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Il Capelvenere

(di Annalisa Gatti) Il capelvenere appartiene alla famiglia delle Polypodiaceae, piccola felce nota anche come “Barba di Giove”. Per il suo aspetto richiama invece le chiome di Venere, è decisamente graziosa, elegante, leggera, in poche parole ornamentale.

La specie più conosciuta si chiama Adiantum capillus-veneris; il termine Adiantum deriva dal greco e significa “che non si bagna”; ciò probabilmente sta ad indicare la caratteristica di rimanere asciutta quando viene immersa o spruzzata da schizzi di acqua.

Tipica di zone tropicali temperate dell’America Settentrionale e dell’Asia le piante di capelvenere sono coltivate a scopo ornamentale e impiegate soprattutto per composizioni di cesti e mazzi per la delicatezza e l’eleganza delle fronde. In natura crescono nel sottobosco, spesso si trova spontanea nelle nostre campagne, rampicante sui muri, all’interno dei vecchi pozzi, intorno a fontane; in zone submontane fresche e umide la troviamo nei pressi di corsi d’acqua e nei terreni calcarei. E’ una pianta usata anche in appartamento, prospera in una cucina o anche in un bagno pieno di vapori purché ben illuminati, una luce diffusa e non diretta. Piccoli accorgimenti in un appartamento: non deve essere spostata da una stanza all’altra, non ama le correnti d’aria e neppure il fumo delle sigarette. Si tratta di una felce con le foglie composte da altre piccole foglie dalla forma particolare, a ventaglio, di colore verde con un profumo aromatico, molto sottili e delicate, con margine frastagliato, attaccate tra loro da sottili filamenti di colore nero.

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La pianta Mangiafumo

(di Annalisa Gatti)  È una pianta che appartiene alla famiglia delle Aspargaceae, nome scientifico Beaucarnea recurvata (specie più conosciuta e coltivata)ed è conosciuta anche con il nome di piede di elefante per via del rigonfiamento del suo fusto. Proviene dal Messico, dove è una specie protetta, ma è molto apprezzata come pianta da interno anche da noi; si adatta ad ambienti difficili, appunto pieni di fumo e di odori, per questo il suo nome mangiafumo. In realtà questa pianta come il Filodendro, il Ficus ed altre, è in grado di neutralizzare l’odore di nicotina e catrame e assorbire gas nocivi presenti nell’aria, magari rilasciati da smalti, da vernici, per questo motivo questa pianta è utile posizionarla negli uffici dove c’è presenza di stampanti con toner e inchiostri.

La Mangiafumo può crescere, se in interno, fino a 2 metri e anche oltre, la crescita avviene gradualmente. Il fusto degli esemplari in natura può arrivare negli anni anche a essere alto fino a 15 metri restando con pochi rami. Il rigonfiamento del tronco in realtà è il serbatoio d’acqua che consente alla pianta di superare anche lunghi periodi di siccità. Le foglie a forma di nastro, lunghi e sottili, cadono verso il basso e tendono  ad arricciarsi leggermente, il colore è di un bel verde scuro. I fiori appaiono raramente nelle piante di una certa età. Il frutto è una piccola capsula che contiene all’interno due o tre semi.

E’ una pianta che non crea grosse difficoltà di coltivazione anche se richiede condizioni ambientali diversificate a seconda che sia estate o inverno.

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La pianta di limone in vaso

(di Annalisa Gatti) Fa parte della famiglia delle Rutaceae, è una pianta sempreverde ed è originaria dell’India e dell’Indocina. Il nome “limone” deriva dal malese “lemo”. In India, il frutto dell’albero di limone è chiamato “nimu”, e in Cina – “limung”. Probabilmente proviene da ibridazione tra Cedro e Lime; la pianta ha una durata massima di 45 anni e le varietà sono davvero innumerevoli.

