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Linee guida per l’Italia

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Qualche giorno fa Vittorio Colao ha consegnato al presidente Conte il frutto di otto settimane di lavoro, iniziato in piena emergenza pandemica, del Comitato di esperti in materia economica e sociale istituita con DPCM del 10 aprile 2020; ricordo en passant che fra di loro c’è anche Enrico Giovannini che abbiamo avuto gradito relatore al convegno del settantesimo di fondazione di ANLA che abbiamo celebrato al Senato l’anno scorso.

Non mi soffermo a commentare l’intera opera, potete trovarla agevolmente in internet ed è di rapida lettura, ricordo qui solo il fatto che sono tre gli “assi di rafforzamento” identificati da questa task force per la trasformazione del Paese: digitalizzazione e innovazione, rivoluzione verde, parità di genere e inclusione.

Sei le aree di azione strategiche per il piano di rilancio: le Imprese e il Lavoro, motore della ripresa, le Infrastrutture e l’Ambiente, volano del rilancio, il Turismo, l’Arte e la Cultura, brand iconico dell’Italia, la Pubblica Amministrazione che deve diventare alleata dei cittadini,  l’Istruzione, la Ricerca e le Competenze, fattori chiave per lo sviluppo, gli Individui e le Famiglie, cito testualmente “da porre al centro di una società equa e inclusiva, perché siano attori del cambiamento e partecipi dei processi di innovazione sociale”. Non so che fine farà questo studio, tanti sono i temi qui trattati da sempre  cari alla nostra Associazione, welfare, lavoro, impresa… leggo con piacere che il gruppo guidato da Colao propone di completare la riforma del Terzo Settore e in particolare per la fiscalità delle imprese sociali.

Inclusione

 

Mi soffermo qui brevemente su Famiglia e inclusione perché nella ripartenza dell’Italia dopo mesi di lockdown dobbiamo ripartire dal mattone della società e una comunità la si crea con legami relazionali e interpersonali. Il volontariato è ancora una volta la chiave di volta perché welfare inclusivo e territoriale di prossimità non sia un vuoto slogan. L’isolamento imposto dalla pandemia ha accentuato un triste fenomeno già presente, la solitudine delle persone fragili, per cui è chiaramente necessaria un’azione strutturale da parte della collettività ma la prossimità inizia dalla telefonata di una persona amica e qui ricordo e ringrazio tutti i nostri volontari che durante la pandemia hanno trascorso ore al telefono per chiamare persone che sapevano essere sole o spaventate per stare loro accanto, per parlare con loro. Parlare poi di parità di genere può essere facile in linea di principio, ma concretamente ho in mente il grande disagio delle famiglie dove, con la chiusura dei nidi e degli asili, la responsabilità dei bambini è crollata, senza rete di protezione, sulle madri. Non possiamo parlare di parità di genere quando alle donne e mamme non viene riconosciuto adeguatamente questo status e parimenti non viene incentivata la possibilità di formare una famiglia, “mattone” della vita sociale. C’è stato chi ha detto che per capire il futuro di una società basta guardare lo “stato di salute” della famiglia. Il piano elaborato dal Comitato guidato da Colao parla di azioni per favorire la Conciliazione dei tempi di vita e sostegno alla genitorialità e rilancia la possibilità di estendere il Servizio Civile, ampliandone i partecipanti, orientandolo a “ridurre il digital divide dei bambini e delle famiglie più povere e fornire assistenza alle persone anziane e alle persone con disabilità”.

