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Volontariato d’Impresa

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Martedì scorso la Fondazione Sodalitas, emanazione di Assolombarda, ha presentato la  terza edizione della ricerca  “Volontariato di impresa: la partecipazione attiva dei dipendenti”, pensata per mappare e raccontate i programmi di Volontariato di  una ventina di aziende   impegnate a sostenere   progetti sociali sui territori.   L’inserto” Buone Notizie”  del Corriere della Sera ne ha dato un’ampia anticipazione.

Il quadro che ne risulta apre una prospettiva di grande interesse per i gruppi aziendali della nostra associazione. Esperienze che ancora non si possono dire diffuse ad ampio raggio, ciò nonostante  coloro che vi hanno partecipato la considerino un’opportunità di crescita  personale e del gruppo di lavoro a cui appartengono. Questa indagine si è dedicata in particolari ai dipendenti di diciassette imprese:  Coca-Cola Italia, Enel, Eni, Falck, Italgas, Poste  italiane, Snam….per citarne alcune.  Sono 2831 i dipendenti interpellati, di  questi una metà circa hanno dichiarato di aver avuto esperienze di volontariato. Ecco alcuni risultati più in dettaglio: il 52% afferma di aver partecipato 1 sola volta, il 17% solo 2 volte, quote minori 4- 5 volte, mentre una   quota del 9% dichiara di aver fatto volontariato più di 6 volte. Nello specifico si tratta di persone già particolarmente  orientate al volontariato con esperienze pregresse e continuative. Quali sono le attività svolte dai lavoratori volontari? In gran parte attività pratiche come la preparazione di pacchi, raccolta di prodotti e servizio  pasti,  attività di formazione e consulenza. Gli enti con cui i volontari dipendenti hanno collaborato si occupano in prevalenza di ambiente, famiglie in difficoltà, poveri, persone disabili…

Perché  le aziende  favoriscono queste esperienze? Dalla indagine emergono due motivazioni: una  verso  l’esterno rivolta al miglioramento della reputazione aziendale, alla costruzione di migliori relazioni con le comunità locali e la creazione di valore sociale. La seconda  interna,  volta a rafforzare lo spirito di squadra, a sviluppare il senso di responsabilità sociale e creare una sintonia valoriale con l’azienda,  e una condivisione di esperienze con i colleghi che va oltre l’attività lavorativa cosicché  anche in azienda si possa  vivere uno spirito di amicizia. Quali sono le frontiere da percorrere e da esplorare nel rapporto tra impresa, lavoratori e Terzo Settore?

 

La riforma del Terzo Settore ha rilanciato la coprogettazione  e co-programmazione con gli enti locali. Perché non applicare le medesime modalità nel rapporto  con imprese e lavoratori? Dall’indagine si evince che molti vorrebbero approfondire  il progetto a cui partecipano seppur non con continuità, incontrare i beneficiari, capire  l’impatto sociale che genera,  sapere tutto dell’associazione. Ci pare una frontiera da percorrere. Concludo con la dichiarazione di Enrico Falk presidente di Fondazione Sodalitas: ”Il Volontariato d’Impresa è evoluto in pochi anni da semplice ‘nice to have’ a elemento portante dell’impegno aziendale per la generazione di valore sociale. Crediamo che oggi i tempi siano maturi per un ulteriore e importante salto di qualità. Il Volontariato d’Impresa può assumere infatti un ruolo centrale nel contribuire ad attuare compiutamente il modello della cosiddetta ‘Stakeholder Economy’. Sempre più imprese considerano l’attenzione alla comunità non più una questione di filantropia e generico impegno sociale, ma un elemento fondamentale della propria strategia di sviluppo e far crescere il Volontariato d’Impresa rappresenta un tassello importante di questa sfida”.

 

 

Antony e Filippo

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA)  Questa settimana vorrei commentare due eventi che hanno coinvolto due persone anziane piuttosto note:  la cittadinanza onoraria che  il comune di Sciacca ha consegnato  ad Antony Fauci,  e la morte del Principe Filippo.