Si differenzia dalle altre piante da frutto perché durante l’anno rifiorisce (la fioritura dura almeno due mesi) e produce più di un raccolto, la fruttificazione inizia 6-7 anni dopo la semina.
La pianta di limone ha bisogno di sole e deve essere collocata in terrazze e balconi esposti a sud e non ventilati. In inverno è bene proteggere la pianta dal freddo mettendola al riparo in un luogo coperto. Non fatela svernare in un luogo riscaldato. Per la coltivazione in vaso meglio sceglierne uno in terracotta che sia più profondo che largo. Dovrebbe avere la circonferenza e l’altezza doppie del pane di terra che avvolge le radici.

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Aloe variegata

(di Annalisa Gatti) La pianta di Aloe proviene dal Sud Africa e dall’Africa Orientale e comprende molte piante (circa 500 specie) di varia grandezza Una delle più diffuse e conosciute è senza dubbio, la cosiddetta Aloe variegata. Somiglia molto all’Agave ma si differenzia da questa perché ha una forma leggermente diversa e non muore dopo la fioritura, inoltre le foglie sono più carnose e, a differenza dell’Agave, ha spine che l’Agave non possiede.

E’ una pianta molto apprezzata non solo dal punto di vista estetico, ma anche da quello terapeutico e medicinale. Si tratta di una sempreverde, in genere priva di fusto, formata da un ciuffo di foglie basali di colore intenso da cui nasce una bellissima infiorescenza. Può essere collocata all’interno, vicino a una finestra, oppure in giardino o terrazzo ma necessita sempre di luce piena.

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Caregiver

(di Annalisa Gatti)  E’ da poco passato l’8 di marzo e i riflettori sulla donna si sono spenti. Ho letto un articolo interessante di Manuela Manera. “Se la società in questi ultimi cento anni è profondamente cambiata, non è cambiata di molto invece l’organizzazione degli spazi e dei tempi lavorativi extradomestici: questi sono ancora improntati a una netta divisione dei compiti, tale per cui la persona che gestisce gli affetti non deve essere la stessa che intraprende un percorso professionale retribuito.”  La persona che gestisce gli affetti nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia è una donna. Abbiamo accettato per troppi anni questo stato di cose come naturali e quindi normali.

Difficile ai nostri giorni barcamenarsi tra famiglia e lavoro, e la cura degli affetti non deve essere motivo di rinuncia al lavoro o alla possibilità di carriera.

Ormai il termine caregiver è entrato nell’uso comune e indica chi “si prende cura”; si riferisce ai familiari che prestano la propria assistenza ad un loro congiunto ammalato e/ oppure disabile. Una figura quella del caregiver che purtroppo vive quasi sempre nel silenzio visto che la normativa per il riconoscimento e la tutela è ancora insufficiente. Le donne da sempre sono in prima linea per l’assistenza dei propri cari all’interno del proprio nucleo familiare.Questo non dovrebbe essere un problema per le donne e neppure per gli uomini, invece purtroppo non è così.

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La kentia

(di Annalisa Gatti) E’ una delle piante ornamentali più conosciute e apprezzate.

Si adatta perfettamente a qualsiasi ambiente e con poche cure riesce a garantire ottimi risultati. La Kentia è originaria delle zone tropicali boreali, precisamente ad est dell’Australia, ovvero dell’isola di Lord Howe. Antiche sono le origini della famiglia di appartenenza, le Arecaceae, sono stati ritrovati resti fossili nel Cretaceo (circa 70 milioni di anni fa!).

Il genere Howea comprende solo due specie a crescita lenta che facilmente riescono ad adattarsi al clima caldo e secco delle nostre case: la Howea forsteriana e la Howea belmoreana. Non ci sono grandi differenze per quanto riguarda la coltivazione ma esteticamente quest’ultima specie ha un fogliame più abbondante; in natura inoltre l’Howea belmoreanadifficilmente raggiunge le considerevoli altezze che contraddistinguono l’Howea forsteriana che può arrivare a raggiungere i tre metri di altezza.

Entrambe le specie di Howea non possono essere coltivate in piena terra nel nostro paese perché il clima, soprattutto in inverno, è troppo freddo.