Mi piacerebbe che queste cose non rimanessero sulla carta…

La benevolenza

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)

Si sta concludendo il  lockdown  (lo speriamo davvero): vorrei  terminare  questo  racconto a puntate (è la ventesima) con la  parola benevolenza. L’ho scelta perché sono convinto    che abbia positivamente  attraversato – forse senza rendercene conto  - la vita di ognuno di noi in questi lunghi mesi di quarantena. Se questa percezione fosse confermata sarebbe  assai utile  che ne mantenessimo la    memoria per non essere travolti dalla malevolenza, dalla maldicenza,  dalle  “maledizioni” che hanno avvelenato in questi anni il dibattito pubblico e che potrebbero riaffacciarsi con prepotenza. Come mia abitudine parto   dalla etimologia, la scienza che ci rimanda alle origini delle parole:  la loro storia e come hanno vissuto il passare delle epoche.  La benevolenza (dal latino benevolentia derivato di benevŏlens «benevolente») viene definita nella cultura romana come «voluntate benefica benevolentia movetur»: in breve,   la benevolenza è messa in moto da una  voluntas, da un atteggiamento spirituale volontario che genera il desiderio di fare del bene (benevolentia).  È interessante indagare anche la derivazione greca:  benevolenza viene dal termine greco “krestotes” (κρεστοτες) e dalla sua radice “krestos”, che vuol dire utile e adatto per qualcosa. Anche il  termine ebraico  indica una spontaneità, una volontarietà che mira all’aspetto utile e proficuo delle cose. Non da ultimo i francesi che per definire  un volontario usano il termine bénévole.

benevolenza

L’etimologia  ci ha indicato la via,  ora proviamo ad indagare e a rileggere la benevolenza nel tempo di oggi. Per stare alla lettera una persona benevolente è colei che compie il suo compito,  che vede uno scopo buono da realizzare, che  coglie l’aspetto costruttivo in ogni vicenda umana,  anche di fronte  a quelle negative. Non  è dunque un generico voler bene, tutto cuore e emozioni:    è piuttosto il saper  cogliere  il bene in ogni cosa, in ogni anfratto della vita  alla ricerca incessante e appassionata di  una bellezza, di un’utilità, di un gesto buono.

Possiamo descriverla come una attitudine personale, o una prospettiva,   una visione antropologica positiva che abilita le persone a   posare uno sguardo buono  (non ingenuo)   sulle cose della vita sostenuto da  sentimenti di compassione  e condivisione, di accoglienza e magnanimità.  Ne consegue che la persona benevolente non strilla, non è precipitosa nel giudizio, è paziente   nell’attesa,  perché il bene – a differenza del male-  per manifestarsi ha bisogno del tempo giusto.

La benevolenza non è molto amata, ne sono consapevole. Non è tanto amata neppure in politica,  il luogo per eccellenza per praticarla. È nota  la celebra frase di Adam Smith   nella “Ricchezza delle Nazioni” che ha tanto condizionato il pensiero economico e non solo quello: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse.” 

In questi decenni ne abbiamo pagato le conseguenze, le crisi hanno mostrato il fallimento di questa tesi. Non sono gli egoismi, gli interessi personali a muovere una economia giusta che costruisce  bene comune, o la vita di una intera comunità,  ma è la benevolenza e la pratica delle buone  virtù civili  che ho cercato di raccontare in questo mio diario. Antonio Genovese economista napoletano vissuto nel Settecento rovescia la logica di Adam Smith, non parla di benevolenza è vero, ma vi si avvicina parlando  di reciprocità,  fiducia, felicità pubblica, socievolezza…: “Niun uomo può rinunziare alla sua natura ; perché niun uomo può essere per suo capriccio altro da quel’ è nato . Un Cerchio non può essere che Cerchio e un Triangolo che Triangolo . Dunque niun uomo può rinunziare alle proprietà della sua natura . Se noi sìamo naturalmente socievoli, e socievoli per infinita pietà e ragione; questa socialità è un proprietà così indelebile dalla nostra natura, come quella di essere animali, e animali compassìonevoli e ragionevoli”

 

 

