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Il lavoro dei nostri giovani

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Precari, abituati per necessità a passare da un lavoro ad un altro, con una retribuzione bassa e sotto i diecimila euro l’anno, costretti (circa il 50%) a vivere con i propri genitori: è la fotografia scattata dal report di Eures per conto del Consiglio Nazionale dei Giovani, uno sguardo sull’occupazione nella fascia under 35 piuttosto allarmante,  in parte già noto a coloro che studiano il mercato del lavoro.

 

Vale la pena elencare i dati più salienti che raccontano la condizione giovanile del nostro tempo. La metà degli under 35 vive ancora a casa dei genitori, solo 1 su 3 ha un lavoro stabile (37,2%), precario il 26%, si dichiara disoccupato il 23,7 %, i restanti non cercano lavoro, non studiano e non si formano (Neet). Il 54,6% degli intervistati ha accettato almeno una volta di lavorare in nero, le giovani sono le più penalizzate, al Sud risiede la maggior percentuale di giovani disoccupati. Un’ ampia maggioranza riceve una retribuzione sotto i diecimila euro mentre solo il 7,4% riceve una retribuzione annua superiore a 20 mila euro. Anche la mobilità lavorativa caratterizza frequentemente l’esperienza dei giovani, che per poter lavorare si sono trasferiti in un’altra regione (27,1%), o in un altro comune (28%); solo l’8,2 % si dichiara indisponibile a trasferirsi, a dimostrazione che lo stereotipo dei giovani poco propensi ai sacrifici si conferma molto lontano dalla realtà. Sono sfiduciati verso un sistema pensionistico che ritengono iniquo e che li costringerà a lavorare fino a 70 anni con un assegno che non garantirà una vita degna.

In queste condizioni metter su famiglia per la maggior parte degli intervistati è fuori dal proprio progetto di vita: solo il 12 % può contare su una casa di proprietà, 4 su 10 non hanno requisiti per ottenere un mutuo, solo il 6,5% ha un figlio e il 32% non ne vuole avere.

Discontinuità lavorativa, basse retribuzioni, esiguità dei contributi versati, lavoro nero sono in sintesi le barriere che impediscono la via verso l’autonomia, un presente segnato dalla instabilità e un futuro incerto che cancella ogni prospettiva di speranza. Di fronte a questi dati vanno in frantumi i luoghi comuni e la facile retorica di questi anni sulle giovani generazioni: fannulloni, innamorati dei sussidi e distesi sui divani di casa.

Il nostro welfare  non protegge i  giovani, è un dato inoppugnabile: le proposte in campo sono tante, le abbiamo spesso elencate nei nostri interventi, non ultimo quello del primo maggio: va rafforzata nelle scuole Superiori  l’alternanza-apprendistato, è urgente far decollare gli ITS per costruire (in raccordo con le Università) quella filiera professionalizzante oggi strategica per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta, vanno riqualificati i contratti di stage, tirocinio e praticantato con l’obbligo di remunerazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha introdotto alcune novità: le agevolazioni sull’acquisto della prima casa, 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo di network scuola-Università-centri di ricerca aziendali, 600 milioni a favore del sistema duale per promuovere l’occupazione giovanile. È un buon punto di partenza, ma non sufficiente: abbiamo bisogno di uno sguardo lungo. In questi ultimi anni ANLA ha compiuto  una scelta politica netta: accanto ai temi che toccano le persone anziane, in azienda diremmo il nostro “core business”, non intendiamo retrocedere dall’impegno   verso le giovani generazioni:   diritti degli anziani da tutelare e doveri di solidarietà verso i nostri giovani!

Morti bianche

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Alcuni giorni fa lo abbiamo ribadito  al Presidente Mattarella in occasione del Primo Maggio: lavorare  è scegliere  una vita onesta, è dare ritmo ad una intera esistenza:  la mattina ti svegli presto, quasi sempre compi lo stesso tragitto, incontri i colleghi, prendi posto e lo occupi fino a conclusione dell’attività, poi giunge il tempo della famiglia e  il tempo libero. È la storia di tutti noi, anche di  Luana D’Orazio, vittima del lavoro. Giovanissima, 22 anni, un figlio avuto a 17 anni: non finisce le scuole superiori per l’arrivo di Alessio, di lei i social raccontano immagini piene di gioia, graziosa e fiera, con progetti ancora in bocciolo, un fratello Luca disabile, una mamma e un papà molto presenti.