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Il Ficus Benjamin

(di Annalisa Gatti) E’ una pianta comunemente coltivata in vaso negli appartamenti; molto decorativa è facile prendersene cura perché richiede poche attenzioni; è resistente e in estate sta bene anche in balcone, purché in ombra totale e con elevata umidità ambientale, allo scopo di conservare la bellezza del suo fogliame. Sempreverde originaria delle zone tropicali dell’Africa e dell’Asia, il Ficus Benjamin è la più nota tra le specie a foglia piccola. Ha molti rami flessibili e fini che si incurvano graziosamente specialmente quando diventa adulta.

Le foglie sono cerose di un verde brillante e sullo stesso gambo ne crescono numerose, raggiungono gli 8 cm di lunghezza e 2-3 cm di larghezza. È un albero molto alto che tocca anche i 30 metri se coltivato nelle sue zone di provenienza, mentre non supera i 3-4 metri nelle nostre case. Ha bisogno di luce piena ma teme i raggi del sole diretti; la temperatura minima deve essere intorno ai 13-15°, d’estate la massima circa 24°; è molto sensibile alle correnti d’aria. Per quanto riguarda le innaffiature è sempre buona norma non bagnare mai troppo e non lasciare ristagni per evitare marciumi; in inverno basterà innaffiare ogni 10 giorni circa  con acqua tiepida e in estate al massimo due volte alla settimana; l’acqua piovana sarebbe l’ideale in quanto i depositi calcarei rovinano le radici rallentando la crescita; è bene anche irrorarlo tutti i giorni per fornirgli la giusta umidità. In primavera e in estate, cioè durante il periodo della crescita, va concimata con un fertilizzante adatto alle piante da interno: azoto, fosforo e potassio in parti uguali, disciolti nell’acqua, nelle proporzioni indicate in confezione, aiuteranno la vostra pianta ad essere in salute.

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La speranza

(di Annalisa Gatti)  Per non arrenderci di fronte al dolore arriva in soccorso la speranza. Nell’ultima Newsletter Anla concludevo così alcuni pensieri sul dolore; mi sono chiesta in seguito quale fosse il vero significato della parola speranza. E’ importante trovare le origini delle parole perché così non ci sono malintesi e interpretazioni. L’etimologia si ricollega al latino spes-speranza, a sua volta dalla radice sanscrita spa- che significa tendere verso una meta. Ho guardato su Internet (www.treccani.it) e riporto riassumendo: sentimento di attesa fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera; fiducia nell’avvenire, nella buona riuscita di qualcuno o qualcosa; nella morale cattolica, insieme con la Fede e la Carità, é una delle tre virtù teologali.

Spes ultima dea” cioè la Speranza è l’ultima Dea, perché è l’ultima divinità a cui rivolgersi; questo detto romano derivava dal mito greco del vaso di Pandora.

Nella mitologia greca Elpìs era la dea che personificava lo spirito della speranza. Nell’opera del poeta greco antico Esiodo, “Le opere e i giorni”  è tra i doni che erano custoditi nel vaso regalato a Pandora, la prima donna creata da Efesto su ordine di Zeus.

Il mito narra che Pandora avesse con sé un vaso che non doveva aprire, ma spinta dalla curiosità lo scoperchiò liberando tutti i mali contenuti e facendoli gravare su tutta l’umanità. La vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia e i vizi si riversarono sull’umanità, “Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose.” Sul fondo del vaso rimase solo la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi perché il vaso fu chiuso nuovamente. Prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera da fatiche, dolori e preoccupazioni, e gli uomini erano immortali. Dopo l’apertura del vaso, il mondo divenne un luogo desolato, cupo ed inospitale, fino a quando Pandora aprì nuovamente il vaso e permise anche alla speranza di raggiungere gli uomini.

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Riflessioni sul tempo

(di Annalisa Gatti)  “L’avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge” Gustave Flaubert. Ho letto la frase del celebre scrittore francese riportata sul libro: “Artefici del nostro destino. Realizzare se stessi tra lavoro e famiglia” di Nuria Chinchilla e Maruja Moragas. Come vivo la mia storia? Nel capitolo 8 (Il tempo per conciliare) si affronta questo argomento e sono davvero tanti gli spunti di riflessione. 