Solidarietà

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi dedico la riflessione alla parola solidarietà.
E parto, come mio solito, dal suo significato etimologico. Solidarietà deriva dal latino solidus, solido, o solidum che significa moneta, e dall’espressione del diritto romano in solidum obligari («obbligazione in solido»).
Ci tornerò su fra un po’. Per noi la parola solidarietà indica un sentimento, un atteggiamento che è parte costitutiva della dimensione umana; una virtù praticata da tanti, la vicenda del coronavirus l’ha riportata potentemente   alla nostra attenzione. Sembrerebbe dunque una parola  antica, da sempre presente nei nostri scritti.  In realtà   il termine è entrato tardi nella lingua italiana, e ci  è arrivato dal  francese  solidarité, che negli anni della Rivoluzione francese ha assunto il significato di “sentimento di fratellanza”. Nella nostra lingua il termine si è diffuso a metà dell’Ottocento ed è  comparsa  per la prima volta nel Dizionario politico popolare pubblicato nel 1851,  definita come «responsabilità reciproca e comune fra più persone».
Voi mi direte che sulla solidarietà è stato scritto tutto, e che sia inutile approfondire. È vero, c’è poco da aggiungere. Eppure questa  parola bella come tante altre rischia di essere abusata e utilizzata come condimento in troppe   pietanze tanto da farci  dimenticare il suo sapore. Non voglio tediarvi nel  descrivere   le  nuove forme attraverso le quali la solidarietà oggi si esprime: ricerche, studi, indagini ci rappresentano i tratti e l’evoluzione  del mondo della solidarietà.  Per di più L’Istat annualmente ci descrive l’arcipelago del non profit  con elementi di conoscenza sempre  più dettagliati.

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca

Vi propongo un altro percorso.  Mi piace riprendere il  primo significato,   solidus solido, un attributo  che   poco si addice con una pratica saltuaria o occasionale, nel caso della solidarietà per esempio con una azione scaturita dalla commozione provata per aver ascoltato una toccante storia  o per una catastrofe ambientale o per uno stato di necessità. Nella Evangelii gaudium di Papa Francesco della solidarietà si  dice che  non è «una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso, il che potrebbe costituire una sorta di “carità à la carte”, una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza». Una persona è solidale se è anche solida, cioè se assume la solidarietà come  tratto peculiare del proprio stile di vita, e del modo di pensare tutte le dimensioni della vita personale e collettiva. Non  è filantropia o beneficenza (pure importanti, ci mancherebbe!), non è partecipare alle raccolte fondi o firme per appelli, pure importanti. È qualcosa di più.  Nella Sollicitudo Rei Socialis  di Giovanni Paolo II in un passaggio  la questione viene chiarita con una  sorprendente sintesi. “Questa [la solidarietà], dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti”.
Si parla di determinazione ferma e perseverante. E  una determinazione è ferma e perseverate solo se ha un respiro lungo, se è solida e ben progettata, se non si affida alle emozioni del momento, se ha la cifra della durata, del prendersi  cura sul serio e non per un attimo.
La pandemia potrebbe fornirci una opportunità inaspettata  per dare forza al dovere di solidarietà previsto nella Costituzione: più giustizia sociale, un welfare di comunità, spazio maggiore alla sussidiarietà che chiama tutti i soggetti  alla responsabilità di operare per il ben comune. Non solo per  il valore straordinario che porta con sé  ma per l’ impatto positivo  che ha  sulla economia, necessariamente  più civile, più sostenibile,  più democratica. E quindi più profittevole.

Semplificazione (di cuore)

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)
In un discorso scritto nel 1944 Aldo Moro  invitava  la politica ad  operare con la stessa semplicità di  cuore con la quale  si fa il proprio lavoro quotidiano. Con  rammarico devo ammettere che  di semplicità di cuore in politica oggi se ne vede assai poca.  Per stare alla attualità basti  pensare a come sono stati scritti i Dpcm, o alla comunicazione sul lockdown che tutto ha avuto fuorché l’impronta della  semplicità.
Il significato  di semplicità è  racchiuso nella sua etimologia, dal latino simplex composto dalla radice sem
- uno solo- e da quella di plectere – piegare; possiamo dire che  semplicità è un qualcosa senza pieghe, rappresenta tutto ciò che è  libero dagli ostacoli e aiuta a  custodire e ricercare le cose più importante. Non è facile parlare di “semplicità di cuore”: dire che una persona è semplice è spesso un modo benevolo per definirla un po’ stupida o ignorante. Ho voluto  aggiungere  “di cuore”  perché la semplicità non è una tecnica ma un atteggiamento interiore, di cuore per l’appunto. Una persona semplice ha    tratti che la contraddistinguono: non è mossa da calcolo, è trasparente e autentica, non è ingenua o sprovveduta,  infantile o “sempliciotta” . La semplicità implica conoscenza e valutazione obiettiva della realtà concreta,  impegno, pazienza e approfondimento esigente. Difficile farlo comprendere, hanno voluto farci credere  che “complicato”   stia con   intelligente mentre “semplice” con    facile e un po’ stupido . È un falso luogo comune, a   guardarci bene   nella pratica del lavoro o nelle piccole esperienze di ogni giorno scopriamo che le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.