Non voglio scrivervi  frasi fatte e di circostanza, ma  le morti bianche nel nostro paese sono una vera e propria piaga che non può essere sottaciuta: 1270 nel 2020, 185 nei primi mesi di questo anno, 3 morti al giorno.

La morte di Luana ci costringe a porre lo sguardo su  una realtà lavorativa nascosta ai più; nei commenti di notisti  e commentatori il lavoro è raccontato al futuro:  lavoro leggero e immateriale,  smart e regolato da conference call e riunioni con zoom, webinar su Meet Google e Dad,  con dispostivi sempre   più sofisticati e algoritmi che pianificano tutto. È vero,  c’è anche questo lavoro che porta con sé problemi e sfide  nuove, ma  c’e ancora  il lavoro duro e faticoso. Luana è morta risucchiata e stritolata da una macchina, un orditoio, che ingoia  fili e non ammette distrazioni, come accadeva  a Charlie Chaplin  85 anni fa in “Tempi  moderni”:  le macchine possono ancora mangiare e uccidere uomini e donne.  Il tempo veloce della cosiddetta post modernità,  ahnoi, non è pari al tempo dei diritti che scorre troppo lentamente.  La concorrenza spietata, un tessuto produttivo spezzettato  impone ritmi di produzione serrati, si corre  troppo e sempre per garantire più margini e battere sui tempi i concorrenti. In queste condizioni può giungere la morte.

Leggo dell’ennesima proposta di una commissione di inchiesta parlamentare: per cortesia evitiamo di buttare giù proposte a caso che sanno di spot.  La  storia di Luana merita rispetto, il suo volto,  le parole di  composta dignità  dei suoi genitori sono  un soffio di nobiltà in un  paese che si parla troppo addosso, un chiacchiericcio assordante in un condominio  litigioso e in assemblea permanente.

È giunto il tempo che si riconquisti un equilibrio più saggio tra tutela dei diritti individuali (facili da cavalcare) e diritti sociali troppo spesso dimenticati a vantaggio dei primi.

Una agenda? Si riprenda il Decreto legislativo 81 del 2008: il testo unico sulla sicurezza sul lavoro è stato solo in parte attuato nei capitoli  dedicati alla prevenzione e  scarsamente finanziato,  con un paradosso tragico  molto italico:  spendiamo 3 punti di Pil per interventi ex post a riparare i danni dovuti all’assenza di prevenzione.  Un tavolo sulla sicurezza? Bene, si faccia presto, le proposte di riforma sono già scritte da tempo, basterebbe fare sintesi e attuarle,  a partire dall’accorpamento  dei ruoli ispettivi di Stato,  Regioni,  Asl, INAIL, Inps. Il naufragio dell’Ispettorato nazionale del lavoro è davanti ai nostri occhi.

L’11 ottobre è la giornata nella quale si commemorano i morti sul lavoro: come Associazione ci attendiamo che in quel giorno non si recitino le ennesime litanie ma si possano  contare i passi avanti compiuti nella prevenzione.

Perché il lavoro è vita.

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Festa del Lavoro 2021

(di Antonello Sacchi) ”Ringraziamo il Presidente della Repubblica per la cerimonia della Festa del Lavoro che si terrà sabato 1 maggio al Quirinale”  dichiara il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca “Questa cerimonia assume oggi un duplice valore: il desiderio di ricominciare la pienezza della vita istituzionale – nel 2020 non è stato possibile tenere questa cerimonia a causa della pandemia – e ripartire dal lavoro, su cui è fondata la Repubblica”.

Il presidente Patriarca su invito della Presidenza della Repubblica terrà un intervento nel corso della cerimonia che verrà trasmessa sabato 1 maggio a partire dalle ore 11.00  in diretta su Rai 1 e streaming.

“Desidero ricordare in questa occasione anche i nuovi Maestri del Lavoro, che per tradizione ogni anno ricevevano la Stella al merito del lavoro proprio il 1 maggio” ricorda il presidente Patriarca “ANLA concorre al conferimento di questa onorificenza in virtù della legge 5 febbraio 1992, n. 143. Come Associazione Nazionale Lavoratori Anziani sosteniamo l’importanza del dialogo fra le generazioni e attraverso di esso la condivisione di esperienza, saggezza e saperi dai più anziani ai più giovani, per la costruzione del bene comune.