La mia storia è fatta dal mio tempo, se il tempo lo inseguo, mi preoccupo del mio lavoro, dei miei legami familiari, dei problemi della mia città e ascolto le opinioni dei consulenti per il lavoro, dei politici che mi dicono come e cosa pensare, degli economisti che mi dicono come andranno le cose, di fatto sono in continua tensione e la mia storia la subisco piuttosto che dirigerla. Tutto cambia in fretta, faticosamente ma anche, a volte, malvolentieri mi adeguo. Reagisco difronte ai problemi ma è difficile prevedere e giocare di anticipo per cercare di evitarli.

Il tempo sembra avere una velocità sempre crescente. Tra le ferite del passato e le paure legate al futuro, il presente sembra che ci sfugga di mano. Certamente il passato nella nostra storia ha un enorme peso ma non si può cambiare, “ se lo avessi saputo..” oppure “magari … ” dobbiamo cercare di liberarci di queste espressioni negative e concentrarci sul presente. Il passato se è stato ricco di esperienze positive può rafforzarci e darci una energia positiva ma nella storia di qualsiasi persona ci sono stati momenti di sofferenza e si sono fatti degli errori. Il tempo a volte ci regala la possibilità di rimediare, bisogna avere coraggio per affrontare il passato, fa paura ritornare sul dolore subito o recato ma (non sempre purtroppo) se le condizioni ci si pongono proprio davanti allora un tentativo si deve fare. Se non ci saranno i risultati sperati, se non saremo riusciti a rimediare al danno fatto ma ci abbiamo sinceramente provato, allora è tempo di guardare dritti davanti a noi. Se invece abbiamo subito un torto dobbiamo dimenticare il problema, (ormai è passato) sarà alla coscienza dell’altra persona provare a porre rimedio. Finché c’è tempo c’è la possibilità di cambiamento. Il tempo se siamo proattivi è nostro alleato, in caso contrario, a molti di noi risulta faticoso stare a galla.

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Precarietà

(di Annalisa Gatti)  L’etimologia della parola precarietà deriva dal latinoprecarius ottenuto con preghiere, per grazia, da prex, precis cioè preghiera, implorazione, supplica. Pertanto, l’aggettivo precario, indica provvisorietà, instabilità, insicurezza di qualcosa o di una condizione che è concessa o permessa, temporaneamente, dopo una richiesta accorata, senza garanzia di permanenza. Sono tanti i sinonimi: temporaneo, momentaneo, passeggero, incerto, insicuro dubbio, traballante, instabile, vacillante, malfermo, temporaneo, revocabile …. spesso, purtroppo, questo aggettivo si accompagna al sostantivo lavoro ma anche alla parola salute.

E’ difficile in questo momento affrontare questo tema, la crisi economica che il nostro Paese sta vivendo non solo a causa della pandemia ha ancora di più accentuato questa condizione che, giovani e anziani, ci riguarda tutti da vicino. Si parla di precarietà soprattutto per quanto riguarda il lavoro: disoccupati, cassaintegrati, sottooccupati sanno bene cosa vuol dire. Ci si sente inutili, a disagio, disorientati e soli. Dopo tanto bussare, tanto sperare e tanto aspettare la frustrazione è troppa e anche fisicamente il corpo risponde con tanti acciacchi diversi per non parlare della depressione e degli attacchi di panico e dell’ansia.

Ci si sente invisibili, la paura di essere soli è tanta, la tensione cresce, la voglia di non cercare più, di lasciarsi andare, sconfitti, è sempre dietro l’angolo. La mancanza di un lavoro stabile e magari gratificante (che comunque è indispensabile per il nostro benessere) non è la sola forma di precarietà che conosciamo. Anche i rapporti di coppia, i matrimoni, gli affetti in generale possono essere precari e la salute forse più di ogni altra cosa.

Siccome tutto intorno a noi sembra incerto, privo di sicurezze, di garanzie, tendiamo facilmente e per paura di soffrire e di sbagliare, a fuggire le responsabilità e a evitare gli ostacoli, cercando la via più breve e più facile per raggiungere un obiettivo.

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