“Sono  emozionato, onorato e profondamente commosso  nell’accettare le chiavi di Sciacca in nome dei miei nonni paterni Antonino  e Calogera Fauci. Entrambi sono nati a Sciacca, dove la famiglia di mio nonno gestiva un centro termale. All’inizio del ventesimo secolo, loro e i miei nonni materni emigrarono a New York in via Ellis Island, ed è così che sono nato e poi vissuto a Brooklyn. Nella mia esperienza molti immigrati Italo americani erano imbevuti dello spirito di gratitudine trasmesso dai nonni ai genitori e ai nipoti. Questo spirito era l’amore per il nuovo Paese, l’America,  e il desiderio di restituirgli qualcosa. E da mio padre è arrivato a me”.

È uno stralcio della lettera di Fauci pubblicata sul Corriere della Sera alcuni giorni fa, la testimonianza di intere generazioni di italiani  che hanno lasciato l’Italia per motivi economici e    onorato i paesi nei quali sono emigrati. Storie anche di tribolazioni e di emarginazione: come non ricordare le cronache dei primi anni del secolo scorso  dei giornali americani sugli “italiani sporchi e tutti mafiosi”. Fauci ha fatto memoria, gliene siamo grati, ci rammenta che siamo  un popolo di migranti,  ancora oggi con i centomila e più  ragazzi che hanno lasciato il Paese  in questi ultimi anni, a volte per la fatica a trovare un lavoro degno, a volte per scelta. Porto nel cuore la testimonianza di una giovane italiana che  abita da anni a Toronto: “Torneresti in Italia?” gli ho chiesto;  “ Per ora no, sto bene, mi sono inserita dopo anni di fatica, i canadesi stanno molto sulle loro; però  se posso fare qualcosa da qui  per la mia Patria, sono  a disposizione”.

“Voglio morire a casa” è stata l’ultima richiesta del  Principe Filippo  a sua moglie, la Regina Elisabetta irremovibile garante di questo desiderio.  Ho letto la bella riflessione di Mario Giro sul quotidiano “Domani” di alcuni giorni fa, la  riprendo e la faccio mia. Filippo ha espresso un desiderio caro a tutti noi:  morire a casa!, non in un ospedale,  intubati e soli, seppur  aiutati da infermieri generosi. Tempo  fa  si moriva prima  e a casa, la morte era un passaggio condiviso in famiglia, con figli e nipoti. I progressi della scienza e della medicina hanno allungato i tempi di vita, una benedizione per le nostre generazioni, ma  si è “allontanata” la morte,  è   stata rimossa, esiliata negli ospedali o nelle case di cura. Non ne parliamo volentieri, evitiamo le  situazioni  che ce la rammentano: le fragilità che troviamo in noi stessi, le  malattie croniche, le menomazioni, le piccole disabilità che si affacciano con l’avanzare dell’età . Abbiamo sposato il paradigma  efficientistico secondo il quale   l’unica vita degna è quella autosufficiente e in buona salute, le altre vite hanno  meno  valore tanto che  si riparla di una legge sulla eutanasia. Argomento complesso indubbiamente,  ma che nasconde  una cultura nichilista, di solitudine e  abbandono, e individualistica tanto pervasiva  da chiedere allo Stato  la tutela di un diritto ( per me inesistente) alla morte.  La pandemia con  ferocia ci ha fatto vivere questa realtà del “ morire da soli”: neppure una carezza, un bacio, un funerale per ricordarli nei nostri cuori. “Morire a casa”, stare a casa   per quanto possibile , fino a quando non giungerà la partenza:  è  un tema non solo morale ma che tocca la politica tutta e il welfare della prossimità. In questi anni abbiamo combattuto contro le reclusioni  imposte ai più fragili: ai bambini abbandonati mai più orfanotrofi, ai malati di mente mai più  ospedali  psichiatrici, alle persone disabili mai più  strutture segreganti …

Ecco, che non accada   agli anziani non più autosufficienti,  come ci ha ricordato Mons. Paglia nell’ultimo webinar.

Formazione e lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Abbiamo celebrato la Pasqua come cifra della speranza in cammino che noi di ANLA sentiamo da sempre  appello e chiamata all’impegno. In occasione dell’insediamento del nuovo Governo abbiamo pubblicato una lettera aperta al Presidente Draghi con alcune proposte di programma.  Ci permettiamo di riprenderle per  manifestare alcune preoccupazioni su un punto  che sentiamo dirimente e che riguarda il futuro dei giovani, i nostri figli e nipoti. Formazione e lavoro sono i passaggi cruciali che vanno affrontati se vogliamo uscire da questa profonda crisi.