Se la persona “semplice” ha i suoi tratti ingenui quella  “complicata” appare più seria, tutta d’un pezzo e al passo con il tempo:   è malata di narcisismo senza farlo intendere,   tende   a servirsi del proprio ruolo come schermo dietro il quale proteggersi, ama il dire e non dire,  tende ad essere reticente, si guarda bene dal manifestare i propri sentimenti, non ama la comunicazione diretta con le persone,  predilige  il linguaggio ad effetto. Potremmo dire un perfetto uomo pubblico.
Viceversa la semplicità di cuore  praticata ci porta alla  concentrazione sull’essenziale, ci libera  da quei pesi inutili che impediscono di orientarci e di scegliere,  aiutandoci al passo dopo passo, senza strafare.
Per sorridere mi verrebbe da dire, doniamoci  reciprocamente  un po’ di semplificazione in qualcuna delle tanto inutili complicazioni che ci rovinano la vita ogni giorno. Abbiamo bisogno di semplicità, sentiamo un desiderio grande di semplicità, la stiamo scoprendo ancora di più in queste lunghe settimane di quarantena.
Esempi di semplicità?  Penso  a quella utilizzata dai Padri costituenti per scrivere la nostra Carta. O a quella dei poeti che non si lasciano sommergere dalle troppe parole ma cercano di liberarsi da  quelle inutili. Un lampo di chiarezza  proviene   dal  dialogo tra la Volpe e il Piccolo Principe di Saint-exupery . “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. Ecco le persone semplici sono quelle che si  concentrano sull’essenziale, non sempre facile da scoprire. Ci vuole cuore e tanta competenza.

COMUNICATO STAMPA – Politiche familiari e welfare, occorre uno sguardo più ampio

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato stampa:

La ripartenza del Sistema Italia impone in questa delicata fase di “convivenza” con il virus alcune novità sostanziali in ogni ambito della nostra vita, e in maniera significativa nell’ambito del lavoro. In particolare viene chiesto, dove possibile, di incentivare forme di smart working per un dato periodo, si parla del 31 luglio, scadenza teorica del periodo di emergenza sanitaria in Italia, come data fino a cui avvalersene.

“Ci troviamo di fronte a un passaggio complesso della vita sociale e professionale nel nostro Paese che può offrirci modelli organizzativi differenti dal passato, prima impraticabili ma ora attuabili, capaci di conciliare vita privata e vita professionale” sottolinea il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca “viviamo un periodo paradossalmente ricco di opportunità a livello di welfare ma anche di possibili rischi”.

Logo ANLA

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Continua il presidente “Non possiamo che guardare con estremo favore a pratiche di smart workingperché abbiamo visto in questi giorni di lockdown come sia migliorata la qualità della vita, dell’ambiente che ci circonda, dell’aria che respiriamo. Dobbiamo però valutare tutte le conseguenze implicite nell’adozione di simili pratiche nell’ambito della famiglia, in un contesto in cui la quotidianità dei nuclei familiari allargati, intendo la presenza costante dei nonni, non è ancora possibile a livello sistematico e le strutture di aiuto come gli asili e i nidi sono ancora chiusi. Non vogliamo che ancora una volta le mamme siano penalizzate da forme che dovrebbero alleggerire e non appesantire la vita in questo particolare momento”.