Auspichiamo che presto le condizioni sanitarie consentano di riprendere la tradizionale consegna delle Stelle al merito del lavoro”.

Formazione e lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Abbiamo celebrato la Pasqua come cifra della speranza in cammino che noi di ANLA sentiamo da sempre  appello e chiamata all’impegno. In occasione dell’insediamento del nuovo Governo abbiamo pubblicato una lettera aperta al Presidente Draghi con alcune proposte di programma.  Ci permettiamo di riprenderle per  manifestare alcune preoccupazioni su un punto  che sentiamo dirimente e che riguarda il futuro dei giovani, i nostri figli e nipoti. Formazione e lavoro sono i passaggi cruciali che vanno affrontati se vogliamo uscire da questa profonda crisi.

Non vogliamo partecipare alle tifoserie sconclusionate dell’“apertura sì / apertura no”. Sono i dati sperabilmente attendibili che ci indicano la via da intraprendere, una via comunque faticosa e tribolata.  Detto ciò annotiamo con rammarico che non tutte le scuole hanno riaperto: il  Ministero sta forse approntando un piano solido per programmare aperture che  durino nel tempo tali da non essere sconfitte alla pur minima ripresa dei contagi? Non solo, avremmo voluto leggere nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, tra le sei previste, una missione dedicata esclusivamente alle nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: 16 miliardi spalmati su un Piano di 200 miliardi  a noi   sembrano davvero  pochi. I dati pubblicati da Istat e Centri di ricerca ci inchiodano alla realtà: 1 milione e più i bambini in povertà, 160 mila senza il pasto di mezzogiorno delle mense scolastiche e che rischiano di non nutrirsi a sufficienza, 850 mila i ragazzi che la Dad neppure l’hanno vista.

Anche sul mercato del lavoro gli ultimi dati consegnati da Istat sono inquietanti: quasi un milione i posti di lavoro persi, per gli under 25 il tasso di disoccupazione è del 29,7 %,  peggio di noi solo Grecia e Spagna; siamo sempre ultimi nella classifica dei Neet, dei giovani che non studiano, non  lavorano e non si formano,  quasi due milioni. Le donne e i giovani, intrappolati in contratti flessibili e a tempo, sono l’anello debole del mercato del lavoro italiano a differenza di quanto accadde nella crisi del 2008/11 che colpì   soprattutto adulti  uomini.

Non abbiamo la bacchetta magica, sappiamo che l’uscita dal tunnel richiederà tempo, chiarezza di obiettivi e la necessaria determinazione per perseguirli. Soprattutto concordia e unità del Paese, nelle pur rispettabili diversità di opinioni.  Siamo un’Associazioni di adulti anziani, non abbiamo un centro studi ma siamo presenti nelle realtà locali, e nelle imprese in cui ancora lavoriamo: con molta umiltà ci permettiamo di riproporre alcuni punti che a noi paiono strategici per pensare il futuro delle prossime generazioni.

Su formazione e istruzione riteniamo urgente giungere al dimezzamento numerico delle classi attuali, una revisione dei programmi scolastici e il potenziamento dei corsi di formazione per i docenti, una scuola a tempo pieno su tutto il territorio nazionale per contrastare la dispersione scolastica, programmi per l’orientamento,  l’incremento  delle esperienze all’estero dei ragazzi delle superiori, un servizio civile davvero universale.

L’inserimento nel mercato  del lavoro al termine degli studi  in Italia è il più lungo e difficile tra i paesi europei, il mismatch, la mancata corrispondenza tra  formazione e lavoro,  è tra i più alti.  Come aiutare i giovani a “incontrare” le imprese durante il percorso formativo? Anche qui andiamo per punti necessariamente sintetici e non esaustivi: proponiamo di  rivedere l’alternanza scuola lavoro, la valorizzazione  degli istituti tecnici superiori e l’obbligo   di retribuzione per stage, tirocinio e praticantato; politiche attive e potenziamento dei Centri per l’impiego; non da ultimo un progetto con le associazioni “professionali” (come la nostra) per  il “trapasso nozioni” , di quelle competenze trasversali (soft skills) ritenute  essenziali oggi da tutte le aziende.

Noi siamo pronti al confronto.

