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Debiti & Debiti

(di Giuseppe Taddei, presidente regionale della Campania)  Molti anni fa un noto brand di arredamento della provincia di Bari rese celebre e facilmente memorizzabile il suo core business ed il suo principale marchio di fabbrica attraverso una non innovativa trovata di marketing pubblicitario che consisteva nella pedissequa ripetizione e duplicazione  della fonologia  enfatizzante  della griffe da  commercializzare. In questo periodo nel quale il dibattito e le riflessioni dei media sono particolarmente incentrati sulla individuazione delle modalità attraverso le quali negoziare i fondi per la ripartenza delle economie nazionali, ma principalmente di quella italiana, la trattazione che segue, nel richiamarsi solo nel prologo alla perifrasi introduttiva,  si pone l’obiettivo  di esplicitare una tassonomia delle policrome forme, schemi, procedure, presupposti concettuali e congetturali delle asincronie finanziarie con accenni alla sfera privata e convergere prioritariamente su quella pubblica.

 

Economia e mercati

Economia e mercati

Preliminarmente è bene osservare e differenziare anche etimologicamente, funzionalmente e strutturalmente la terminologia che in maniera a volte eccessivamente diffusa e generalizzata si utilizza nella fattispecie debitoria. Il debito è il vincolo giuridico che obbliga il debitore al creditore; il fondo è l’accumulo di risorse finanziarie cui attingere per fornire la liquidità; il titolo è lo strumento giuridico portatore e rappresentativo del debito; le modalità, la metodologia ed i vincoli sia di utilizzo che di restituzione delle somme prese a prestito sono le c.d. condizioni. I titoli di stato esprimono il debito che una nazione ha verso i suoi finanziatori. Le obbligazioni esprimono il debito che una impresa di diritto privato ha contratto con soggetti terzi. Le azioni non sono titoli di debito ma quote di capitale. In estrema sintesi la struttura sia del debito pubblico che di quello privato o di impresa attiene alla composizione pro tempore delle scadenze delle restituzioni che in una corretta logica gestionale devono essere strettamente correlate alle fonti di rimborso aventi la medesima cadenza temporale: incassi fiscali e tributari per la P.A., programmazione delle vendite per le imprese, fonti reddituali per i privati.

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Economia di guerra

(di Giuseppe Taddei, presidente ANLA Campania) Evocare termini come la guerra è sempre sconcertante, drammatico, orribile e spaventoso. Eppure, e solo per citare un esempio, già in questo momento gli USA, a causa della diffusione epidemiologica, registrano un numero di vittime superiore a quello della guerra nel Vietnam.   Nella sua più comune, stringente e generalizzata ermeneutica l’etimo della guerra riproduce, ripropone e richiama fenomeni sociali tratteggiati essenzialmente dal carattere distintivo della lotta armata. Una prima embrionale rivisitazione critica dei fatti raccontati dalla storia nel corso delle epoche ci fa vedere che le guerre sono azioni di forza con l’uso delle armi, hanno una organizzazione militare e sono state combattute per motivi di conquista territoriale, commerciale, economica, di supremazia, di difesa dei confini, non ultimo di dominio culturale e politico.  Da un più approfondito, rinnovato, riqualificato ed informato esame, contemporanei e testimoni del nostro evo misuriamo una diversa conoscenza ed una apparente, irrelata evoluzione dei fenomeni sociali finalizzati alla conquista, ovvero alla supremazia di potenze nazionali, oppure di blocchi continentali e/o politici.  Se sul versante strettamente militare, molto sinteticamente, si è transitati dalla guerra convenzionale a quella non convenzionale (nucleare), il teatro mondiale della società globalizzata ci dimostra che con una inversione concettuale e metafisica tra gli obiettivi, gli scopi, le emergenze motivazionali, e gli strumenti adoperati, le nuove azioni di forza si combattono e vengono praticate sullo stesso campo di azione e con le stesse metodologie degli aggregati che si vogliono conquistare. Si combattono guerre commerciali, monetarie, economiche, cibernetiche, industriali, non ultime quelle fiscali, quelle psicologiche, quelle di manipolazione e persuasione di massa.

Economia e mercati

Economia e mercati

 