Non vogliamo partecipare alle tifoserie sconclusionate dell’“apertura sì / apertura no”. Sono i dati sperabilmente attendibili che ci indicano la via da intraprendere, una via comunque faticosa e tribolata.  Detto ciò annotiamo con rammarico che non tutte le scuole hanno riaperto: il  Ministero sta forse approntando un piano solido per programmare aperture che  durino nel tempo tali da non essere sconfitte alla pur minima ripresa dei contagi? Non solo, avremmo voluto leggere nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, tra le sei previste, una missione dedicata esclusivamente alle nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: 16 miliardi spalmati su un Piano di 200 miliardi  a noi   sembrano davvero  pochi. I dati pubblicati da Istat e Centri di ricerca ci inchiodano alla realtà: 1 milione e più i bambini in povertà, 160 mila senza il pasto di mezzogiorno delle mense scolastiche e che rischiano di non nutrirsi a sufficienza, 850 mila i ragazzi che la Dad neppure l’hanno vista.

Anche sul mercato del lavoro gli ultimi dati consegnati da Istat sono inquietanti: quasi un milione i posti di lavoro persi, per gli under 25 il tasso di disoccupazione è del 29,7 %,  peggio di noi solo Grecia e Spagna; siamo sempre ultimi nella classifica dei Neet, dei giovani che non studiano, non  lavorano e non si formano,  quasi due milioni. Le donne e i giovani, intrappolati in contratti flessibili e a tempo, sono l’anello debole del mercato del lavoro italiano a differenza di quanto accadde nella crisi del 2008/11 che colpì   soprattutto adulti  uomini.

Non abbiamo la bacchetta magica, sappiamo che l’uscita dal tunnel richiederà tempo, chiarezza di obiettivi e la necessaria determinazione per perseguirli. Soprattutto concordia e unità del Paese, nelle pur rispettabili diversità di opinioni.  Siamo un’Associazioni di adulti anziani, non abbiamo un centro studi ma siamo presenti nelle realtà locali, e nelle imprese in cui ancora lavoriamo: con molta umiltà ci permettiamo di riproporre alcuni punti che a noi paiono strategici per pensare il futuro delle prossime generazioni.

Su formazione e istruzione riteniamo urgente giungere al dimezzamento numerico delle classi attuali, una revisione dei programmi scolastici e il potenziamento dei corsi di formazione per i docenti, una scuola a tempo pieno su tutto il territorio nazionale per contrastare la dispersione scolastica, programmi per l’orientamento,  l’incremento  delle esperienze all’estero dei ragazzi delle superiori, un servizio civile davvero universale.

L’inserimento nel mercato  del lavoro al termine degli studi  in Italia è il più lungo e difficile tra i paesi europei, il mismatch, la mancata corrispondenza tra  formazione e lavoro,  è tra i più alti.  Come aiutare i giovani a “incontrare” le imprese durante il percorso formativo? Anche qui andiamo per punti necessariamente sintetici e non esaustivi: proponiamo di  rivedere l’alternanza scuola lavoro, la valorizzazione  degli istituti tecnici superiori e l’obbligo   di retribuzione per stage, tirocinio e praticantato; politiche attive e potenziamento dei Centri per l’impiego; non da ultimo un progetto con le associazioni “professionali” (come la nostra) per  il “trapasso nozioni” , di quelle competenze trasversali (soft skills) ritenute  essenziali oggi da tutte le aziende.

Noi siamo pronti al confronto.

Webinar ANLA

(di Antonello Sacchi) Con l’intervento del prof. Fabrizio Pregliasco, docente di igiene all’Università degli studi di Milano, direttore sanitario IRCCS Galeazzi del capoluogo lombardo e presidente nazionale ANPAS lo scorso 19 marzo, in dialogo con il presidente nazionale Edoardo Patriarca, è iniziato il ciclo di conferenze sul web dal tema Generazione Pandemia,  una storia da scrivere.  In questi incontri ci rivolgiamo a alcuni  “esperti”  che ci aiutano a capire l’oggi per preparare il nostro domani, con uno sguardo speciale agli anziani che hanno sofferto e pagato un tributo altissimo, e al Terzo Settore al quale ANLA appartiene e nel quale opera.