Anziani, RSA, inclusione: l’importanza di una rete sociale

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato stampa:

“Le recenti dichiarazioni del ministro del Lavoro Orlando in tema di RSA e di inclusione sociale ci inducono a pensare che finalmente si voglia mettere mano concretamente a questo delicato settore, così duramente colpito dalla pandemia” commenta il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca in merito all’ audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Andrea Orlando, sulle linee programmatiche del suo dicastero effettuata davanti alle Commissioni riunite Lavoro e Affari sociali della Camera. “Non dobbiamo generalizzare perché a fronte di situazioni irregolari nelle RSA che la pandemia ha portato alla luce nei mesi scorsi ci sono tante strutture che hanno sempre operato e tuttora operano nel pieno rispetto delle regole, nella massima dedizione agli ospiti, con grande abnegazione e sacrificio degli operatori specializzati. Tuttavia è il modello a dover essere ripensato perché queste strutture cessino di essere “centri di declino” e tornino ad essere “centri di vita” che consentano alla persona anziana o non autosufficiente di recuperare il gusto alla vita, alla socialità, alla condivisione. Il ministro ha parlato di reti di appartamenti autonomi, anche non adiacenti, che possano essere monitorati anche da remoto attraverso l’uso della tecnologia. Tutto ciò va nella direzione da noi auspicata della permanenza della persona anziana sul territorio dove è sempre vissuta, ma secondo noi non basta. Come ANLA sosteniamo la famiglia perché è il primo centro di aggregazione sociale e mattone della comunità, quindi va benissimo far sì che l’anziano possa rimanere nei luoghi in cui è vissuto ma non basta creare una rete tecnologica, occorre far sì che la rete sociale, di condivisione, di relazioni umane possa continuare ad esistere e questo può accadere solo in famiglia o in una comunità che sappia farsi carico dei più deboli con un tessuto di relazioni amicali. Va benissimo la rete tecnologica di supporto ma accompagniamola con un tessuto di relazioni umane, con politiche volte a favorire la famiglia e le nuove nascite, dove le persone anziane possano anche trovare una nuova dimensione di nonne e nonni. Perché è la solitudine il male con cui spesso l’anziano si trova a dover combattere”.

Il 54esimo Rapporto Censis

È stato presentato oggi il 54esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Nel prossimo numero di Esperienza in stampa fra pochi giorni troverete ampio risalto ai vari punti sollevati. Vi presentiamo qui un breve accenno tratto dal comunicato stampa sul capitolo dedicato al lavoro, alla professionalità e alle rappresentanze. 

Poveri all’improvviso: lavoro fragile e insicurezza economica. Nel secondo trimestre del 2020 si registrano 841.000 occupati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, 1.310.000 persone inattive in più, che non cercano lavoro, e una riduzione di quasi 650.000 disoccupati come effetto di una forte sfiducia nella possibilità di trovare un impiego. L’incremento delle persone che rinunciano alla ricerca di un lavoro è pari al 4,8% e l’insieme delle persone scoraggiate sale a 1.424.000, il 60% dei quali è rappresentato da donne. Le persone in bilico, a rischio immediato di insicurezza economica, sono quelle che dispongono di risorse finanziarie per meno di un mese: sono il 17,1% della popolazione, il 16,9% tra gli imprenditori e i professionisti, il 14,9% tra gli occupati con un contratto a tempo indeterminato. Quote più elevate si riscontrano tra i disoccupati (26,0%), i residenti nel Mezzogiorno (18,3%), i soggetti meno istruiti (21,3%). La metà degli italiani (50,8%) ha dichiarato di avere sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% tra gli imprenditori e i liberi professionisti.

Gli scenari occupazionali nel post Covid-19. Sono 59 milioni gli occupati in Europa che rischiano il posto di lavoro a causa dell’epidemia: un lavoratore su quattro (il 25,7% su un totale di 230 milioni di occupati). Nello stesso tempo, l’automazione dei processi produttivi sta determinando una profonda riorganizzazione delle imprese, sostituendo il lavoro di 51 milioni di occupati in Europa (il 22,2% del totale). La coincidenza dei due fenomeni mette a repentaglio la stabilità lavorativa di circa 24 milioni di addetti (il 10,4% degli occupati europei). Nelle previsioni al 2024, in Italia il ridimensionamento riguarderà il settore agricolo per circa 10.000 addetti e il settore industriale per oltre 100.000. Occupazione aggiuntiva e occupazione per sostituzione nel terziario, se sommate, riportano un fabbisogno occupazionale di oltre 2,1 milioni di addetti. Lo stock occupazionale complessivo registrerà una variazione positiva a fine periodo dello 0,8%, con un contributo positivo da parte del lavoro dipendente nel settore privato (+1,3%) e dell’impiego pubblico (+2,9%).