Il presidente Patriarca auspica una più generale riforma da attuare non tempi lunghi ma che sia organica e possa guardare a tutta quanta la società: “Non possiamo indugiare o procedere ancora a tentativi parziali come l’adozione di questo o di quel provvedimento sulla spinta dell’emergenza o guardando a singole categorie sociali. Dobbiamo avere di nuovo il coraggio di guardare alla famiglia nel suo complesso come al mattone su cui si costruisce la società e quindi a partire da essa dar vita a tutta una serie di azioni virtuose come lo smart working, l’aiuto alle famiglie in difficoltà, la ripartenza quando possibile di asili e nidi con adeguati aiuti, la valorizzazione dei nuclei familiari con gli anziani che possano così recuperare il loro ruolo centrale nella società, la riforma del sistema delle RSA etc etc tutti argomenti che abbiamo più volte segnalato e che ora diventano non ulteriormente differibili. Come lavoratori anziani noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

Gratitudine

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi vi parlerò della gratitudine.

Come mi è solito parto dal significato etimologico della parola, e questa volta me la cavo con poco:  gratitudine viene dal latino tardo gratitudo-dĭnis, der. di gratus, grato, riconoscente.
Grato e riconoscente dunque, partiamo da qui.
Ho scoperto il sentimento di gratitudine giorno dopo giorno, con il passare degli anni, nei momenti di gioia e in quelli della fatica. Mi ha coccolato. È davvero un dono grande, lo si  conquista in spirito di gratuità, richiede una profonda  dimensione interiore,  e quando   matura  dentro ti ricambia restituendo serenità e  più coscienza del cammino che hai percorso. Un amico caro , un sacerdote,  mi ha indicato  sin dall’infanzia la   chiave per vivere una vita buona: la felicità  la troverai  se sarai consapevole del bene che hai ricevuto, gratuitamente,  il più delle volte   senza che tu l’abbia chiesto, spesso senza averlo neppure meritato; da lì scoprirai la  chiamata all’impegno per  ridonare quanto hai ricevuto. E sarai felice!

gratitudine

gratitudine

Un chiarimento: si è grati  non perché si ha un “debito” da onorare. Debito e  gratitudine si muovono su piani assai diversi: non è il debito ma la vita con il “grazie nel cuore” che muove la gratitudine.  Oggi si stenta a pronunciare il grazie: l’individualismo e  il narcisismo imperanti  non lo apprezzano,  tutto è dovuto o  semplicemente acquistabile; se eccedi nel “grazie di cuore”  al cospetto degli altri    apparirai un  debole, un dipendente, e  nella società della competizione cinica ( mors tua vita mea) non te lo puoi proprio concedere!
La gratitudine è tutt’altro, è un dono  straordinario che viene posto davanti a noi, un sentimento che fa “riconoscere”  l’altro, ti sollecita a unire e  creare legami. ”Io ti vedo“, ti sono grato per quello che sei, per le tue virtù e per i tuoi difetti,  per il tuo modo di essere; ti ringrazio di fare parte della mia vita, la  arricchisci  con la tua presenza,  sarai  nei miei pensieri  anche se le vicissitudini dell’esistenza dovessero separarci.
Mostrarsi grati dunque non è un obbligo, né tantomeno un debito, o la pretesa di un contraccambio. La misura autentica  della gratitudine si esprime al contrario nella   libertà, è sincera e spontanea, ci abilita a cercare   la felicità  soprattutto nelle piccole cose che ci    accadono,  spesso non le riconosciamo come “donate” da coloro che sono accanto a noi.  Pensiamo  che tutto avvenga per merito nostro, ma non è così, o per lo meno lo è solo in parte. Ci vuole davvero tanta umiltà  per ammettere che non potremmo essere ciò che siamo senza il contributo delle persone care e di tutte quelle abbiamo incontrato crescendo . La nostra vita è attraversata da un file rouge di doni spesso nascosti  e preziosi: se ne saremo consapevoli e li custodiremo  nel cuore vivremo una vita grata e felice.
Concludo con Albert Camus: giunge al premio Nobel per  la letteratura nel 1957 e dedica il primo pensiero al maestro delle elementari, una lettera-manifesto  sulla gratitudine.