I prossimi appuntamenti di aprile saranno: giovedì 8 aprile alle 18 quando ascolteremo, in dialogo con il nostro presidente Patriarca,  S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” istituita dal ministro Speranza; giovedì 22 aprile sempre alle 18 quando sarà la volta del prof. Giorgio Fiorentini, docente senior e professore di Management delle Imprese Sociali – Università Bocconi.

Il webinar, offerto ai tesserati ANLA, è a numero chiuso e si svolge su piattaforma digitale. La partecipazione è consentita previa registrazione e è limitata ai posti disponibili. Chi volesse assistere all’incontro è pregato di segnalare la sua partecipazione scrivendo una e-mail a newsletter@anla.it entro martedì 6 aprile per l’incontro con S.E. Mons. Paglia e entro martedì 20 aprile per l’incontro con il prof. Fiorentini. 

Ci desidera, può rivedere l’incontro con il prof. Pregliasco:

Anziani, RSA, inclusione: l’importanza di una rete sociale

Oggi abbiamo diramato il seguente comunicato stampa:

“Le recenti dichiarazioni del ministro del Lavoro Orlando in tema di RSA e di inclusione sociale ci inducono a pensare che finalmente si voglia mettere mano concretamente a questo delicato settore, così duramente colpito dalla pandemia” commenta il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca in merito all’ audizione del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Andrea Orlando, sulle linee programmatiche del suo dicastero effettuata davanti alle Commissioni riunite Lavoro e Affari sociali della Camera. “Non dobbiamo generalizzare perché a fronte di situazioni irregolari nelle RSA che la pandemia ha portato alla luce nei mesi scorsi ci sono tante strutture che hanno sempre operato e tuttora operano nel pieno rispetto delle regole, nella massima dedizione agli ospiti, con grande abnegazione e sacrificio degli operatori specializzati. Tuttavia è il modello a dover essere ripensato perché queste strutture cessino di essere “centri di declino” e tornino ad essere “centri di vita” che consentano alla persona anziana o non autosufficiente di recuperare il gusto alla vita, alla socialità, alla condivisione. Il ministro ha parlato di reti di appartamenti autonomi, anche non adiacenti, che possano essere monitorati anche da remoto attraverso l’uso della tecnologia. Tutto ciò va nella direzione da noi auspicata della permanenza della persona anziana sul territorio dove è sempre vissuta, ma secondo noi non basta. Come ANLA sosteniamo la famiglia perché è il primo centro di aggregazione sociale e mattone della comunità, quindi va benissimo far sì che l’anziano possa rimanere nei luoghi in cui è vissuto ma non basta creare una rete tecnologica, occorre far sì che la rete sociale, di condivisione, di relazioni umane possa continuare ad esistere e questo può accadere solo in famiglia o in una comunità che sappia farsi carico dei più deboli con un tessuto di relazioni amicali. Va benissimo la rete tecnologica di supporto ma accompagniamola con un tessuto di relazioni umane, con politiche volte a favorire la famiglia e le nuove nascite, dove le persone anziane possano anche trovare una nuova dimensione di nonne e nonni. Perché è la solitudine il male con cui spesso l’anziano si trova a dover combattere”.

Generatori di rinascita

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Pensavamo di avviarci oramai verso l’uscita dal tunnel, ma la recrudescenza della pandemia ci costringe a richiuderci di nuovo  in casa e a ridurre i nostri incontri peraltro già rarefatti; i  pensieri tornano ad appesantirsi di paure e preoccupazioni, soprattutto per  figli e nipoti, e per il paese e le nostre comunità. Abbiamo tuttavia sempre scritto in questo lungo anno di quaresima civile che alle generazioni adulte, a noi di ANLA, spetta un compito di cittadinanza in più, di resilienza come si usa dire oggi.