 

Istat, il mercato del lavoro, II trimestre 2020

Istat, in un comunicato stampa, rende noto che nella media del secondo trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro risentono, ancor più che nello scorso trimestre, delle notevoli perturbazioni indotte dall’emergenza sanitaria. L’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una forte diminuzione rispetto sia al trimestre precedente (-13,1%) sia allo stesso periodo del 2019 (-20,0%). Tali andamenti risultano coerenti con la fase di eccezionale caduta dell’attività economica, con una flessione del Pil nell’ultimo trimestre pari al 12,8% in termini congiunturali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2020 il numero di persone occupate subisce un ampio calo in termini congiunturali (-470 mila, -2,0%), dovuto soprattutto alla diminuzione dei dipendenti a termine e degli indipendenti. Il tasso di occupazione scende al 57,6%, in calo di 1,2 punti rispetto al primo trimestre 2020; i giovani di 15-34 anni presentano la diminuzione più marcata (-2,2 punti). Nei dati provvisori di luglio 2020, al netto della stagionalità e dopo quattro mesi di flessione, il numero di occupati torna a crescere (+85 mila, +0,4%) rispetto a giugno 2020 e il tasso di occupazione risale al 57,8% (+0,2 punti in un mese), misurando una positiva reazione del mercato del lavoro alla ripresa dei livelli di attività economica.

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Giovani e Lavoro

(di Mario Ubbiali, consigliere nazionale ANLA)

La disoccupazione giovanile rappresenta a tutt’oggi una delle maggiori emergenze del nostro tempo. Non si tratta di una questione economica, bensì di giustizia ed equità sociale. Offrire ai nostri giovani l’opportunità di sentirsi parte integrante della grande comunità del lavoro umano, permettendogli di misurarsi con se stessi, di crescere e di relazionarsi con gli altri giungendo ad una piena realizzazione di sé nel lavoro ed attraverso di esso; costituisce infatti una questione morale che ci interroga sia personalmente che come A.N.L.A. Nella prospettiva cristiana il lavoro (e, con esso, l’attività economica) si pone – oltre che come strumento per il soddisfacimento dei bisogni propri e della propria famiglia – come mezzo per la piena realizzazione personale.

L’A.N.L.A. intende offrire alcuni spunti strettamente collegati al tema della disoccupazione giovanile. Il primo è quello della centralità dell’impresa, perchè “dire lavoro è dire impresa, che produce ricchezza attraverso il lavoro”. Il secondo è quello della formazione come leva strategica sia per la competitività delle imprese che per attirare quei capitali necessari per permettere ad esse di crescere e prosperare e, dunque, di generare sempre maggiori opportunità di lavoro.

Si tratta, invero, di due facce della stessa medaglia. Se da un lato il lavoro, non lo crea lo Stato ma le imprese, che a loro volta sono il frutto dell’azione di alcuni lavoratori la cui virtù imprenditoriale deriva dalla soggettività creativa della persona umana, dall’altro, esse hanno a loro volta bisogno del lavoro umano – sia esso manuale, intellettuale o creativo – per crescere e prosperare. Il destino dell’impresa è, dunque, indissolubilmente legato all’opera di coloro che in essa esercitano la propria vocazione professionale, svolgendo le proprie mansioni con sempre maggiore competenza, dedizione e capacità di cogliere nel lavoro un’opportunità di servizio a sé e agli altri.

Su questo terreno la formazione – intesa quale investimento sulla persona, che rappresenta il capitale umano dell’impresa – sia essa incentrata sulla diffusione della cultura d’impresa, sull’innalzamento delle competenze tecnico-professionali, o delle competenze manageriali, si impone sempre più come una potente leva strategica per favorire il successo dell’impresa.

In questa prospettiva, riprendendo l’insegnamento del fondatore dell’economia aziendale Carlo Masini, se l’impresa diventa comunità e in essa tutti contribuiscono a fare la propria parte, essa è capace di perseguire il bene comune permettendo il raggiungimento dei propri fini e, nello stesso tempo, concorrendo all’ordinato sviluppo economico e al progresso sociale.