Quella che tutta l’umanità sta combattendo è una guerra che nasce dalla emergenza sanitaria, si contrasta con instancabile impegno di medici ed infermieri negli ospedali e nei presidi sanitari, e che nel contempo sconfina, investe e si ripercuote irreversibilmente con incalcolabili danni sul tessuto economico della società globalizzata con conseguente necrosi delle parti più deboli e dei settori merceologici più sensibili.  Allo stesso modo dei conflitti militari, anche in questa congiuntura la risposta immunitaria del sistema economico è stata, principalmente, quella della riconversione industriale e manifatturiera. Invece di costruire cannoni o carri armati al posto delle auto o dei trattori in tempo di guerra, in tempo di pace si sono prodotti presidi di protezione individuale, incentivata la fabbricazione di apparecchi per la ventilazione assistita, si sono allestite nuove strutture nosocomiali per il trattamento dei pazienti più gravi, esponenzialmente incrementata la fornitura di igienizzanti, detergenti e disinfettanti.   Encomiabile esempio di riconversione industriale quello della Ferrari che a Maranello ha avviato la produzione di valvole per respiratori polmonari e raccordi per mascherine di protezione all’interno del reparto dove abitualmente si costruiscono i prototipi delle vetture. Innumerevoli i brands dell’alta moda, da Armani, Gucci, Prada e tanti altri, che sul versante propriamente manifatturiero hanno avviato la riconversione dei loro stabilimenti produttivi nella produzione di mascherine chirurgiche, di visiere facciali, di camici monouso destinati alla protezione individuale degli operatori impegnati a fronteggiare il coronavirus.  Di converso nelle sue dinamiche più perverse la deeticizzazione del mondo della vita ha riprodotto e riproposto non nuovi abominevoli ed esecrabili moduli di negativismo comunitario. La criminalità organizzata, durante le due ultime guerre mondiali, avviò intensi traffici di contrabbando, specie di generi di prima necessità, avvalendosi di persone disperate ed allo sbando. Nell’attualità non sono sfuggite alla comune, diffusa pubblica attenzione le parole del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho: ”mentre contrastiamo traffici di mascherine, le mafie muovono container di cocaina nei porti europei”.  Ciò a dimostrazione che nel momento di un inderogabile, vitale ed emergenziale bisogno collettivo di sopravvivenza parti di una società malsana si sono dedicate all’accaparramento ed alla commercializzazione a prezzi enormemente fuori mercato dei più essenziali strumenti di contrasto e di lotta al male invisibile che non conosce frontiere; nel contempo non senza “distrarsi” dagli abituali lucrosi  traffici di stupefacenti, anzi approfittando della situazione di generale disorientamento.  Anche se con sfumature diverse e fortunatamente molto più attenuate rispetto alla seconda guerra mondiale si ripropongono le restrizioni e le limitazioni dettate dalla applicazione delle disposizioni usualmente riconducibili al termine coprifuoco. Oggi il lemma sintetizza la contrazione dei nostri movimenti ed il divieto di uscire di casa imposto per arginare la diffusione pandemica in attesa che sia trovato il vaccino; allora, si era nell’attesa di uscire dalla guerra e riconquistare finalmente la libertà e la pace. Nella fattispecie specifica, in particolare, sebbene compresi della necessità di adottare misure restrittive e talvolta abrogative, seppur temporaneamente, delle principali libertà costituzionalmente sancite e garantite, non è del tutto chiara la sospensione dell’articolo 19 della Costituzione più volte ripreso nei vari D.P.C.M. emanati in questo periodo,  in particolare per quanto riguarda l’esercizio del proprio culto religioso, nonostante lo si  pratichi con le dovute misure di prevenzione sanitaria e con il distanziamento. Per sussunzione ed in correlazione alla sintassi fino a questo punto espressa emerge, si concreta e si manifesta in tutta la sua evidenza entelenchialmente  il parallelismo ed  il rinnovato rivisitato, riaggiornato isoformismo  tra la c.d. “economia di guerra” in costanza di conflitto armato non del tutto dissimile a quella in questo tempo di pace, che nonostante l’oppressione pandemica, di grazia, ancora connota il nostro vivere quotidiano.  D’altra parte è innegabile che in misura e con modalità diverse tutti gli italiani, così come i popoli di tutto il mondo, stanno combattendo la loro guerra (terza mondiale) contro quello che si adombra come il mostro del XXI secolo.

Staffetta generazionale, meglio guardare altrove

Roberto PerottiRoberto Perotti, docente universitario,  co-direttore del Journal of the European Economic Association, e Research Fellow presso il Center for Economic Policy Research, in un interessante articolo dal titolo “Disoccupazione, altro che staffetta generazionale. Ridurre le pensioni alte” qui consultabile, prende in esame le posizioni di alcuni economisti e di alcuni sindacalisti sul problema dell’età pensionabile e del suo innalzamento, sulla disoccupazione giovanile e sulla “staffetta generazionale”.

Scrive Perotti: “In ultima analisi, il problema della staffetta è un gatto che si morde la coda. Ridurre l’età pensionabile favorirebbe l’occupazione dei giovani nel breve periodo, ma aumenterebbe le tasse e i contributi che ogni occupato (inclusi i giovani) dovrebbero pagare, sia per pagare gli incentivi necessari per far funzionare la staffetta, sia per pagare  le pensioni dei lavoratori che di fatto vengono pre-pensionati. Ciò aumenterebbe il costo del lavoro, e dopo poco la disoccupazione aumenterebbe nuovamente“.

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