Una tenuta interiore che solo gli anziani-adolescenti possono garantire davanti  alle difficoltà e alla “presa”  che hanno le paure  sui cuori: sono attrezzati per  guardare con fiducia e   sano realismo il futuro che si annuncia oltre l’orizzonte.  Una tenuta  interiore per accompagnare   le giovani generazioni a ri-nascere  come ricorda Anna Harendt: più che esseri  “mortali”  noi siamo “natali”, e siamo “ natali” ogniqualvolta decidiamo di agire per il bene di chi ci è vicino, per le nostre comunità, nelle imprese nelle quali lavoriamo.

Una anzianità rancorosa, rinserrata nel proprio particolare non aiuta se stessa e gli altri alla natalità quotidiana. Ecco il compito che ci siamo dati come  associazione di amici e amiche: essere generatori di rinascita dove possiamo, con gli strumenti che abbiamo, pochi o tanti che siano conta poco. È la qualità dei gesti che cambia la vita delle persone che incontriamo, sta in questo la bellezza del ben vivere.

Possiamo condividere una prospettiva per il dopo pandemia? La Summer School di Castelgandolfo, i vostri contributi e riflessioni sulla rivista  l’hanno indicata: la crisi che stiamo vivendo, oltre che sanitaria ed economica, è soprattutto antropologica. Sono molti gli intellettuali che narrano il cambiamento in atto,  assai   profondo,  della civiltà occidentale: aumento dei suicidi, crisi familiari, demotivazione esistenziale, degrado della vita  pubblica, sfiducia diffusa, vittimismo, accidia culturale…   Per questi autori l’umanesimo europeo che tanto l’Italia ha contribuito a far nascere è dovuto all’oblio del “noi” sopraffatto  da un individualismo sfrenato e suicida.

La nostra associazione, la nostra ANLA, è un “noi” prezioso: possiamo contribuire  a ritessere pazientemente questo “noi” perduto laddove siamo presenti con  il  gusto per le relazioni interpersonali di cui siamo maestri. Aiuteremo le comunità a ri-nascere, a ridare  spessore alla ferialità,  a restaurare  un clima di fiducia e di affidamento reciproco. Non ci appartengono gli   interessi di parte o   gruppi autoreferenziali chiusi in se stessi: al centro dei nostri pensieri sono  la cura degli altri, relazioni sincere, l’accoglienza delle  fragilità, il coraggio  di cambiare e di giocarsi. Siamo  Anzianiadolescenti! E non anziani in dismissione.

Lettera aperta al Presidente del Consiglio incaricato

Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca rivolge al presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi la seguente lettera aperta.

Ogni volta che muta la compagine governativa, si ripropongono al Presidente del Consiglio incaricato i desiderata, nella speranza che ogni suggerimento possa contribuire allo sviluppo del nostro Paese. Come ANLA non ci esimiamo da questo rito, tuttavia non vogliamo rivendicare nulla ma portare alla sua attenzione alcuni temi concreti che riguardano la nostra esperienza e la vita concreta di tutti i giorni. Siamo persone che provengono da un lungo impegno professionale in azienda, e come tali sentiamo la professione che abbiamo svolto come un valore, e la testimonianza di una vita dedita a costruire il futuro delle generazioni che verranno. Questo straordinario  patrimonio esperienziale crogiolo  di saggezze,  competenze e saperi non scritti,  non vada disperso  come da troppo tempo accade nel nostro Paese. Le chiediamo un impegno per ricostruire una presenza delle generazioni anziane significativa e positiva, un progetto di cittadinanza attiva a loro misura per contribuire al bene comune e a servizio delle giovani generazioni. Con una puntualizzazione Presidente: noi  rifuggiamo dalla trita e ritrita immagine  dell’anziano-problema da assistere, quasi da sopportare, di una persona che dopo il aver lasciato la propria attività lavorativa  non ha più nulla da dire e fare.

Logo ANLA

Logo ANLA

Siamo volontari di un’Associazione che è Associazione di Promozione Sociale e come tale un ente del Terzo Settore. È stata avviata negli anni scorsi un’importante riforma che ci dota finalmente di strumenti agili per consentire ai volontari di operare al meglio per il bene delle comunità. La pratica virtuosa del principio di sussidiarietà, accompagnata dal “dovere di solidarietà”,  può liberare energie e risorse nascoste ma  imponenti più di quanto si creda.

