero parlarvi di una ricorrenza. Il 28 agosto 2020 sono esattamente trascorsi 1590 anni dalla morte di Aurelio Agostino, vescovo, santo e dottore della Chiesa. Il pensiero filosofico, la psicologia, la pedagogia e ovviamente la teologia, sono profondamente legati a questo nordafricano di nascita, romano per cultura, cattolico per religione, e infine italiano per sepoltura (riposa a Pavia in San Pietro in Ciel d’Oro).

Perché ancora oggi, ogni giorno, viene pubblicato un libro su Agostino d’Ippona? Perché nonostante le centinaia di anni che ci separano, il suo testo più noto, Le Confessioni, è letto ancora oggi in ogni parte del mondo? Per quello che Agostino ha cercato e per quello che ha voluto essere. Agostino ha desiderato più di ogni altra cosa essere felice, l’unica vera aspirazione che accomuna ognuno di noi. In questo percorso esistenziale Agostino non si è mai fermato alla prima risposta che gli è stata data. Il suo itinerario biografico parla da solo: tiepidamente cristiano, giovane gaudente, manicheo – quindi lontano dalla fede cattolica – filosofo pagano, retore imperiale, cercava di appagare la sua inquietudine esistenziale che lo spingeva a cercare la verità, qualunque e dovunque essa fosse. La sua intelligenza lo ha portato a mettere in discussione ogni nozione acquisita per il semplice fatto che una cosa, per essere fatta propria, deve essere guadagnata sulla propria pelle, vissuta e fatta propria attraverso un incontro personale, perché in fin dei conti riusciamo ad amare veramente solo ciò che abbiamo visto e conosciuto. La poliedrica personalità di Agostino è talmente complessa che non è presentabile in poche righe. Vi richiamo solo il suo accanirsi contro la superbia. Nella ricerca della felicità. Agostino si imbatte nel problema del male: nel darvi adeguata riposta Agostino comprende che è centrale la riflessione sulla superbia. La superbia è vista da Agostino come il desiderio di un’altezza perversa perché l’anima umana, staccatasi dal Principio a cui nell’ordine divino deve restare attaccata, diventa principio a sé stessa: un vizio che mentre spinge verso l’alto provoca la più rovinosa delle cadute. Effetto della superbia è l’incapacità di cogliere la verità e Agostino lo dice anche in riferimento all’esperienza personale. Agostino pensa, immagina, vive emozioni che trasmette attraverso le sue parole in un pensiero quasi “biologico” a testimoniarne la vitalità e l’evoluzione, grazie al suo cuore inquieto, che non ha riposato prima di trovare la Verità.