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Il mercato del lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)

L’ultima rilevazione Istat sull’andamento del mercato del lavoro ci consegna una fotografia purtroppo già nota: ad essere maggiormente colpiti sono giovani e donne, e il Mezzogiorno in particolare. La crisi sanitaria e a seguire quella economica  già tra noi hanno accentuato questi divari che da tempo collocano il nostro Paese  nelle ultime posizioni   delle classifiche europee. Non riporto i dati di Istat facilmente  reperibili  sul web, piuttosto vi proporrei alcuni snodi critici, i crocevia da attraversare per uscire da uno situazione che non porta nulla di buono al benessere delle persone e delle famiglie. Sarebbe altresì auspicabile che Governo e Parlamento, a seguito dell’accordo sul Recovery Fund, ponessero questi temi al centro di una agenda finalmente declinata al futuro e non tarata sul “qui e ora”, alla ricerca di un consenso tanto facile sull’immediato quanto drammaticamente fragile e velleitario per le generazioni future.

La questione giovanile e quella femminile si incrociano da decenni,  questioni irrisolte da troppo tempo:   hanno assunto oramai  forme patologiche  profonde che meriterebbero di  essere trattate   con ricette e farmaci adeguati. Non sono più utili – semmai lo sono stati- interventi tampone, cure palliative spot, bonus di vario genere. Le questioni vanno prese di petto con una strategia riformatrice paziente e coraggiosa, che dispieghi i suoi effetti nel medio e lungo periodo.

Ma andiamo nel merito.

Il primo crocevia attiene alla qualità del sistema  istruzione-formazione nel nostro Paese. I dati ISTAT ci raccontano che questo punto è un discrimine attraverso il quale passa il destino dei ragazzi. Le fasce meno istruite sono quelle più fragili e soggette a disoccupazione oltreché a emarginazione sociale e culturale. Se il sistema di istruzione continua a produrre una dispersione scolastica tra le più alte in Europa, e se il sistema non è capace di ridurre la povertà educativa che coinvolge più di un milione di bambine e bambini, mi domando, cosa si aspetta ad agire  per assumere decisioni serie? Abbiamo bisogno di una nuova task force o piuttosto di una “decisione”. Per non parlare della qualità del sistema universitario che ha sì tante eccellenze, ma non sufficienti ad alzare la qualità media e il tono di tutto il settore. Domandiamoci come mai in Italia stanno nascendo come funghi le università telematiche, come mai non vi sia una formazione professionalizzante parallela a quella universitaria degna di questo nome. Domandiamoci come mai, salvo poche Regioni, l’offerta di servizi per l’infanzia sia tra quelle più basse in Europa.

Il secondo crocevia interconnesso con il primo è il mercato del lavoro, poco conosciuto ahimè da molti politici e decisori pubblici. I dati lo dicano senza timore di smentite: i Paesi che hanno i minori divari di genere (un tasso di occupazione femminile al pari di quella maschile) sono quelli più progrediti. Se una donna su tre è costretta a lasciare  il proprio lavoro dopo la nascita del primo figlio la questione che si pone è chiara davanti a noi, non ha bisogno di riflessioni e dibattiti ulteriori. Altro esempio,  se non viene praticata la parità  retributiva,  imprese e sindacati  dovrebbero far chiarezza ogniqualvolta rinnovano i  contratti senza attendere l’ennesimo decreto ministeriale. Perché la parità è iscritta nella Costituzione e andrebbe praticata nell’azione politica come  pure nella autonomia dei corpi intermedi (quante sono le presidenti di associazioni,  sindacati o rappresentanze di vario gente?). Non da ultimo: occorre  ridurre a zero il cuneo fiscale per l’assunzione dei giovani, promuovere la formazione permanente, l’apprendistato duale, l’alternanza  scuola lavoro,  Garanzia Giovani, i centri per l’impiego radicalmente riformati.….

Potrei proseguire.. Mi preme ribadire che di analisi e approfondimenti ne abbiamo fatti tanti. Questo è il tempo di decidere, e per ritornare alla triade cara alla mia generazione vedere-giudicare- agire, ecco,  mi pare sia giunto il tempo (… che non fa sconti) di agire, con saggezza e prudenza,  certo, ma con quella determinazione  attesa da tutti noi.