Signor Presidente, ci sentiamo parte di una riforma incompiuta: aiuti il Terzo Settore e tutte le Associazioni che ne fanno parte a tornare nel pieno delle proprie attività. Anch’esse sono state colpite dalla crisi provocata dalla pandemia: difficoltà a reperire risorse, posti di lavoro persi, attività ridotte al minimo, possibilità di autofinanziamento ridotte al lumicino.  In un piano nazionale di rinascita il Terzo Settore non può essere ignorato o lasciato ai margini: le nostre città sono sopravvissute per l’impegno solidale  con le persone in difficoltà,  con una  capacità mai sopita di inventare  nuove forme di aiuto, di vicinanza, di ricuciture pazienti e generose nelle comunità a rischio di deflagrazione. L’impegno generoso dei volontari non si improvvisa né si può lasciare al caso.

Ed eccoci al cuore, la tutela della salute e la sicurezza sono un diritto inalienabile, sono la vita delle persone.

Le persone anziane sono state  decimate dal virus: chiediamo che si ponga mano velocemente e in concreto alla riforma di un welfare a misura delle persone più fragili; chiediamo che si sostenga una progettazione innovativa  delle RSA, un’assistenza domiciliare  sociosanitaria degna di questo nome, una legge nazionale che riconosca lo straordinario lavoro di cura dei caregiver familiari; chiediamo che la campagna vaccinale riprenda con celerità in ogni parte d’Italia e un accesso gratuito e sicuro al vaccino contro il Covid – 19 per tutti. E infine le chiediamo che venga tutelata l’unica fonte di sussistenza, talvolta poco degna, quella pensione frutto di anni di lavoro: non rivendichiamo nulla, saremmo anacronistici e non avremmo capito quanto sta accadendo oggi. Una premura, quella  sì,  per le pensioni troppo basse. E di valutare, per una migliore gestione finanziaria, la separazione fra assistenza e previdenza.

Presidente le auguriamo per davvero buon lavoro, per quello che potremo le saremo vicini, disponibili a collaborare laddove lei lo riterrà opportuno.

Il Giorno del Ricordo

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale di ANLA) La  realpolitik, la guerra fredda, il confine orientale e i rapporti con la Yugoslavia comunista di Tito hanno per decenni silenziato la memoria di quella tragedia. E dopo il crollo delle dittature  dell’est  abbiamo assistito ancora a  disattenzioni  e trascuratezze   verso i  nostri connazionali  che attendevano da troppo tempo che quel dolore fosse finalmente accolto e raccontato; una storia di solitudine, di dolore e sofferenze,   e di ricordi  “archiviati” tanto  che fu necessaria una legge del 2004 per istituire il Giorno del Ricordo.

Tre anni dopo il  Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano  dichiarava: “… l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe e va ricordata la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor depongono una corona di fiori presso la lastra di ferro che copre l’ingresso della foiba di Basovizza

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor depongono una corona di fiori presso la lastra di ferro che copre l’ingresso della foiba di Basovizza

Altrettanto chiara e limpida la dichiarazione del Presidente Mattarella nel 2020: Il “giorno del Ricordo”, istituito con larghissima maggioranza dal Parlamento nel 2004, contribuisce a farci rivivere una pagina tragica della nostra storia recente, per molti anni ignorata, rimossa o addirittura negata: le terribili sofferenze che gli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia furono costretti a subire sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi…Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi gesti di solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità.”

Il riferimento di Mattarella è al “treno della vergogna”, una vicenda infinitamente triste che forse conoscete già : gli esuli giunti al porto di Ancona ripartono su un treno merci alla volta di Bologna. Vi giungono  il 18 febbraio del ’47,  una sosta che doveva permettere il rifornimento  di viveri forniti dalla Croce Rossa e dalla  Pontificia Opera Assistenza. Ma  giunti in stazione i ferrovieri del sindacato si ribellano, parte  lo sciopero contro il “treno dei fascisti”,    le famiglie vengono lasciate senza cibo. Dovrà intervenire l’Esercito.