Caro signor Germain,
ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza la mano affettuosa che lei tese al bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze

RSA, necessaria una svolta significativa

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato: 

“Viviamo giorni di dolore in cui cerchiamo di aprirci alla speranza pur costretti ancora a seguire rigide misure per impedire la diffusione del contagio ma non possiamo dimenticare le tante vittime mietute dalla pandemia nelle RSA” spiega il presidente nazionale di Anla Edoardo Patriarca “questo allentamento del lockdown ci spinge a guardare nel concreto e a preoccuparci ancora una volta e con ancora maggiore decisione delle condizioni in cui vengono assistite le persone più deboli della nostra società”.

Logo ANLA

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Continua il presidente Patriarca: “Come ANLA desideriamo ribadire la necessità di un “censimento” delle strutture, RSA, Casa accoglienza etc etc che si occupano di accogliere le persone deboli che la nostra società lascia ai margini o che la malattia, qualunque essa sia, strappa agli affetti dei propri cari e alla propria abitazione, perimetro della propria esistenza. Torniamo a sottolineare con forza la necessità di linee politiche chiare, uniformi per tutto il territorio nazionale, di rigorosa applicazione delle indicazioni scientifiche per permettere a queste strutture di affrontare una fase, la cosiddetta “fase 2”, che per tutti è piena di incognite. Non possiamo lasciare al senso di responsabilità dei cittadini, delle amministrazioni locali, dei responsabili medico-scientifici di queste strutture, che peraltro è già grande, il delicato compito della protezione, quantomeno non solo a loro: occorre una strategia nazionale in quanto allo Stato spetta stabilire i livelli essenziali delle prestazioni nei diritti civili e sociali che devono essere garantiti in tutta Italia. Chiediamo un coordinamento a livello nazionale che possa agire tempestivamente nel delicato compito di assistere queste strutture nell’interazione con il territorio di riferimento al fine di preservare gli ospiti dagli eventuali contagi e che possa occuparsi, al di là dell’emergenza in atto, della regolarità di queste strutture e del benessere dei loro ospiti. Chiediamo che il Terzo Settore possa essere coinvolto, per quanto di sua competenza, anche in questa fase e in questo delicato argomento.

Attenzione però, perché non vogliamo che una volta esaurita – speriamo presto – l’emergenza Covid-19 queste strutture e le relative problematiche tornino nell’oblio: abbiamo la possibilità di migliorare la qualità della vita di tutte le persone coinvolte, non sprechiamola”.

 

Comunicato Stampa – Festa del Lavoro 2020: abbiamo bisogno di tornare a lavorare

Il presidente nazionale Edoardo Patriarca: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia”.