Gli studi storici stanno mettendo in luce i fatti, i protagonisti di quelle tristi vicende come giusto che sia. Lasciamo a loro il compito di investigare e far emergere tutti gli elementi che ci aiutano a  fare memoria. Con rispetto e compostezza, vigilando affinché quel ricordo ci impegni per la pace e la concordia tra i popoli.  Quel confine di sangue è oggi un confine di speranza tra italiani, sloveni e i croati. Mano nella mano. E la “politica misera” eviti strumentalizzazioni.

 

Prendersi cura della persona anziana

“Il documento presentato oggi dalla Pontificia Accademia per la Vita rappresenta un significativo passo in avanti nella comprensione dell’attuale momento pandemico in vista della costruzione del domani a cui siamo tutti chiamati”. Il presidente nazionale di ANLA Edoardo Patriarca così commenta il testo “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia” presentato nella Sala Stampa della Santa Sede e aggiunge: “Papa Francesco ci ha ricordato più volte che da una crisi non si esce mai uguali a prima ma migliori o peggiori: solo partendo da un’attenta analisi dell’esistente si possono trovare le prospettive di miglioramento da percorrere. La pandemia, e il documento lo mette bene in evidenza, ha rafforzato l’idea che la “ricchezza degli anni” sia un tesoro da valorizzare e proteggere”.

Conferenza stampa di presentazione del documento della Pontificia Accademia per la Vita

Conferenza stampa di presentazione del documento della Pontificia Accademia per la Vita

Il presidente Patriarca ricorda che Mons. Paglia è stato graditissimo relatore alla Summer School di ANLA organizzata lo scorso settembre al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo e commenta: “Il documento sottolinea come spesso manchi un disegno generale che aiuti a vivere bene, in pienezza, gli anni che la natura e la scienza ci donano da vivere in più rispetto a quelli che hanno vissuto le generazioni passate e per fare questo è necessario un progetto che aiuti gli anziani a essere protagonisti attivi della propria esistenza. Questo passa inevitabilmente dall’anello più debole rappresentato dalla malattia o dalla non autosufficienza: ecco dunque la necessità, avanzata dal testo vaticano, di un ripensamento dei modelli assistenziali degli anziani a livello culturale e di coscienza civile e cristiana. Come ANLA abbiamo già ribadito più volte la necessità di un nuovo modello per le RSA e abbiamo parlato della fondamentale importanza dei care-giver nella convinzione che la permanenza delle persone più anziane nella propria abitazione o in famiglia sia la soluzione da cercare il più possibile, per la salute e la qualità della vita dei nostri cari. Mi sembra che il documento faccia emergere l’intreccio indissolubile fra piano umano, sociale, medico e qualitativo della situazione degli anziani oggi, cosa che come Associazione la sperimentiamo ogni volta nelle nostre attività di prossimità che ci sono concesse nel rispetto delle norme anti – Covid: la complessità della persona umana anziana, sottolineo persona perché è da lì che dobbiamo partire se vogliamo progredire, è tale per cui non si può risolvere solo uno degli aspetti che la qualificano per poter farla stare bene. Lo sanno bene i nostri volontari che operano a Bologna nel trasporto delle persone in attesa di dialisi dove l’aspetto umano è nel cammino di salute tappa fondamentale o in Toscana o in Friuli o in altre parti d’Italia dove l’attenzione al prossimo, la valorizzazione di attività che le persone anziane possono ancora svolgere da volontari nel campo della cultura, dell’arte, del turismo sociale possono far sì che le persone più avanti in età possano dare ancora un valido contributo alla costruzione del bene comune. O ci prendiamo cura della persona anziana sotto tutti i punti di vista o otteniamo solo palliativi. Per noi di ANLA il fulcro di tutto ciò è la protezione della famiglia, il potenziamento delle misure che possono consentire a più generazioni di vivere sotto lo stesso tetto. Qui possiamo allora sperimentare quella ripresa del dialogo fra giovani e anziani volto al travaso di conoscenze, competenze, saggezza e voglia di vivere che finisce con l’essere a doppio senso di circolazione, dagli anziani ai giovani e viceversa. Come ANLA, Associazione Nazionale Lavoratori Anziani, che nella nostra vita anche professionale abbiamo fatto tesoro di saperi non scritti, siamo impegnati e ci sentiamo ancora di più chiamati, a questo scambio generazionale”.