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

Il presidente ANLA Edoardo Patriarca

 Quest’anno il nostro Paese celebra la Festa del Lavoro con maggior attenzione perché il lavoro dà dignità, definisce la persona umana all’interno della società ma soprattutto dà di che vivere e, nell’ambito dell’attuale pandemia, un’inaspettata crisi economica sta minando la nostra stabilità. Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca interviene sul tema del lavoro sottolineando che non basta più limitarsi a ricordare il mandato costituzionale di una Repubblica che si vuole fondata sul lavoro, o a citare i testi della dottrina sociale della Chiesa: occorre metterli in pratica, oggi più che mai. Ricordando che ogni anno il presidente nazionale di ANLA interviene alla Festa del Lavoro al Quirinale, il presidente Patriarca sottolinea alcuni concetti che l’isolamento forzato della pandemia ha suggerito: “Il primo pensiero che avremmo detto al Presidente della Repubblica è che abbiamo bisogno di tornare a lavorare. Non è solo una questione economica, perché senza lavoro non vi è vita sociale: non si può vivere senza fare niente o immaginare la vita come una lunga vacanza sempre che sia sostenibile economicamente. Questo vale anche per i lavoratori meritatamente in pensione: hanno bisogno di essere cittadini attivi e impegnati, hanno bisogno, in sicurezza, della famiglia a cui dare una mano, le famiglie hanno bisogno di loro”. Il presidente Patriarca sottolinea l’urgente necessità di legalità: “Abbiamo finalmente tutti capito che il lavoro nero, sommerso, irregolare è inammissibile per un sistema economico che voglia costruire più comunità e più amicizia. Di fronte alle difficoltà questi lavoratori sono indispensabili: lo sanno le famiglie, i settori dell’agricoltura, dei servizi. Non sappiamo come intercettarli, sono invisibili e neppure riusciamo ad aiutarli. La ripartenza nel mercato del lavoro dovrà essere vera e giusta, basta con le baraccopoli, i caporalati, le intermediazioni delle mafie”. Altro tema di riflessione del presidente Patriarca è la relazione clientelare: “Abbiamo capito che il sussidio, il bonus, sono a volte utili ma solo il lavoro che dà futuro se retribuito in maniera onesta e giusta può salvare le persone. I nostri giovani non vogliono sussidi, vogliono lavorare! I nostri giovani non vogliono emigrare né tanto meno appartenere alla categoria dei working poor”. Il presidente Patriarca guarda anche al mondo delle imprese dove ribadisce che welfare sociale e aziendale devono essere integrati: “Abbiamo compreso che non esiste solo una organizzazione aziendale sul modello fordista, o una scala gerarchica rigida, o orari fissi e indiscutibili, ma che si può lavorare diversamente, in smart working e non solo, con orari più flessibili, più attenti ai tempi delle famiglie. La cooperazione e la condivisione in azienda sono strategiche per conquistare produttività e più qualità nella produzione di beni e servizi. Abbiamo riscoperto il ruolo originario, fondativo, delle imprese: esse non sono unicamente fonte di profitto ma sono presenze significative nei territori, soggetti anche “politici” nel senso di costruttori di comunità e bene comune. Abbiamo riscoperto la concertazione, che non è mercimonio di basso profilo o scambio utilitaristico di interessi, ma è trovare una via condivisa con ruoli definiti. L’innovazione tecnologica, le reti digitali, la sostenibilità ambientale, il welfare aziendale, la presenza sui territori non rubano lavoro ma lo rendono al contrario più umano e dunque più produttivo”. Il presidente Patriarca conclude le sue considerazioni con un auspicio: “Nella Festa del Lavoro abbiamo sempre ricordato i neo insigniti della Stella al Merito del Lavoro al cui accertamento dei titoli di benemerenza concorriamo per legge anche noi di ANLA: anche quest’anno li festeggeremo. Oggi nel dire grazie a tutti coloro che in questi giorni non si sono mai fermati perché la nostra Italia continuasse anche in epoca di lockdown, voglio ricordare e ringraziare tutti quei lavoratori del mondo della Sanità, a cui molti di noi devono la vita, e che stanno lottando per fermare la pandemia: buona Festa del Lavoro, con l’augurio cioè di un lavoro vero, giusto, sicuro per tutti”.

Resilienza

(di Edoardo Patriarca) Oggi vi parlerò della resilienza. Parola riscoperta in questi ultimi anni, molto fortunata, citata  come non mai in articoli e convegni. Proviamo a indagarla insieme per trarne qualche insegnamento.
E partiamo dal suo significato originario. Il termine resilienza  così come l’aggettivo resiliente, è un termine che si ritrova già  in alcuni testi del primo ottocento, soprattutto nell’ambito delle scienze dei materiali. Trae origine dal latino resiliens, participio presente di resilire (“saltare indietro”): descrive la qualità di tutto ciò che “rimbalza” e che reagisce di fronte ad un urto, ad un evento.  Più precisamente nel  lessico delle scienze dei materiali, è la  capacità di un materiale di resistere agli urti assorbendone l’energia attraverso una deformazione elastica che, restituita, lo fa tornare  alle condizioni di partenza. Una precisazione va fatta: spesso si fa confusione tra resilienza e resistenza, nel linguaggio corrente appaiono simili se non sinonimi. In realtà mentre per quest’ultima si intende la capacità di resistere ad un urto o ad uno sforzo  prolungato, la resilienza è la proprietà di un sistema di adattarsi al cambiamento. Come accade per altri termini di derivazione scientifica ( vedi la fragilità che abbiamo indagato in un altro capitolo), anche la parola resilienza nel tempo ha maturato una molteplicità di significati in ambiti assai diversi, da quello psicologico a quello della formazione, nella sociologia come nell’analisi dei sistemi complessi, in ecologia e in biologia…
E se l’applichiamo alla persona e alla dimensione sociale cosa ne caviamo? Possiamo trarne qualche insegnamento? Per analogia possiamo dire che una  persona è resiliente quando di fronte ad un evento traumatico, una circostanza avversa, sceglie di ammortizzare il colpo subito, lo assorbe,  non soccombe, si lascia “deformare” pronto   a  riorganizzare positivamente la propria vita, senza rinunciare  ai propri sogni, alle proprie speranze.
Non è un  sopravvivere a tutti i costi (anche), piuttosto è   la capacità di apprendere dalle  situazioni difficili, dalle  sconfitte e dai dolori   cogliendo e mettendo a frutto le opportunità positive incontrate.   Se l’atteggiamento del resistente propone  più la dimensione della fissità, del fare muro, del rinserrarsi in attesa di tempi migliori,  la resilienza richiama un movimento, un” rimbalzo”,  un rimbalzo per prendere fiato e reagire. A me pare che in  questa emergenza la pratica della resilienza ci aiuti a “sopravvivere  con un rimbalzo”, senza mai, neppure per un attimo, rinunciare a riprenderci la vita quando ci sarà consentito. Stiamo imparando un nuovo modo di stare insieme,  riflettiamo  sulle scelte fatte, sui nostri stili di vita, sugli errori compiuti. Se vivremo questo passaggio con lo stile dei resilienti saremo pronti a  ripartire facendo bene e  meglio di prima. Ne sono certo, con più solidarietà e cooperazione soprattutto.

Per concludere vi propongo 4 immagini “resilienti”.

La prima è dedicata alla poesia “La Ginestra ” di Giacomo Leopardi, una poesia che pone  l’attenzione su una pianta, la ginestra  appunto (per Leopardi simbolo della condizione umana)che cresce anche negli ecosistemi più svantaggiati e  più ostili. Vive e rinasce  nonostante le sue radici affondino in  terreni  aridi e poco favorevoli alla vegetazione, e lo fa non in modo striminzito,  ma con  l’esplosione di fiori gialli da un profumo assai intenso.
La seconda la prendo dalla favola della Canna e della Quercia di La Fontaine che racconta che un giorno ci fu un grande uragano, con fulmini e tuoni che scuotevano tutto il cielo. La pioggia cadeva fitta e il vento travolgeva tutta la natura.  La Canna e la Quercia vivevano vicini. Di fronte alla tempesta la  Canna iniziò a ondeggiare sempre di più, piegandosi a terra per rialzarsi subito dopo. La  Quercia al contrario decise di mostrare  la sua forza: affrontò  il vento stando immobile con il suo robusto tronco. Ma il vento soffiò con raffiche sempre più forti, fino a che il  tronco della Quercia non ce la fece più e si ruppe.
La terza la traggo dal linguaggio della vela, “andare  di bolina” : risalire il vento, andare avanti nonostante il vento contro. Lo sanno bene i velisti, serve creatività, serve tanta tenacia,  non bisogna mai distrarsi, mai mollare un attimo. Si va contro vento andando avanti!
Non da ultimo la  celebrazione della Resistenza il prossimo 25 aprile. Scelgo l’immagine delle Aquile randagie: nel ventennio fascista  tennero vivo in clandestinità  il movimento cattolico scout soppresso dal Regime. Un movimento resiliente, reinventarono il metodo scout nella  clandestinità, riposero gli stendardi negli armadi ma mantennero vivo lo spirito. Rischiarono la pelle. E prepararono la democrazia.

bandiere italiane

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